Shell sotto pressione per dimostrare ancora una volta di non saper fare il suo lavoro

Shell sotto pressione per dimostrare ancora una volta di non saper fare il suo lavoro

Sono passati poco più di tre anni da quando Wael Sawan ha preso il timone da Ben van Beurden come amministratore delegato di Shell. Nel frattempo, tra voci di colpi di scena come un possibile tentativo di scalata su BP e sussurri di corridoio degni di una soap opera aziendale, c’è un dettaglio che è passato sotto traccia: quanto spesso il colosso petrolifero ha superato le aspettative durante le trimestrali.

In ben cinque degli ultimi otto trimestri, Shell ha sparato numeri che hanno fatto impallidire le previsioni degli analisti. Nel terzo trimestre dello scorso anno, per esempio, l’azienda ha annunciato profitti per 5,4 miliardi di dollari, superando ampiamente i 5,1 miliardi che anche i più ottimisti avevano vagheggiato.

Potrebbe trattarsi di un abile gioco di prestigio con le aspettative, nulla di più. Ma per un gigante seguito così maniacalmente dal mercato, una simile performance è roba da far alzare un sopracciglio – oppure entrambi.

E considerando che il prezzo del petrolio ha fatto cadere il suo valore anno su anno con la stessa grazia di un elefante in cristalleria, questo risultato suggerisce che Sawan ha ottimizzato le operazioni di Shell in modo più incisivo di quanto il mercato sembri apprezzare.

Immaginate ora che domani Shell presenti i risultati del quarto trimestre 2025 e dell’intero anno. Con il prezzo del Brent crollato di quasi il 19% nel 2025 e scivolato persino sotto la soglia dei 60 dollari al barile per la prima volta in cinque anni, è probabile che i guadagni complessivi per l’anno siano calati di quasi un quinto rispetto al 2024.

Per il quarto trimestre, la perdita sarà probabilmente intorno al 10% su base annua. L’ultimo aggiornamento sulle vendite di Shell ha chiarito che la divisione downstream, cioè la distribuzione e la raffinazione, avrà profitti più bassi, mentre il settore chimico annuncerà “una perdita significativa”. Ah, e non dimentichiamo il settore del trading energetico: si prevede un calo sostanziale rispetto al trimestre precedente.

Eppure, il segmento upstream, ovvero l’estrazione del petrolio e del gas, tiene botta. Il colosso ha annunciato che la produzione trimestrale oscillerà tra 1,84 e 1,94 milioni di barili equivalenti al giorno, leggermente superiore ai 1,832 milioni del trimestre precedente. Anche il gas naturale liquefatto dovrebbe mostrare un piccolo passo avanti.

Preoccupazioni sui ritorni di capitale

Nonostante questi lievi miglioramenti, le preoccupazioni intorno alla sostenibilità del programma di ritorni di capitale di Shell non si placano. Negli ultimi due trimestri, la società ha annunciato piani per riacquistare azioni per un totale di 3,5 miliardi di dollari ciascuno. Sì, avete letto bene: si tratta della sedicesima trimestrale consecutiva in cui Shell si vanta di ridare ai propri azionisti almeno 3 miliardi di dollari sotto forma di buyback.

Questo è ciò che potremmo chiamare “disciplina del capitale da manuale”. A parte Exxon Mobil, che non ha rallentato il ritmo nonostante il calo dei prezzi del petrolio, anche giganti come BP e Chevron hanno preferito abbassare la testa e ridurre i buyback nel 2025, piegandosi alle leggi del mercato.

Perciò, domani il mondo terrà gli occhi puntati su Shell per capire se continuerà a giocare questa partita d’azzardo finanziario senza strappi. La sua capacità di mantenere questo ritmo di riacquisti dipenderà molto dall’efficienza nel controllo dei costi.

Al Capital Markets Day di marzo 2025, Shell ha alzato l’asticella, portando l’obiettivo di riduzione dei costi da 2-3 miliardi a un più ambizioso 5-7 miliardi cumulativi entro il 2028. Non solo, ha ridotto anche la spesa in conto capitale annuale da 22-25 miliardi di sterline – fissata nel 2023 – a 20-22 miliardi di dollari tra il 2025 e il 2028.

Far peggio di così, poco dopo aver stabilito questi target, sarebbe davvero uno spettacolo indecoroso, e quindi un motivo per mantenere un certo ottimismo rispetto ai riacquisti azionari.

Dove finiranno i soldi?

Molto interessante sarà anche scoprire dove Sawan intende investire il capitale. Secondo un’indiscrezione di Reuters, la compagnia sta pensando di vendere gli assets di shale oil e gas nella regione di Vaca Muerta, nella provincia argentina di Neuquén. Il motivo? I costi di produzione laggiù sono più alti che negli omologhi pozzi americani, il che rende difficile giustificare gli investimenti. E sì, “potenzialmente” la vendita potrebbe fruttare miliardi, un altro modo per finanziare buyback o nuovi progetti.

Nel frattempo, noi spettatori privilegiati continuiamo ad assistere a questo grandioso spettacolo di equilibristica finanziaria, incantati da una Shell che, tra risultati fluttuanti e strategie di mercato, sembra un illustre acrobata del petrolio e del denaro ancora deciso a non cadere.

Il nuovo corso di Sawan alla Shell sembra mirare a una rivoluzione lenta ma continua, un restyling del portafoglio che sta facendo piazza pulita di asset che una volta brillavano, come se stessimo cancellando tracce di un passato troppo ingombrante. Via l’impianto di gas naturale liquefatto in Argentina, addio a qualche progetto di energie rinnovabili, e nello stesso tempo si spinge forte in Nigeria. Già, perché se nel resto del mondo la casa anglo-olandese si dimostra quasi annoiata, in Nigeria rispolvera l’entusiasmo e i grandi numeri.

Recenti incontri con il presidente Bola Tinubu ad Abuja hanno acceso i riflettori sui miliardi di dollari investiti da Shell nel Bonga North, un progetto offshore da capogiro a 120 chilometri dalla costa nigeriana, per non parlare del giacimento di gas HI, dove si parla di due miliardi di dollari. Ma la vera ciliegina è il progetto Bonga Southwest, un investimento potenziale da 20 miliardi di dollari, destinato a essere una delle più mastodontiche operazioni energetiche sul pianeta. Che meraviglia: da quasi indifferenti a fanatici nigeriani in poco tempo. Chissà quali caffè sociali hanno bevuto da quelle parti.

Tra l’altro, questa svolta nigeriana suona proprio come una magia: com’era quella storia che Shell stava uscendo dal petrolio per rincorrere l’energia pulita? Sembra soltanto una bella bugia. Nel frattempo, Sawan cerca di non far trapelare troppo una certa sindrome da BP, il rivale britannico molto più piccolo ma per certi versi più brillante negli ultimi tempi.

Negli ultimi mesi, Shell ha dichiarato pubblicamente e con gran forza di non avere alcuna intenzione di inglobare la rivale, scelta che almeno dal punto di vista regolatorio ha impedito qualunque mossa per sei mesi. Quel periodo è scaduto a Natale, ma l’idea di qualche fusione pare più morta che viva, soprattutto dopo che le azioni di BP sono schizzate del 25%. Non sia mai che Shell si svegli dal torpore!

Questa telenovela finanziaria vede anche l’addio di Greg Gut, ex capo fusioni e acquisizioni, probabilmente colui che aveva osato sognare a voce alta un matrimonio con BP. Adesso? Silence. In alternativa, si vocifera che Shell stia pensando di trasferire la sua quotazione principale a New York. Un modo molto elegante per fare un dispetto alla City di Londra e mostrare al mondo chi davvero comanda, no?

Strano, però, che tutto questo non abbia ancora provocato una rivoluzione nei mercati londinesi. Forse perché, nonostante un rendimento finanziario migliore di Chevron negli ultimi due anni, il valore di mercato di Shell resta ancora dietro a quello del gigante americano. Sarà questa la vera origine di mal di pancia e agitazioni interne? Difficile crederci, ma non impossibile.

Le visite in Cina e il teatrino diplomatico occidentale

In un altro capitolo di questa saga internazionale, vediamo Regno Unito e Cina precipitare in un braccio di ferro tutto business, a suon di visite diplomatiche dal sapore di riavvicinamento quasi nostalgico. Dopo anni di gelo, il primo ministro Keir Starmer si è finalmente concesso una visita di quattro giorni in Cina, la prima in otto anni da parte di un leader britannico. Ovviamente non si è firmato nessun accordo di libero scambio degno di questo nome, ma largo spazio a investimenti milionari e partnership commerciali degne di un film d’azione.

L’eco di questo fa sorridere, specialmente se si pensa ai moniti di Donald Trump, che da lontano avverte – con la solita aria minacciosa – quanto sia pericoloso per il Regno Unito commerciare con la Cina. Il paradosso classico: gli “alleati” americani, dopo aver tuonato contro Pechino, ora si affrettano a firmare accordi perché tutti si sono accorti che fare rete contava più di una minaccia. Guai a dire che il primato “America First” ha fatto più danni che altro.

Più che agitare le armi, a Pechino piace mostrare i sorrisi. La presenza di Starmer è stata accolta come un segnale di importanza fondamentale per l’economia globale, un riconoscimento implicito che la Cina, le sanzioni o no, resta una potenza di riferimento con cui fare i conti. Un’affermazione quasi velata, ma poderosa, del suo peso geopolitico, che non si cura troppo delle ire americane.

Astrid Nordin, rispettata docente di relazioni internazionali cinesi presso il King’s College London, ha puntualizzato:

“Gli Stati Uniti appaiono sempre più come un partner instabile e inaffidabile. Per molti era già imperativo avere buoni rapporti con la Cina, ma ora appare ancora più chiaro dato il clima di volatilità.”

La Borsa e i mercati britannici: tra alti e bassi più o meno prevedibili

Il FTSE 100 ha ballato tra alti e bassi la settimana scorsa, superando quota 10.300 martedì per poi chiudere in leggero calo dello 0,26%. La sterlina ha perso terreno sul dollaro, cedendo da 1,38 a 1,37, dimostrando che non siamo proprio in una piccola corsa al rialzo. I rendimenti dei titoli di Stato a 10 anni, i mitici gilt, sono leggermente scesi dal 4,539% al 4,512%.

Insomma, niente drammi ma nemmeno grandi trionfi. La volatilità regna sovrana, ma è proprio questo il bello di stare nel gioco britannico del denaro e della potenza geopolitica.

Prossime date da segnare in agenda

Se amate i colpi di scena, segnatevi queste date: il 5 febbraio si decide il tasso d’interesse della Banca d’Inghilterra. Subito dopo, il 6 febbraio arriveranno i dati sui prezzi delle case ad opera di Halifax, e il 10 febbraio occhi puntati sulle vendite al dettaglio secondo il BRC. È il primo trimestre dell’anno che dà i segnali più significativi e la tensione è palpabile.

Nel frattempo, tra una svendita e un investimento faraonico, continuiamo a osservare lo spettacolo politico-economico, fatto di strategie celate, retromarce epiche e qualche sorriso di troppo. Benvenuti nel teatro delle contraddizioni globali.

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