Sono sui social per farmi massacrare ma continuiamo a far finta di niente

Sono sui social per farmi massacrare ma continuiamo a far finta di niente

Alla fine del secolo scorso, ero un aspirante scrittore con tutte le carte in regola per sfondare… o almeno così credevo. Il centro nevralgico delle nostre speranze era l’ufficio di collocamento più ambito: la gloriosa Società Italiana per l’Esercizio Telefonico, nota ai più semplicemente come Sip, situata sul primo binario della stazione di Pisa Centrale. Un posto magico dove, tra gli elenchi telefonici delle principali città italiane, spuntavano i numeri di telefono dei più grandi scrittori del tempo. Insomma, roba da far rabbrividire qualsiasi social network odierno.

In pratica, ogni sfigato con un minimo di ossessione e un pizzico di audacia poteva costruirsi una rubrica da urlo. Io me ne aggiravo nello stanzone come se fosse un cinema porno in versione intellettuale, con lo stesso fervore sovreccitato e il medesimo obiettivo: pescare il numero giusto prima degli altri. Perché, si sa, essere i primi a infastidire un grande autore poteva essere quella sottile differenza tra un esordio letterario o restare relegati al silenzio dell’inedito.

Giacche di velluto dai colori discutibili (sì, anche d’estate, per coerenza con il cliché), camicie a quadretti da boscaiolo e un’aria da sfigati elite: tra aspiranti scrittori ci si conosceva praticamente tutti. E spesso ci si leggeva pure, ma dentro quella epica arena telefonica della Sip, ognuno diventava spietato e si aggirava come uno squalo, sfogliando con ostilità darwiniana le pagine dell’elenco.

Fra i ricordi più toccanti, il tempo passato a conversare con la mamma di Aldo Busi, la moglie di Gesualdo Bufalino o la fidanzata di Raul Montanari, tra costose “interurbane in teleselezione” – già, un verso di una poesia – mentre impugnavo un telefono fisso di bachelite grigia. E la ciliegina sulla torta? Venni persino morso da un cane furtivo di una villetta mentre consegnavo un dattiloscritto a Lietta Manganelli, la figlia di Giorgio Manganelli, molto ascoltata sia in Adelphi che in Einaudi. Roba da manuale degli esordi tormentati.

Ecco, tutto questo per dire che, a differenza dei letterati nativi digitali, io navigo la rete con meno incoscienza, meno spontaneità e decisamente meno allegria. Oggi, infatti, gli aspiranti scrittori si fanno vivi con messaggi su piattaforme social senza sapere minimamente cosa diavolo io scriva. Un vero e proprio “pescare a strascico” senza il minimo sforzo: zero ricerche, zero rischi (niente polpacci morsicati dalla fiducia). Se sia colpa della facilità relazionale della rete o di un altro incantesimo digitale non lo so, ma è un dato di fatto che oggi è più facile esordire rispetto ai miei tempi.

È come se l’imbuto editoriale fosse stato ribaltato: prima si esordiva in pochi, ma chi riusciva a fare il salto iniziava una carriera; oggi, si concede l’esordio a chiunque, eppure gli scrittori sembrano sparire con la stessa velocità con cui sparisce il buon senso nella società digitale. Un fenomeno piuttosto curioso, che vede tutti – esordienti e veterani – auto-promuoversi in rete fino allo sfinimento.

All’inizio degli anni 2000 i social network sembravano un passatempo spensierato, divertente e innocuo, finché non abbiamo capito che in realtà ce li davano in regalo perché il vero prodotto eravamo proprio noi. Niente di male, si dirà? Peccato che questa subdola logica abbia trasformato ogni scrittore in un marchio da valorizzare direttamente sullo scaffale virtuale di Facebook, X o Instagram.

Banalmente: lo scrittore che diventi “amico” sui social media, di cui leggi ogni minchiata quotidiana e con cui puoi interagire con due o tre tap sullo schermo, non diventa forse meno desiderabile di quello irraggiungibile, misterioso, fuori dagli schermi? Sarebbe ora di chiedersi se il vero successo letterario non consista, piuttosto, in una gloriosa carriera postuma. Essere offline, allora, non è una purezza, ma il più astuto dei suicidi di marketing.

La mediocrità trionfa in rete

Un’altra perla del mondo digitale: in rete, a differenza di ogni altra piazza culturale, la mediocrità raramente incontra l’insuccesso. Anzi, per ottenere una minima visibilità, lo scrittore rischia di rovinare le sue ambizioni comunicative fino a trasformarsi in ciò che odia più di ogni altra cosa: un banalone a tempo pieno.

Ho visto parabole letterarie decadere sui social network: iniziano con citazioni cupe e ispirate di E. M. Cioran e finiscono in una ridicola esplosione di gattini. Sostituite pure i gattini con foto di tramonti o dell’autore da piccolo, l’importante è scatenare l’illusione del like facile. Il meccanismo è esattamente lo stesso del clickbait giornalistico, solo che qui si usa la poesia per attrarre e i cuccioli per vendere l’inganno.

Introiettare la mediocrità può avere effetti devastanti: ti trovi a diventare un tuttologo, convinto di dover esprimere opinioni su qualsiasi argomento, in una forma ibrida di narcisismo etico o di attivismo performativo, per citare il sagace Jonathan Bazzi. Insomma, la rete obbliga anche gli scrittori a una lotta impari tra autenticità e visibilità, finendo per trasformare la scrittura in un mestiere forzato, un’abile danza sul confine che separa l’arte dalla farsa.

Il perenne caos da social, quella melma di polarizzazioni esasperate e di rabbia senza freni, priva dell’unico salvagente chiamato audience televisiva: esiste forse un girone infernale più agognato? Qualcuno, nella sua magnanimità, si azzarda a invocare un equilibrio, un lampo di pudore. Ma come si fa a navigare sui social con sobrietà, con un minimo di decoro? Oggi più che mai, il mezzo è il messaggio. Sentirsi accusare di vigliaccheria o menzionare l’autocensura per paura della celeberrima shitstorm, come ha goffamente tentato di fare Walter Siti, è diventato il più perfetto dei meme digitali.

Allora, che si fa? Restiamo o fuggiamo via? Io resto, perché adoro sbagliare, godermi quelle idiozie collettive che imperversano ovunque. Dal momento che il virtuale ormai ci urla più forte della realtà vera, abbandonare significherebbe calcarsi la maschera dell’epoca che ci è toccata in sorte. Non saranno tanto gli scrittori a fuggire dalla rete, quanto (il condizionale, in questi casi, è più che giustificato) le opere stesse.

La prova del nove? Lo scroll. Quell’azione così invasiva da aver capovolto la nostra stessa percezione del lavoro e del tempo libero. Esatto, ha ribaltato le parti: il tempo libero, fagocitato dallo scroll compulsivo, è diventato una forma di lavoro; il lavoro, liberato dallo scroll, si è trasformato nel nostro preziosissimo tempo libero. E bisogna ammetterlo: le uniche attività impossibili da eseguire mentre scorriamo ciecamente il feed sono quelle a cui davvero attribuiamo qualche valore.

Provateci voi a leggere o scrivere un libro mentre viaggiate nello scrolling infinito: missione impossibile. Nonostante tutti i tentativi di spezzettare, sminuzzare o liofilizzare contenuti, la rete non riesce a digerire nulla che somigli lontanamente alla letteratura. E il contrario vale ancor di più: non c’è niente che faccia tanta antipatia alla letteratura quanto il mondo dei social.

Noi, naturalmente, siamo infinitamente peggiori delle nostre opere, che siano romanzi, racconti o poesie. Perciò possiamo benissimo rimanere. Per i più difficili di gusti, ecco pronta una torre d’avorio con connessione wi-fi, giusto per non perdere completamente il contatto con l’irreversibile follia della modernità.

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