Shelly Kittleson torna libera dopo scambio coi miliziani Hezbollah peccato che l’Iraq ora diventa tabù per lei

Shelly Kittleson torna libera dopo scambio coi miliziani Hezbollah peccato che l’Iraq ora diventa tabù per lei

Dopo un’interminabile settimana di prigionia in Iraq, la giornalista americana Shelly Kittleson ha finalmente riassaporato la dolce libertà. A rilasciarla è stata la solida milizia filo-iraniana Kataib Hezbollah, che l’aveva rapita il 31 marzo scorso. Ovviamente, non lo hanno fatto per bontà di cuore: in cambio della sua libertà, hanno preteso la scarcerazione di alcuni loro prigionieri e, ciliegina sulla torta, la condizione inderogabile che la reporter abbandonasse immediatamente il Paese. Un gesto di generosità degno di nota, comunicato con il solito tono asciutto e autoritario, in pieno stile Kataib Hezbollah, proprio mentre gli Stati Uniti stanno preparando l’inevitabile ultimatum all’Iran.

Abu Mujahid al-Assaf, rappresentante della sicurezza della milizia iraniana, si è sentito in dovere di sottolineare la rarità dell’operazione: “In segno di rispetto per le posizioni nazionali del primo ministro uscente, abbiamo deciso di liberare l’imputata americana Shelly Kittleson, solo se lascerà immediatamente l’Iraq”. E giù quella frase da manuale: un gesto unico che non si ripeterà, visto che “ci troviamo in uno stato di guerra innescato dal nemico sionista-americano contro l’Islam”. Insomma, il nemico è sempre lì, quindi usate il buon senso e sparite dalla scena.”

Il paradosso del sequestro è che fino a ieri il gruppo paramilitare sciita non aveva mai ammesso ufficialmente il rapimento, né mostrato prove tangibili della sopravvivenza di Kittleson, né avanzato richieste chiare per la sua liberazione. Ma, mica per niente si chiariscono le cose solo quando conviene. La reporter, esperta corrispondente di Baghdad, era stata prelevata in pieno giorno da una via centrale della capitale irachena, trasformandosi in un ostaggio invisibile fino al momento giusto.

Nata nel Wisconsin e con 49 anni alle spalle, Shelly è una veterana del giornalismo sul Medio Oriente, collaborando con testate americane e italiane, tra cui spiccano Il Foglio e ANSA. Chi la conosce la definisce una reporter temeraria, che non si lascia intimidire da zone calde e complessità geopolitiche. Altrettanto temeraria, però, è stata la sua decisione di ignorare più di un avvertimento – anche la sera prima del rapimento – sulla pericolosità della sua permanenza in Iraq. Ci risparmiamo i consigli da mammina ansiosa, ma non stupisce scoprire che il suo nome fosse già su una lista «errata» nelle mani della milizia Kataib Hezbollah, cosa di cui lei era consapevole.

Le rivelazioni emerse durante i giorni di silenzio parlavano chiaro: Shelly sarebbe stata tenuta prigioniera come un cavallo di Troia umano, una specie di scudo vivente per bloccare i raid aerei statunitensi. Secondo fonti americane e irachene, il suo campo di reclusione sarebbe stato Jurf al-Sakhar, roccaforte del gruppo a circa 60 chilometri a sud di Baghdad. Una prigionia che somiglia più a uno scacco politico che a un semplice sequestro, un esempio perfetto di come la vita umana diventi un «pezzo» di scacchi nelle mani di chi pretende di difendere la patria.

Secondo il Washington Post, che ha raccolto informazioni da funzionari iracheni sotto anonimato, ci sarebbero stati continui tentativi di mediazione. I soliti politici sciiti influenti, in un ruolo più da negoziatori che da pacieri, sono entrati in contatto con la milizia per trattare il rilascio della giornalista. Era un effetto collaterale scontato: un sequestro del genere non passa certo inosservato, soprattutto quando il network della vittima ha una risonanza internazionale.

Il New York Times, puntuale come un orologio svizzero della disinformazione, ha riferito che Kataib Hezbollah avrebbe provato, senza pudore, a barattare Shelly con la scarcerazione di propri membri detenuti nelle carceri irachene. Naturalmente, ogni passaggio ha avuto il suo zampino diplomatico, con il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani che si è affrettato a chiedere l’indagine e l’estrazione di ogni possibile dettaglio per garantire il rilascio della giornalista, mentre l’ambasciata italiana si è attivata a sua volta con le autorità irachene.

La commedia del potere tra sequestri e strategia diplomatica

Alla fine, la liberazione di Shelly Kittleson appare come quel classico risultato “tutto sommato” prevista – un’agnizione in un teatro internazionale dove si recitano parte maschere ben calibrate tra interessi politici, posture militari e gesti umanitari di circostanza. Un sospiro di sollievo, ma senza illusioni: nessun eroe, nessun salvatore, solo un gioco di potere in cui la vita è pedina sacrificabile e il rispetto dei diritti umani un optional di lusso nelle strategie di controllo regionale.

Questo episodio conferma che, in quelle terre tanto amate dalle agenzie di stampa quanto disprezzate dai loro abitanti, la linea tra vittima, strumento e carnefice si fa sempre più sottile. E che, davanti a tutto questo, il giornalista coraggioso è solo uno dei tanti “scudi umani” involontari di un conflitto che nessuno ha il coraggio di fermare davvero.

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