Ah, lo sport, quella sublime arte di perdere con stile e di riconoscere la sconfitta con la dignità di un campione… o quasi. Jannik Sinner ci regala uno spettacolo emotivo in piena regola dopo la sua battaglia persa contro il leggendario Novak Djokovic all’Australian Open. Un match così tirato fino al quinto set che fa venire voglia di piangere, ma non per la sconfitta, bensì per la bellezza della frustrazione sportiva.
Il giovane talento italiano, pur sscontato, non manca di sottolineare quanto «faccia male» perdere una partita così importante, quasi ci aspettassimo che fosse un picnic domenicale. Ma non senza eleganza aggiunge che «poteva succedere di perdere» e ammette, con la sofferenza di chi ha avuto le occasioni e non le ha sfruttate, che Djokovic ha meritato. Peccato, il tennis non è una scienza esatta, è più simile a una roulette russa di colpi e decisioni infelici.
«Non c’è stato un solo momento in cui la partita è cambiata», insiste Sinner, ignaro del fatto che quello che conta è proprio quando e come si cambiano le sorti delle sfide. Nel quinto set, racconta con la voce rotta dal rimpianto, ha avuto diverse palle break sprecate e, al contrario, Djokovic ha tirato fuori dal cilindro dei colpi da applausi. Insomma, la solita storia del tennis: un sacco di errori, un pizzico di talento, tanta fortuna dall’altra parte.
Il numero 2 del mondo ricorda che conoscere Djokovic da tempo non serve a molto quando lui ha già all’attivo 24 Slam e tu ancora stai cercando la prima fila in paradiso. La motivazione in più sembra essere quella che distingue i dilettanti dai campioni: “Lui gioca meno tornei a causa dell’età, ma quando c’è uno Slam in palio, l’adrenalina sale. Io invece devo imparare ancora molto”, dice con la solennità di un apprendista.
Otto palle break buttate al vento nel set decisivo? Sinner non si sbilancia troppo, ammette che in gran parte dei casi Djokovic ha servito magistralmente. Niente scuse e nessun recriminare, solo l’umile accettazione che in fondo il tennis “funziona così” e bisogna “fare i complimenti” all’avversario. Peccato però, sembrava quasi il presidente della commissione fair play più che un avversario cocente.
Il trionfo e l’elogio alla resistenza notturna
Dall’altra parte della rete, Novak Djokovic è un fiume in piena, ma come ogni star che si rispetti, non manca di una gentilezza studiata nei confronti dell’avversario che gli ha regalato la vittoria. “Grazie a Jannik per avermi permesso di vincere”, esclama, quasi come se avesse fatto un favore. Un gesto di magnanimità che fa tanto signore e che di sicuro farà impazzire i fan.
Poi, un pensiero per quei fan eroici che hanno resistito fino alle due di notte per godersi l’inutile sforzo di un match che evidentemente meritava di durare un’eternità: “Grazie a chi è rimasto fino a tarda notte a seguirci”. D’altra parte, il tennis è anche questo: far scordare la sveglia e la vita sociale a centinaia di migliaia di spettatori.
Djokovic si prepara a sfidare il giovane fenomeno Carlos Alcaraz in finale, con già in tasca l’idea di conquistare il suo venticinquesimo Slam. Se non è un modo per ricordarci che la giovinezza, a volte, deve ancora imparare a battere la cementata esperienza.
Il serbo, avvolto da un entusiasmo contagioso, confessa di “adorare il rapporto passionale con il pubblico” e definisce quella notte australiana come “forse la più bella della carriera in Australia”. Un’affermazione che suona un po’ come la consacrazione di un eterno gladiatore, mentre si prepara ancora una volta a sfidare la bestia n° 1 del mondo.
Ecco la confessione di Djokovic:
“Anche io so giocare a quel livello. Ho visto la partita di Alcaraz, una partita incredibile. Oggi il valore del biglietto è stato ripagato. È come se avessi vinto, ma adesso dovrò lottare contro il n°1 del mondo e spero di avere ancora benzina.”

