Il primo ministro britannico Keir Starmer si ritrova in una situazione sempre più precaria in questa settimana, con voci di una possibile sfida alla leadership che si intensificano man mano che si avvicina il bilancio autunnale di novembre. Un vero colpo di scena, considerando che fino a poco tempo fa si pensava potesse navigare tranquillo tra le acque agitate della politica britannica.
Gli economisti suggeriscono, con rassegnazione, che la sua fedele collaboratrice al Tesoro, la cancelliera Rachel Reeves, sarà costretta a spezzare la promessa elettorale del Partito Laburista che assicurava “niente tasse in più per i lavoratori” quando presenterà il piano fiscale il 26 novembre. Immaginate la scena: promesse infrante sotto il peso di un buco nero fiscale creato da sprechi, inversioni a U sulle riforme e rigidità autoimposte sul prestito. Ah, la coerenza politica!
Far pagare più tasse ai lavoratori potrebbe non piacere solo all’elettorato, già deluso dal governo di Starmer dopo la schiacciante vittoria elettorale nel luglio 2024, ma anche a quei preziosi alleati nel gabinetto che lo supportano. E, come un pettegolezzo a caffè, la BBC ha rilanciato che circolano nomi altisonanti nei corridoi del potere come possibili aspiranti successori: dal ministro della Salute Wes Streeting alla ministra dell’Interno Shabana Mahmood, senza dimenticare l’ex ministra dei Trasporti Louise Haigh e l’ex leader laburista Ed Miliband. Insomma, il più classico dei “gruppetti di salotto” pronti a scalzare il leader in difficoltà.
Ammutinamento? Non pervenuto, grazie
Ovviamente, il candidato preferito al “colpo di Stato” interno, Wes Streeting, nega categoricamente ogni complotto, dichiarando a Sky News che un tentativo di scalata alla poltrona del Primo Ministro non è nei suoi piani. Anzi, ha ben pensato di bollare i leakers del caso come autolesionisti, definendoli “comportamenti autodistruttivi e del tutto controproducenti”. Che cuore tenero!
Alla domanda se lancerà una sfida dopo il bilancio, Streeting ha risposto un secco “No”, liquidando come totalmente infondate le notizie trapelate. Pure gentile da parte sua precisare di non aver supportato Starmer nella sua prima candidatura, ma di essere stato comunque al suo fianco da quando è entrato in carica. Un endorsement che fa tanto “amico del momento”, perfetto per rafforzare la narrazione del tranquillo dibattito interno.
Nel frattempo, questo balletto intorno a una fantomatica sfida paralizza un premier che, al di là del fronte interno disastroso, si è distinto – incredibile ma vero – sul palcoscenico internazionale, facendo l’occhiolino all’ex presidente Donald Trump e agli altri leader europei, nonché firmando accordi commerciali importanti con Stati Uniti, India e Unione Europea. Un vero maestro nell’incantare le cancellerie straniere mentre il proprio popolo lo giudica colpevole di aver abbandonato le sue promesse.
I problemi a casa sono tutt’altro che risolti: crescente malcontento per l’immigrazione illegale, crisi economica e un sistema giudiziario ballerino, con rilasci di detenuti che sembrano più casualità che errori di sistema, stanno dando una mano al neonato partito di destra Reform, che cresce come un fungo velenoso in vista delle elezioni locali di maggio. Per la cronaca, la prossima elezione generale è fissata nel 2029, ma il morale di Starmer è già sotto i piedi adesso.
Un sondaggio di ottobre di YouGov (per quanto valgano i sondaggi oggi) dice che solo il 21% dei britannici guarda al Premier con occhi indulgenti, mentre un clamoroso 72% ne ha una pessima opinione, lasciando Starmer con un temibile indice di gradimento netto a -51, il più basso mai registrato da questa società. Ma non preoccupatevi, una “mossa politica clamorosa” potrebbe risollevare tutto… oppure no.
La sinistra che si morde la coda
Gli analisti, sempre così ottimisti, minimizzano parlando di “rumori di fondo” che per ora non metteranno a rischio la guida di Starmer. Qualcuno però inizia a sentire odore di sangue: il bilancio di novembre e le elezioni locali del prossimo anno diventeranno due importanti momenti di verità. Come si dice in gergo, “chi vivrà, vedrà”.
Jordan Rochester, stratega di una banca internazionale, si concede un commento “redatto a prova di bomba”, scrivendo via mail che Starmer si trova “affrontare la peggiore popolarità nella storia di qualsiasi premier moderno, e dove c’è fumo c’è anche un po’ di fuoco”. Una sentenza che in realtà sta tutta a vedere quanto sarà grande la fiamma.
E se il bilancio passerà senza sconvolgimenti significativi, potremo solo stare a guardare questo laboratorio politico britannico dove la sinistra sembra aver perso la bussola, il senso delle priorità, e forse anche la dignità. Nel frattempo, buon viaggio nel teatro degli assurdi di Westminster.
Certo, perché niente urla “stabilità” come un governo che si trastulla con voci di cambio della leadership proprio mentre si avvicinano le elezioni locali di May, dove i sondaggi dipingono un disastro epocale per il Labour. Un momento così peregrino da poter scatenare terremoti interni senza precedenti, con potenziali cambi al vertice da far impallidire le soap opera più intricate.
Rochester ci illumina con questa perla di saggezza: “La nostra tendenza è che alla fine prevarrà un ‘centrista’, modello templare della moderazione, ma attenzione, perché se e quando questo accadrà, il mercato dovrà fare i conti con un potenziale scivolamento a sinistra, duro come un pugno in faccia.” Fantastico, no? Un dilemma tra moderazione e rivoluzione, e intanto i mercati osservano con il fiato sospeso.
I mercati con il fiato sospeso
Mercoledì i mercati si sono dedicati con fervore alle loro preghiere, monitorando ogni singolo dettaglio. Sui titoli di stato britannici, o gilts per chi ama l’eleganza finanziaria, i rendimenti hanno alzato la voce un po’ ovunque lungo la curva delle scadenze martedì.
Alle 10:10 di Londra, il rendimento sul titolo benchmark a 10 anni è salito di 3 punti base, attestandosi a un roboante 4,419%. Chi mastica un po’ di economia sa che qui funziona come con le montagne russe: quando gli investitori si mettono a fare i timorosi e rifiutano di prestare soldi al governo, il prezzo del titolo crolla e il rendimento si gonfia come un pallone.
E non basta: il governo del Regno Unito si vanta di avere i costi di indebitamento più alti tra i paesi del G7, con un rendimento sul gilt a 30 anni che balla ben oltre la critica soglia del 5%. Una festa da non perdere, davvero.
Keir Starmer, Primo Ministro britannico, e la sua consorte Victoria Starmer intanto si dedicano all’arte sottile di servire tè e dolcetti a Downing Street, come se fosse la più normale delle giornate di crisi economica nazionale.
Immaginate la scena: sorrisi cerimoniosi mentre dietro le quinte i numeri urlano la loro tragedia.
La sterlina britannica non se la passa granché bene, perdendo lo 0,27% contro il dollaro e lo 0,1% contro l’euro. Insomma, un vero e proprio spettacolo di debolezza monetaria degno di un manuale di economia da bar.
Nigel Green del deVere Group ci regala poi una perla degna di nota: “I mercati osservano Westminster con la lente d’ingrandimento, e le voci di crisi di leadership prima di un Bilancio cruciale confermano che il governo sta vivendo momenti difficili. Gli investitori non hanno ancora scontato instabilità politica, ma sono più all’erta di un gatto su un pavimento di carta vetrata, perché questa storia potrebbe ritornare come un brutto film nel nuovo anno.”
Un consiglio dell’esperto, quindi, per chi sperava in una tregua: “Non crediamo a una sfida immediata alla leadership dopo il Bilancio: la priorità sarà arrivare a fine corsa senza troppi danni. Ma occhio, perché sarà un’impresa titanica – specie ora che aumenti delle imposte sul reddito sembrano quasi scritti nella pietra.”
Brindiamo allora ai miracoli della politica inglese: una calma apparente che fa venire il mal di stomaco, una crisi latente che può esplodere al minimo sussurro, e mercati più nervosi di una rockstar in tour. Che spettacolo!



