Sinner continua a mettere in riga tutti a Miami e manda Michelsen a casa come se fosse un gioco da ragazzi

Sinner continua a mettere in riga tutti a Miami e manda Michelsen a casa come se fosse un gioco da ragazzi

«Mi fa piacere, ma non gioco per i record». Così si presenta Jannik Sinner, mentre tutti noi, abitanti e prigionieri della grande era dell’algoritmocene—a quella nuova età geologica in cui numeri, dati e statistiche sono i veri burattinai del nostro destino—abbiamo applaudito con entusiasmo il suo ultimo exploit a Miami. Il risultato del suo duello contro il mancino francese Corentin Moutet è stato sfornato dalla stampa e dai siti web con la solita pomposa enfasi: 26 set vinti di fila nei tornei «Masters 1000», poi saliti a 28, permettendogli di sorpassare il re incontrastato delle statistiche, Novak Djokovic. Ma il buon Sinner, con la modestia che lo contraddistingue, si è sbrigato ad abbassare i toni, come se avere numeri oggettivi a favore non fosse abbastanza per esaltarsi. Jannik ci aveva abituati a vincere facile, ossia a finire le partite rapidamente senza concedere nulla agli avversari, e anche ieri sera, agli ottavi, ha magistralmente applicato la sua “ricetta” al giovane americano Alex Michelsen, ventunenne numero 40 del ranking mondiale, distendendo così ancora un po’ la sua striscia vincente: 7-5 7-6.

Ecco, non illudiamoci: il record assoluto di set vinti consecutivamente, senza distinzioni di categoria o torneo, è un muro alto da superare. Lo detiene Jimmy Connors sin dal lontano 1976 con la modica cifra di 50 set consecutivi—nemmeno fossimo a Jurassic Park. Il nostro Sinner ha ancora un bel tratto di strada da percorrere. Intanto, nell’ennesima stagione che pare fatta apposta per confondere le idee, si avvicina con passi incerti a Carlitos Alcaraz, che ora si trova in evidente crisi dopo due passi falsi di seguito nel cosiddetto “Sunshine Double”. Banco di prova tutt’altro che semplice per il giovane spagnolo, che dovrà difendere il tesoretto guadagnato lo scorso anno fuori dal rosso di Monte-Carlo, Roma e Parigi, seminando imbarazzo un po’ dappertutto.

Naturalmente, c’è la possibilità, seppur ad oggi più fantasiosa che reale, che Sinner metta a segno il tris vincente in Florida e quindi, con qualche risultato favorevole, possa scalzare Alcaraz già nel Principato, approfittando di una sua sconfitta o peggio di una non partecipazione. Ma i sogni sono sogni e in questo caso si parla di pura fantatennis. L’unica cosa certa è che il tanto decorato Niño meraviglia sta attraversando un momento più oscuro del tunnel, incapace di mascherare l’evidente insofferenza manifestata prima, durante e dopo la sconfitta contro Sebastian Korda a Miami. Non si è fatto problemi a scagliarsi contro il suo stesso angolo, urlando a squarciagola: «Non ce la faccio più, voglio andare a casa… Adesso!». Ironia della sorte, riuscì comunque a trascinare il match al terzo set dopo un disastroso avvio. Anche le dichiarazioni alla vigilia delle partite non risparmiano motti altrettanto memorabili: «Contro di me tutti giocano come Roger Federer».

Il bersaglio immaginario e le fragilità di Carlitos

Il “bersaglio invisibile” che per tanto tempo sembrava gravare sulle spalle di Sinner adesso sembra essersi magicamente spostato sulle spalle di Alcaraz. Ma, ahimè, Carlitos non possiede quella ferrea determinazione che ha trasformato Jannik in una macchina da guerra. Dopo una serie di impegni, eccolo che perde troppo facilmente la bussola mentale, bramando solo il conforto di casa, forse una spiaggia a Ibiza e, perché no, un po’ di relax. Il format allungato dei tornei «Masters 1000», con due settimane di girandola tennistica frenetica, è il peggiore amico di questo slittamento emotivo.

Un piccolo aiuto l’ha dato la sostituzione nel coaching staff. Nel pieno dell’anno, Alcaraz ha salutato il suo storico allenatore Ferrero, noto per essere una specie di sergente di ferro. Dopo quella rottura, l’ex ragazzo prodigio sembra aver perso la strada, e il suo sostituto, il più “soft” Lopez, sembra l’unico in grado di gestire questi momenti di fragilità. Ma a giudicare dalle smanie di vacanza che agitano Carlitos, anche il nuovo coach ci deve stare più o meno facendo a pugni.

Nel frattempo, il nostro stacanovista Sinner ne approfitta come meglio può, affinando la sua forma e continuando imperterrito a macinare successi. Chi l’avrebbe mai detto? Nel gioco spietato e un po’ grottesco del tennis moderno, è la costanza e la freddezza a fare la differenza, non la solita retorica del campioncino esaltato o dell’idolo infrangibile. Nell’era dell’algoritmica, è bene che Jannik continui a giocare «senza inseguire i record» perché, tra numeri e statistiche, a meno che non si tratti di uno show di luci e ombre, le vittorie rimangono l’unico risultato apprezzabile.

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