Immaginate un giovane israeliano, appena tornato dal servizio militare a Gaza come riservista, che si ferma davanti a un celebre dipinto di Francisco Goya al Prado di Madrid. L’opera mostra un uomo con le mani alzate, gli occhi spalancati dal terrore di fronte a soldati armati che gli puntano una mitragliatrice. Ora, preparatevi alla scena da Oscar: il giovane inizia a piangere vorticosamente, incapace di fermarsi. Siamo nel 2024 e quella che gli affligge è stata battezzata in Israele “ferita morale”. Una spaccatura interiore talmente devastante da rendere ogni ideale etico che aveva sposato prima un ricordo distante e quasi insopportabile.
È la storia che Haaretz ha raccontato il 17 aprile, con un titolo che suona più come un mea culpa: “Mi sono sentito un mostro”. E d’altronde, non solo le vittime (in questo caso i palestinesi) sono destinate a soffrire, ma anche i loro carnefici, quei ragazzi israeliani cresciuti con il mantra “non sparare a chi non ha difese”, si ritrovano a fare i conti con un dolore che neanche il miglior psichiatra riesce del tutto a risolvere.
I racconti di chi è tornato da Gaza e si è sbattuto contro questi fantasmi interiori sono da far venire i brividi, con la maggior parte dei reduci letteralmente in cura. La croce che portano? Aver preso parte a quel massacro o, almeno, non aver avuto la forza di opporsi a un orrore da cui nemmeno il più inflessibile dei regolamenti militari sembra proteggere.
Questi giovani, invece di sentirsi eroi come vengono magnificati, si vedono per quello che sono: mostri. Non è una sindrome post-traumatica standard, no. Qui il problema è il perdono personale, quel tortuoso percorso che nessuno ha la decenza di facilitare. Ecco cosa si cela dietro il cosiddetto suicidio morale israelo-palestinese: ragazzi mandati a obbedire a ordini sbagliati, a uccidere civili innocenti, e tornare a casa con un carico di colpe che la società preferisce ignorare – o, peggio, condanna come tradimento.
Ricordiamo che l’esercito israeliano, contrariamente alla propaganda, non è esattamente il “più morale del mondo”. Però, sorpresa delle sorprese, resta pur sempre un esercito di popolo, fatto di ragazzi richiamati di continuo che ancora godono di una reputazione – sì, nonostante tutto – nella società israeliana.
Ecco perché il termine “genocidio” si impone con così tanta difficoltà ma, ironia della sorte, è ormai bandiera di quegli stessi attivisti israeliani che ogni settimana protestano: chiamare le cose con il loro nome significa colpire quello che è un pilastro sociale israeliano. Una specie di autocritica collettiva che fa tante feste di Natale a chi preferirebbe che tutto rimanesse com’è.
Il prezzo umano nascosto dietro le azioni militari
Non è un caso se dopo il 2023 i suicidi in Israele siano aumentati vertiginosamente: quasi l’80% riguarda soldati o ufficiali reduci da Gaza. E non dimentichiamo che migliaia altri combattono con malattie psichiche, quei dati che il governo di Bennett Netanyahu preferisce nascondere – possibile che la morale di uno Stato militare conti così poco di fronte alla sofferenza dei suoi figli?
E mentre in Italia si discute animatamente di una legge contro l’antisemitismo che condanna chi “paragona la politica israeliana contemporanea a quella nazista”, senza neanche ricordare che questa definizione non è che uno scudo per evitare riflessioni scomode, io mi permetto un piccolo, modesto richiamo storico.
Ricordiamo almeno qualcuno di quei carnefici tedeschi che hanno fatto dello sterminio degli ebrei una missione, con la loro fede cieca agli ordini e il loro agire per obbedienza a una volontà genocidaria. Forse, senza voler sembrare eccessivamente maliziosi, esiste un filo rosso che congiunge chi punta un’arma contro chi supplica misericordia, proprio come nell’opera di Goya.
Quello che posso solo sperare, visto il marasma di ferite morali in giro, è che da questa sofferenza nasca – anche se non senza fatica e tormento – una rinnovata etica, o almeno una nuova morale basata su pace e uguaglianza. Facile? No. Possibile? Chissà.



