Sostenibilità e soldi a braccetto: come i comuni reatini tentano il miracolo del rilancio senza impazzire

Sostenibilità e soldi a braccetto: come i comuni reatini tentano il miracolo del rilancio senza impazzire
provincia di Rieti si ritrovano di nuovo sotto i riflettori: questa volta grazie a uno studio tanto speranzoso quanto vagamente ingenuo intitolato “Focus Area Sisma. Sviluppo territoriale dei comuni del cratere della provincia di Rieti, Strategie di rilancio tra transizione climatica e sfida demografica”. Sì, perché da queste parti, tra fragilità storiche e potenzialità misteriosamente inespresse, si tenta ancora di disegnare un futuro radioso. Il tutto mentre la ricostruzione procede con quella rapidità che solo una lumaca stanca potrebbe invidiare.

Lo studio, commissionato da Unindustria e salutato come la bibbia locale per la “consulta delle imprese”, traccia un quadro impietoso di un territorio afflitto da isolamento geografico, infrastrutture da museo del passato e un tasso di spopolamento che definire inquietante è un eufemismo. Il sisma del 2016 non ha fatto altro che accelerare un processo ormai inarrestabile: dal 2016 il numero di abitanti è crollato del 6,6%, mentre comuni come Accumoli e Amatrice piangono perdite superiori al 20% nell’ultimo decennio. E chissà perché, tra case vuote e anziani che abbondano, sembra che la vitalità sia il primo shock da cui nessuno riesce a riprendersi.

Se si aggiunge una trama di collegamenti stradali e ferroviari degna di un film in bianco e nero, con viaggi verso le arterie principali che fanno rimpiangere l’era dei cavalli e delle carrozze, il quadro si completa alla perfezione. Non stupisce allora che logistica e accessibilità siano due parole ormai dimenticate. Ma non è finita qui: il deserto bancario e il divario digitale trasformano questa terra quasi in una specie di “non luogo” economico, dove servizi essenziali per famiglie e imprese si riducono a fantasmagoriche chimere.

Fragilità o risorse? La solita minestra riscaldata della “rigenerazione”

Certo, lo studio non si limita a creare drammi: mette in vetrina qualche idea da premi Nobel per tentare la carta della “rigenerazione”. Pare che il segreto passi per la formazione e il capitale umano, con il polo universitario “Sabina Universitas” eretto a feticcio di speranza. Con un mix – si spera azzeccato – di ingegneria sostenibile ed economia dell’innovazione, si vuole trasformare la zona in un paradiso per menti brillanti, giovani (ammesso che ce ne siano) e famiglie nuove, il tutto immerso in un paesaggio bucolico dove costa poco vivere e l’aria è pulita.

Non mancano poi piani per recuperare quelle case abbandonate, perché nulla dice più “rinascita” di una sfilza di ruderi conditi da timidi tentativi di edilizia sostenibile e rigenerazione urbana. Insomma, un’accoppiata vincente che dovrebbe addirittura aiutare a far rivivere quei borghi quasi scomparsi. Che dire? Speriamo bene, anche se qui l’ottimismo sembra più un gesto di sfida al buon senso.

Il Piano Industriale del Lazio: la pillola zuccherata della burocrazia

Come ciliegina sulla torta, arriva il Piano Industriale del Lazio, presentato come la “cornice” che sancirà un rilancio epocale a medio-lungo termine. L’obiettivo? Potenziare infrastrutture, innovare l’economia, spingere su digitalizzazione e rafforzare quelle catene del valore che suonano molto bene su carta. Si punta addirittura a una green economy fatta di logistica all’avanguardia, manifattura sostenibile e filiere integrate che spaziano dall’agricoltura, passando per la trasformazione alimentare fino a un turismo enogastronomico – perché si sa, vino, cibo e aria pulita vendono sempre.

E come se tutto questo non fosse sufficiente, si prevede pure la riqualificazione delle aree industriali esistenti, con tanto di attrazione di investimenti tecnologici e innovativi. Certo, per i comuni del cratere si tratta di orientare il futuro verso modelli circolari e digitali, a bassissimo impatto ambientale – un concetto che pare tanto bello quanto irreale, ma almeno suona bene nei convegni.

Il circo dei convenuti e le promesse di sempre

L’incontro di presentazione ha avuto un cast degno di un teatro dell’assurdo: dal vicepresidente di Unindustria, Stefano Cenci, passando per la presidentessa dei giovani imprenditori, Matilde Pitorri, al presidente della piccola industria territoriale, Marco Pezzopane, fino all’immancabile presidente di Ance Rieti, Roberto Bocchi. Come legittima cornice, il direttore generale di Unindustria, Massimiliano Ricci, ha fatto sfoggio del Piano Industriale, mentre gli studiosi di Eures si sono cimentati nella presentazione dello studio.

Insomma, il solito teatrino istituzionale condito dai classici interventi dell’assessore regionale Manuela Rinaldi e del presidente di Unindustria Giuseppe Biazzo. Tante parole, qualche dato allarmante ma soprattutto quella buona dose di ottimismo da protocollo, perfetta per distrarre dai soliti problemi irrisolti e farci credere ancora nella favola che un territorio morsicato dal terremoto e dall’abbandono potrà risorgere a colpi di innovazioni, progetti e una buona dose di pazienza (e forse anche di incoscienza).

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