Quando incontri Leonardo Burgio, la prima cosa che ti balza in mente è che il significato originale di “sindaco” — dal greco “insieme” e “giustizia” — gli calza a pennello. Con questi due concetti ben fissati in testa, si è sentito in dovere di “sfidare” la legge regionale siciliana pur di essere eletto per tre mandati consecutivi come primo cittadino di Serradifalco (provincia di Caltanissetta), nonostante il divieto categorico dei due mandati. Ma attenzione a chiamarla “sfida”: per lui si tratta solo di “giustizia”. Ovvero il sacrosanto diritto dei cittadini siciliani di non essere considerati cittadini di serie B rispetto a tutte le altre regioni d’Italia.
In poche parole, mentre in tutti i comuni italiani con popolazione tra i 5.000 e i 15.000 abitanti la legge nazionale consente un terzo mandato, in Sicilia l’assemblea regionale ha bocciato per ben due volte questa misura, preferendo – con la consueta lungimiranza – tenere i propri cittadini in una condizione di disparità legislativa. Beh, Burgio non ha accettato di buon grado questo trattamento inferiore e, candidandosi alle ultime elezioni, ha deciso di combattere per mettere fine a questa discriminazione fatta col brodo regionale.
Per supportare la sua battaglia, ha fatto leva su quel “insieme” che tanto ama, presentandosi come capo di una lista elettorale che raccoglie in un minestrone indistinto tutti i partiti locali: da Fratelli d’Italia fino al Partito Democratico, dai Movimento 5 Stelle ai gruppi civici senza alcun pudore o coerenza apparente. La lista si chiama “Il Futuro ci Unisce”, un nome che fa tanto “abbiamo dimenticato ogni rivalità per il bene della comunità”, cosa che suona proprio come una storiella bella e consolatoria. Burgio, 42 anni, che della politica locale è un veterano da consigliere comunale dal 2005 e poi sindaco incontrastato di questo ameno paesello di 5.344 abitanti da undici anni (grazie anche alle deroga per il Covid che ha allungato i tempi), indica questa operazione come un “passaggio finale” di un’alleanza più di persone che di colori politici — e ci tiene a sottolinearlo – che mette al centro il bene della comunità, rispettando ogni identità. Chissà se gli elettori la pensano allo stesso modo. Aggiunge pure, con un pizzico di autoreferenzialità sportiva, di essere stato presidente del squadra locale di calcio, perché la sua poliedrica carriera sembra animata da un attivismo insaziabile.
Leonardo Burgio si augura che questa sua storia diventi un precedente politico e un modello a cui tutti dovrebbero ispirarsi — perché perché no, in Sicilia certe cose non accadono mai e il nostro piccolo eroe vuole cambiare lo status quo con la forza dell’”insieme”.
La sentenza che cambia tutto (o quasi)
Il momento decisivo della sua decisione di candidarsi per il terzo mandato è arrivato insieme alla sentenza numero 16 della Corte costituzionale, a fine febbraio, che si è occupata di un caso simile nella ben più celebre regione a statuto speciale della Valle d’Aosta. Prima di questa sentenza, l’assemblea regionale siciliana aveva infatti detto un bel “no grazie” all’idea di uniformarsi alla legge nazionale che permette appunto il terzo mandato in comuni della stessa fascia demografica.
Burgio racconta:
«A inizio febbraio, visto il veto dell’assemblea regionale siciliana, noi in consiglio avevamo fatto un passo indietro, cercando un altro candidato che potesse rappresentarci. Poi però, il 19 febbraio, con la sentenza della Corte costituzionale, tutto è cambiato. Ho esaminato la sentenza con il mio legale, Rocco Todero, e ho deciso di ricandidarmi.»
Quindi, secondo questa sentenza, le regioni a statuto speciale non possono fissare regole più restrittive rispetto alle leggi nazionali, ma solo migliorative. Tradotto in soldoni: non puoi imporre meno mandati di quanti la legge italiana consenta. E questo fa saltare la fila alle sacre leggi regionali siciliane che hanno preferito mantenere una regola rigorosa e un po’ anacronistica. Nel giro di poco tempo, la lista elettorale del sindaco è stata approvata all’unanimità dalla sottocommissione elettorale, una conferma che la legge – almeno a livello tecnico – era tutta dalla sua parte.
Il 9 giugno Burgio si insedierà per la terza volta con la sua giunta, dopo aver convinto il 65% degli elettori di questo paesino a dargli un’altra chance. Un risultato che in Sicilia, in un comune così piccolo, non si era mai visto prima d’ora. Un vero e proprio exploit della democrazia (o della fedeltà, a seconda dei punti di vista).
Naturalmente, non potevano mancare le polemiche da parte delle opposizioni, in particolare il coordinatore regionale del Movimento 5 Stelle e il deputato del Partito Democratico, che hanno immediatamente bollato il voto come illegittimo, inviando richieste di chiarimenti a tutte le istituzioni competenti. Ma Burgio non ci sta e rispedisce al mittente queste critiche:
«Sono solo attacchi privi di alcun valore legale, senza alcun fondamento. Abbiamo agito in completa legittimità, trasparenza e regolarità. La legge regionale non può avere più valore della Corte costituzionale, anche se a marzo l’Ars ha fatto la parte del gufo bocciando per la seconda volta la norma.»
Risultato? Si va avanti come se nulla fosse, sfidando una legge che solo pochi mesi fa era sembrata immutabile. Una “rivoluzione” amministrativa che, a ben guardare, assomiglia più a un escamotage per aggirare gli ostacoli burocratici dell’arretrata politica regionale siciliana.
Il futuro lo vediamo già: avanti così
Se c’è una certezza è che Leonardo Burgio non ha nessuna intenzione di mollare la presa. La convinzione di essere nel giusto e la fiducia in una sentenza costituzionale che rompe con antichi compromessi sono il motore che lo spinge a continuare a governare, con una coalizione eterogenea ancora sulle spalle e l’immancabile aura dell’uomo che osa dove altri si arrendono.
Con buona pace di chi vorrebbe limitare le sue ambizioni, Burgio si è attrezzato a diventare un modello da seguire (o un monito da evitare, dipende dai punti di vista), dimostrando come, con le parole giuste e un’interpretazione creativa delle leggi, si possa reinventare la politica locale a proprio uso e consumo. Del resto, il “bene della comunità” è un concetto così fluido da poter giustificare ogni tipo di stranezza, no?
Antonio Ferraro continua imperterrito le sue battaglie di sempre: la lotta alla mafia, definita «un obbligo, semplicemente fare ciò che è giusto», e l’ostinato rifiuto di una discarica che, guarda caso, i privati vogliono piazzare proprio nel suo paese. E non è finita: «Siamo il primo comune in tutta Italia per finanziamenti pro capite, dai contributi dell’UE fino a quelli provinciali: in undici anni abbiamo incassato circa 60 milioni di euro»..
Con questi fondi miracolosi ha sfornato niente meno che due piani triennali di opere pubbliche, che comprendono due scuole, la completa ristrutturazione del municipio – quel gioiellino –, uno stadio e un manto stradale rinnovato da far invidia alle autostrade tedesche. Ma non è tutto: tre immobili confiscati alla mafia, salvati grazie ai fondi del Ministero dell’Interno, sono stati recuperati e destinati alla comunità. Insomma, roba da manuale del perfetto sindaco antimafia.
Naturalmente, è stato protagonista attivo di processi sporti contro i mafiosi, testimoniando in udienza senza mai abbassare la testa davanti a ingiustizia, soprusi e violenza. Come dimenticare il sequestro di persona e il tentato omicidio subìto nel 2014, un episodio che lo ha segnato definitivamente? Racconta senza un filo di rancore di quella notte infernale:
«Un commando di cinque, otto persone è entrato in casa mia alle 22:30, svegliandomi, immobilizzando me e mia madre, somministrandomi una settantina di sprangate con un piede di porco finché non ho perso i sensi e sono caduto in una pozza di sangue».
Insomma, typical soirée da sindaco coraggioso. Non contenti, hanno rubato soldi e gioielli e minacciato morte qualora si fosse rivolto ai carabinieri – che, guarda un po’, si sono poi rivelati i suoi salvatori, i “suoi angeli custodi”, come dice lui, consentendogli una nuova nascita a distanza di trent’anni dalla prima.
Indovinate un po’? L’anno dopo diventa per la prima volta sindaco di Serradifalco, e ovviamente il copione non cambia: nel 2020 arriva in ufficio una busta bianca anonima contenente proiettili e una lettera di minacce – dulcis in fundo, nessuno ha mai capito chi le abbia fatte. Ma, eh, combattere la criminalità organizzata è un “dovere di ogni cittadino”, anche quando ti minacciano di spararti senza tante formalità.
Dalla mafia ai concerti: il salotto buono (?) della provincia
Ma il nostro non è solo un sindaco antimafia: è anche promotore culturale super impegnato. Serradifalco si autodefinisce il “salotto buono della provincia di Caltanissetta” – espressione quanto meno ambiziosa per un paese che, diciamolo, prima di lui era noto più che altro per altro.
Nel corso degli anni in piazza si sono avvicendati artisti di calibro – o almeno così ci tengono a far sapere – come Al Bano, Ricchi e Poveri, I Cugini di Campagna, e persino Fedez, atteso per il 10 agosto in occasione della festa patronale di San Leonardo. Perché, ovviamente, un cantante famoso è la chiave magica per rilanciare turismo e commercio, come se bastasse una hit per cancellare decenni di degrado economico.
Tra i grandi progetti per il futuro c’è nientemeno che la gestione della riserva naturale del Lago Soprano, oggi maltrattata dall’ex provincia: un autentico diamante grezzo da rivalutare, secondo il nostro glorioso sindaco.
Ah, la politica è una faccenda familiare: mamma Daniela Faraoni è una vecchia conoscenza della politica siciliana, ex assessore regionale alla Salute nella giunta Schifani. Il loro rapporto? Due linee parallele che non si toccano, dice lui, per evitare “qualsiasi tipo di conflitto di interesse”. Tipo la mafia delle poltrone, naturalmente.
Il sindaco 24/7 e la politica dei risultati… o quasi
E se gli chiedi cosa piace di più del suo mestiere, non si scompone: «In politica non esiste la riconoscenza»? Macché. Lui la riceve, e pure al costo di rubare tempo alla famiglia per dedicarsi anima e corpo a quella comunità che lo ha premiato con un roboante 99,3% di preferenze alle ultime elezioni.
Il suo primo atto da sindaco? Stracciare il cartello con gli orari di ricevimento “ufficiali”: nel suo ufficio si può accedere quando si vuole, perché, si sa, un sindaco vissuto 24/7 è quello che serve. Mentre noi poveri mortali continuiamo a chiederci come faccia a fare tutto senza diventare un robot.
In definitiva, un ritratto da manuale del perfetto eroe contemporaneo: coraggioso, finanziato, sempre presente, e incensurabile… finché dura.



