«Bez, Kimi, Grand’Italia!». Oh, che bella dedica piena di patriottismo sfacciato. Jannik Sinner, dopo aver trionfato al Masters 1000 di Miami con un elegantissimo 6-4 6-4 su Jiri Lehecka, celebra l’ennesima giornata memorabile per lo sport italiano. Perché si sa, non c’è mai stagione senza una vittoria italiana da sbandierare sotto il sole, come se il bel paese fosse una fabbrica infinita di campioni. La giornata è lunga come un discorso elettorale: si è aperta all’alba con la vittoria di Kimi Antonelli nel Gp di Cina e si è chiusa a notte inoltrata con il trionfo del giovane tennista, passando per la vittoria in MotoGP di Bezzecchi ad Austin. Un tris d’oro che però ha visto svanire la gloria piena in Florida, a causa della sconfitta nel doppio femminile di Errani e Paolini, stroncate 7-6 6-1 dalla coppia Siniakova-Townsend. Peccato, ma mica si può avere tutto, no?
La cosiddetta “Sunshine Double” – che suona già come un premio Nobel per l’ottimismo – quest’anno si è trasformata in una versione bagnata e fradicia, con una pioggia che ha giocato a fare il guastafeste, ritardando e interrompendo la finale dopo il primo set. Ma chi se ne importa: Jannik Sinner, già regina incontestata due settimane fa a Indian Wells, è diventato l’ottavo giocatore nella storia a completare questo raro doppio successo – e attenzione – il primo a farlo senza perdere un set. Ma sì, rinunciamo a quel piccolo dettaglio fastidioso che è la fatica, qui si parla di gloria pura!
Unendosi in una lista “da leggenda” che include mostri sacri come Jim Courier, Michael Chang, Pete Sampras, Marcelo Rios, Andre Agassi, Roger Federer (che ha pure fatto tripletta), e Novak Djokovic con le sue quattro doppiette multimedaglie, Sinner si prende un posto d’onore tra coloro che potevano permettersi di ignobilmente dominare senza neanche sudare un set. Chi l’avrebbe mai detto? Una passeggiata fuori dal comune.
Jannik Sinner ha detto:
«Le finali sono sempre difficili, ho cercato di restare solido nonostante il campo pesante. Sono rimasto concentrato nei momenti importanti. Ho lavorato molto per arrivare qui, è fantastico tornare a casa con due trofei; non l’avrei mai immaginato, è un risultato davvero complicato da raggiungere.»
Insomma, uno che si suda le medaglie come un artigiano delle racchette. Ora il “re del cemento” è ufficialmente lui, con il settimo titolo in un torneo ‘1000’, il secondo a Miami e il terzo consecutivo contando l’edizione indoor di Parigi. Solo Nadal e Djokovic possono vantare un curriculum simile di stravaganze. Con il suo 26° titolo ATP in carriera, Sinner si avvicina pericolosamente a Carlos Alcaraz, il cui regno sulla terra rossa è minacciato. I tornei di stagione sul rosso, soprattutto Monte-Carlo che inizierà domenica prossima, saranno la prossima arena dell’occhio del ciclone tra i due. Ironia della sorte: lo spagnolo ha una scadenza da 1000 punti da onorare – non proprio roba da poco.
Dal 2024 nessuno è riuscito a strappare a questa accoppiata da sogno un torneo in cui entrambi si schierassero contro. L’unica speranza per i comuni mortali nel circuito è un loro passo falso, una distrazione, o magari un cattivo umore passeggero. Ed eccoci all’incredibile Miami di quest’anno, dove in effetti il ragazzo Carlitos ha deciso di prendersi un break mentale che ha aperto uno spiraglio ai rivali. A sfruttare questa minuscola falla è stato Jiri Lehecka, che da oggi si piazza nientemeno che al 14° posto del ranking mondiale. Non male, vero?
Il ceco ha giocato bene, cercando di uscire dagli schemi più banali, ma alla fine la rocciosa solidità di Sinner l’ha semplicemente schiantato. La “volpe” del fondo campo ha sempre avuto quella dose di tenacia, ma ora si è dotata di un’arma in più: il servizio, che per anni era stato il suo punto debole. Ieri la sua dimostrazione di forza è arrivata in maniera lampante nel quarto gioco del primo set, quando ha difeso il break rimontando da 0-40 con cinque punti consecutivi, tutti frutto di ace o servizi vincenti.
Questa freddezza chirurgica, una tempra da killer capace di incidere con servizio e risposta nei momenti che contano, gli ha permesso di uscire da situazioni complicate, anche se a Miami non ha davvero messo il turbo al massimo. La vera sfida adesso? Trasportare questa efficienza da ghiaccio anche sulla terra rossa, dove Carlos Alcaraz regna come un vero imperatore. Cambierà musica, o il giovane talento italiano potrà finalmente cantare a squarciagola anche sul rosso?



