Stato dell’Unione, l’assurdo show: Trump porta Erika Kirk, i Dem si lamentano per le vittime di Epstein e Musk sparisce nel nulla

Stato dell’Unione, l’assurdo show: Trump porta Erika Kirk, i Dem si lamentano per le vittime di Epstein e Musk sparisce nel nulla

Washington. Nel più epico (e forse interminabile) discorso sullo Stato dell’Unione, ci si chiedeva quale brillante messaggio Donald Trump avrebbe rivolto ai giudici della Corte Suprema, e soprattutto chi avrebbero aperto la porta per ascoltarlo. Curioso, dato che solo pochi giorni prima la stessa Corte aveva sbugiardato le sue ambizioni tariffarie, dichiarando illegali i dazi del 2025.

Su nove giudici, nemmeno a farlo apposta, solo quattro si sono presentati per ascoltare il presidente: Amy Coney Barrett e John Roberts, i due faroni conservatori che hanno detto no ai dazi; insieme a loro, la liberale Elena Kagan e Brett Kavanaugh, che invece votò a favore. Ma la trama si infittisce: questi sono gli stessi giudici dell’anno scorso. Una scelta estetica, più che strategica, per confermare che la linea di condotta – e le faide personali da parte di Trump – restano un mantra immutato.

Trump all’attacco, o almeno così fa finta. Entrando nella Camera dei Rappresentanti ha stretto la mano a tutti e quattro, mostrando una pacatezza quasi commovente. Sul verdetto della Corte Suprema si è limitato a definirlo “sfortunato” e “completamente sbagliato”, evitando – almeno in pubblico – di tirare in ballo carbone o fango personali. Tradizionalmente, però, la sua bava al vetriolo si era riversata su Barrett, una “vergogna per la famiglia”, mentre Kavanaugh era diventato il suo “nuovo eroe”. Che coerenza, no?

Tra gli ospiti speciali, la già famosa vedova Erika Kirk, vedova dell’attivista ultraconservatore Charlie Kirk, tragicamente assassinato (o santo subito, a seconda del punto di vista) in Utah lo scorso settembre. Trump non ha perso occasione per dipingerlo come martire, affermando:

«È stato ucciso per ciò in cui credeva»

E aggiunge, nella sua illimitata saggezza: “Dobbiamo rifiutare ogni tipo di violenza politica”. Come se lui stesso non alimentasse ogni giorno la miccia.

Non poteva mancare il cameo delle famiglie di vittime di crimini attribuiti a migranti, sventolate come il vessillo della severità sull’immigrazione illegale. Tra i presenti anche David Ellison, figlio del miliardario Larry Ellison e amministratore delegato della Paramount Skydance, intento a finalizzare – udite udite – un’acquisizione della Warner Bros. Discovery. Ovviamente, con Trump come deus ex machina pronto a “intervenire”.

Insomma, tra un applauso e l’altro in tribuna, la politica estera rimane l’ultimo jolly di Trump, nel tentativo disperato di salvare una reputazione ormai più sgangherata di un vecchio crossover.

Lo speaker repubblicano della Camera, Mike Johnson, ha pensato bene di aggiungere qualche elemento simbolico, ospitando in tribuna volti del dissenso cinese, tra cui la famiglia di un medico uiguro imprigionato dal 2018 e Claire Lai, figlia del magnate pro-democrazia di Hong Kong, Jimmy Lai. Una bella scampagnata per rivendicare ideali, mentre altrove si tessono alleanze politiche su un tappeto rosso, quadro di ipocrisie e presa per i fondelli.

Il timpano rotto del patriottismo: solo gli uomini dell’hockey

Un momento di sollievo glamour: l’ingresso in pompa magna della squadra maschile di hockey americana, fresca dei successi alle Olimpiadi invernali. Medaglie al collo, applausi scroscianti, urla e cori sfrenati, con il presidente che quasi fa saltare il microfono per l’entusiasmo. Peccato per il team femminile, che ha snobbato l’invito per “conflitti di calendario”. Tranquilli, ha assicurato Trump, presto toccherà anche a loro la passerella alla Casa Bianca.

Un siparietto da non perdere: in un video virale, Trump scherzava al telefono con la squadra maschile dicendo: “Devo invitare anche la squadra femminile, lo sapete vero?”, scatenando risate genuine tra i presenti. Che magnanimità.

Democratici e il loro simpatico casting di vittime

Non potevano mancare i democratici, che hanno pensato bene di portare all’evento alcune vittime illustri del caso Jeffrey Epstein. Tra le star della serata la coraggiosa Haley Robson, una delle accusatrici del finanziere ormai eterno rimpianto, insieme a Sky e Amanda Roberts, rispettivamente fratello e nuora di Virginia Giuffre, la donna che ha deciso tragicamente di chiudere i battenti dopo aver denunciato gli abusi.

Presente anche Marina Lacerda, un’altra vittima dell’abominevole meccanismo di Epstein, adescata e abusata da giovanissima. Il rituale è servito: tra comizi di dolore e svelamenti choc, ogni parte politica si arrocca nelle proprie trincee, giocando a chi si mostra più ‘sofferente’ e ‘solidale’, mentre il pubblico sorseggia popcorn osservando lo spettacolo.

Raiza Contreras, la madre del giovane venezuelano di New York, Dylan Lopez Contreras, ventenne in custodia delle autorità dell’immigrazione, ormai un caso nazionale da un bel po’, da quell’autunno del 2025 che tutti ricordiamo con tanto affetto.

La diligente deputata del Minnesota, Ilhan Omar, ha portato alla cerimonia la sua musa ispiratrice, Aliya Rahman, bengalese-americana disabile, gentilmente aggredita dall’ICE a Minneapolis mentre cercava di andare dal medico. Ma attenzione, la pièce non sarebbe completa senza la partecipazione del leader dem alla Camera, Hakeem Jeffries, che ha invitato la famiglia del reverendo Jesse Jackson, il leggendario pioniere dei diritti civili, ora stranamente protagonista di un silenzio forse più eloquente delle sue parole.

Passiamo ora a un bel gioco degli assenti illustri. Parliamo infatti di colui che l’anno scorso assisteva placido a fianco della famiglia presidenziale, ma quest’anno, misteriosamente, mancava all’appello: niente meno che Elon Musk. Il motivo? Mistero fitto, ovviamente degno di un thriller hollywoodiano, forse troppo impegnato a promuovere il suo ultimo razzo su Marte o a vendere altro fumo tecnologico.

Ma non temete, abbiamo anche chi era atteso con la sicurezza di essere fuori scena: il tanto esotico “Sopravvissuto designato”, ovvero quel fortunato membro del gabinetto presidenziale la cui unica occupazione annuale è di starsene fuori dalla Camera durante il discorso del presidente, pronto a prendere il timone in caso di apocalisse. Quest’anno il sadico ruolo è toccato ancora una volta al Segretario per gli Affari dei Veterani, Doug Collins, che evidentemente ha una vera e propria quota sugli “incarichi invisibili”.

Impossibile non menzionare il gesto di protesta del deputato Al Green, subito gentilmente scortato fuori dalla Camera dei Rappresentanti per aver osato tenere in mano un cartello con la scritta “I neri non sono scimmie”. Ah, le meraviglie della democrazia in azione: libertà di espressione, sì, purché non si esponga qualcosa di scomodo. Dopo un’esperienza simile l’anno precedente, quando diede del filo da torcere a Trump durante il primo discorso, evidentemente non ha imparato la lezione.

Infine, un applauso alla coerenza di alcuni democratici, compresa Lauren Underwood, congresswoman dell’Illinois, che ha ben pensato di abbandonare la sala a metà del discorso presidenziale. Qualcuno potrebbe chiamarlo boicottaggio, altri semplice fuga strategica da una realtà troppo indigesta per essere ascoltata fino in fondo.

Uno spettacolo di contraddizioni e ipocrisie

Questa giostra politica, con i suoi protagonisti che si lamentano di pratiche di controllo che hanno votato, ospitano e alimentano, ci regala una rappresentazione sublime di quella che potremmo definire l’arte della contraddizione. Da una parte la retorica delle vittime scelte per suscitare compassione, dall’altra la partecipazione ossequiosa a un sistema che permette tutto questo. Una genuina celebrazione dell’ambiguità e dell’ipocrisia americana con tanto di invocazioni agli eroi civili scomparsi e assenze più che discrete.

Insomma, uno spettacolo per addetti ai lavori, ma anche per chi ha voglia di assistere a un’ennesima puntata di politica americana in salsa tragicomica, dove la democrazia si fa teatro, e la verità è un optional. Ovviamente, tutti pronti a tornare a casa e raccontare di aver preso parte a un momento “storico”, mentre il mondo si divide tra applausi finti e gufi silenziosi.

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