Beppe Sala sembra davvero sorpreso, o forse solo incredulo, di fronte alle ultime parole del suo collega di governo, il ministro Piantedosi. Prima un’indifferenza degna di un eroe del disinteresse: “che problema c’è”, poi la sublime negazione dell’importanza dell’affaire: “stiamo facendo una polemica sul nulla”. Peccato che, a quanto pare, questo “niente” stia creando non poca ansia.
Il sindaco di Milano interviene giusto all’ombra di un incontro con Carlo Calenda, leader di Azione, per parlare di sicurezza — per una volta non dalle parti del bar dove si lamenta delle buche nelle strade, ma dal palco ufficiale. Quel palco su cui si interrogano i giornalisti, implacabili, sul recente arrivo delle spie americane dell’ICE nel cuore di Milano durante le Olimpiadi. Attenzione, non figuratevi dei rappresentanti modello legalità e rispetto delle regole: è un esercito privato di poliziotti, a giudizio del nostro sindaco, che non solo ignorerebbe leggi e mandati, ma si permette pure di sparare.
Il sindaco non usa mezzi termini:
“È un corpo di polizia che agisce nella totale illegalità. Entrano nelle case dei cittadini senza mandato, o meglio, si autodefiniscono i mandanti. Sono del tutto incompatibili con il nostro modo di intendere la sicurezza.”
Ah, la dolce ironia di pretendere sicurezza da chi si crede giudice e boia senza alcun permesso ufficiale, e che però sarebbe arrivato fino a uno smarcamento ufficiale, almeno stando alle smentite di rito che, ovviamente, non tardano ad arrivare. Il sindaco spera ancora, come ogni buon ingenuo, che quelle guardie non mettano piede oltre i confini italiani. Buona fortuna.
La sicurezza? Un puzzle complicato…
Fiducioso, ma non troppo, Beppe Sala passa poi a parlare della sicurezza generalizzata in città. Che non riguarda solo la città meneghina, ma l’intero stivale, come a ricordarci che abbiamo un problema nazionale, invisibile a chiunque abbia un titolo di giornale da riempire.
Il dado è tratto: a Milano oggi ci sono 3.235 agenti di polizia locale. Un numero che pare magico, ma che in campagna elettorale saliva a 3.500, promesse incluse. Nel mentre, il clima si scalda con accuse che, per il sindaco, non solo sono ridicole, ma arrivano con una tempistica sbalorditiva: come se la sicurezza fosse stata dimenticata improvvisamente e non fosse stata mai, in realtà, un tema centrale.
Quando poi si cerca di sapere quanti sono effettivamente gli agenti in servizio, l’unica risposta a disposizione è il silenzio più assordante. Probabilmente stiamo assistendo all’ennesima prova generale di politica del rinvio.
Calenda: il sindaco non c’entra, la sicurezza è colpa del governo
Carlo Calenda, l’uomo che si barcamena tra promesse e realtà, sembra avere le idee ben chiare, forse fin troppo: la responsabilità della sicurezza, dice, non pesa sulle spalle del sindaco, quanto piuttosto su quelle del governo, quel governo silenzioso e onnipresente che dialoga esclusivamente a suon di titoli di giornale e tweet infuocati.
Ma la sicurezza non è quella roba semplice da identificare come “buoni” e “cattivi”. Esiste infatti – e questa è proprio una sorpresa – la sicurezza percepita e quella reale. L’una è fatta di lampioni che funzionano, di strade pulite e di poliziotti visibili, l’altra, quella reale, si concentra nei quartieri dove il problema è più spinoso e meno instagrammabile.
Calenda va oltre, puntando il dito contro il classico cane che si morde la coda. Gli immigrati irregolari, se beccati a delinquere, ottengono il celeberrimo “foglio di via”, cioè un pass concesso loro per tornare a fare più o meno lo stesso. È così che le forze dell’ordine, stanche ed esauste, dicono “basta” e smettono di passare alla manette.
La proposta del leader di Azione è, con buona pace dello stupore generale, la costruzione di centri di detenzione per il rimpatrio, ovviamente dentro i confini europei, dove trattenere quegli “ospiti indesiderati” fino a 18 mesi, invece che spedirli come pacchi postali in una terra di nessuno chiamata Albania.
In definitiva, mentre si dibatte sulle mode e le polemiche di chi vuole difendere la legalità ma si ritrova a sciacquare i panni sporchi nel Tamigi italiano, la sensazione è che la sicurezza sia più un accessorio di scena che una vera priorità, e che tra un teatrino politico e l’altro, a rimetterci siano sempre i cittadini, colpevoli di volere solo vivere senza avere paura di polizia armata, ordine pubblico e banalità di fine giornata.



