Con una maggioranza schiacciante di 606 voti a favore, 16 contrari e 39 astensioni, l’inevitabile è finalmente accaduto: le nuove norme sull’importazione di acciaio sono state approvate, introducendo quote d’importazione più basse. Per la precisione, i volumi di acciaio esenti da dazi scendono a 18,3 milioni di tonnellate annue, un taglio drastico del 47% rispetto al 2024. Come se non bastasse, per chi osa superare questi tetti, è prevista una mazzata daziaria del 50% – esattamente il doppio rispetto al 25% attuale – che sarà applicata anche ai prodotti siderurgici fuori quota.
L’intento – anzi, la cavalleria che salva l’industria siderurgica europea – è quello di proteggerla dagli “effetti negativi” del commercio internazionale, cioè dalla fatale sovrapproduzione globale. E, nel raro istante in cui qualcuno si ferma a pensare, scopriamo che queste nuove misure subentrano alle precedenti, le quali scadranno il 30 giugno 2026. Il tutto, per salvaguardare un settore che, ovviamente, non può permettersi di confrontarsi con la realtà economica internazionale.
Miglior tracciamento, o come rincorrere il ladro con il binocolo
Non soddisfatti di complicare la vita a produttori e importatori, i legislatori hanno deciso di rubare la scena con il nuovo, geniale principio di “fusione e colata”. Tradotto in italiano spiccio: l’origine dell’acciaio si decide dove il metallo viene fuso e colato per la prima volta. Dato che fino a ieri si giocava da tutt’altra parte, questa trovata dovrebbe limitare la furba elusione delle norme da parte di aziende non UE che, con la pratica delle trasformazioni minime in paesi terzi, cercavano di passare inosservate.
A complicare il quadro, in modo quasi romantico, la procedura prevede che nell’assegnazione di queste quote speciali venga considerata anche la situazione dell’Ucraina, che è un Paese candidato con “difficoltà particolari in materia di sicurezza”. Un’aggiunta che fa tanto solidarietà un po’ pelosa, per non dire proprio diplomatica, nella gestione del dossier industriale.
Karin Karlsbro, relatrice svedese del gruppo Renew, ha osato così commentare:
“L’Europa ha bisogno di un’industria siderurgica forte e competitiva, basata sul commercio, l’innovazione e la concorrenza leale. È essenziale combattere gli effetti negativi del commercio causati dalla sovraccapacità globale, e accolgo con favore il fatto che l’esenzione per le bramme d’acciaio russe non sia stata prorogata. Allo stesso tempo, l’Ucraina non deve essere penalizzata dalle misure UE mentre la sua industria siderurgica è sotto attacco diretto della Russia. L’Ucraina non è la causa della sovraccapacità globale. Dobbiamo trattarla come un futuro Stato membro dell’UE e partner strategico, e l’Unione deve mantenere la promessa di concederle uno status speciale nel nuovo regolamento.”
Che succede dopo? La saga continua…
Il nuovo regolamento, ovviamente, deve passare l’esame finale del Consiglio, che – si spera – lo trasformerà in realtà il 1º luglio 2026, giorno in cui diventerà operativo. Fino ad allora, pazientate e trattenete il fiato, perché il mercato europeo dell’acciaio sta per diventare un campo minato burocratico di quote, dazi e “principi di colata”.
Un settore strategico sotto scacco globale e burocratico
Le famose misure di salvaguardia globali sull’acciaio, in vigore dal 2018 grazie all’Accordo sulle misure di salvaguardia dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), verranno ufficialmente archiviate il 30 giugno 2026. Ma l’industria siderurgica UE non è che possa proprio dormire sonni tranquilli: fondamentale per la strategia economica e militare europea – come certificato dal piano d’azione della Commissione per acciaio e metalli (il famigerato SMAP) – è sotto pressione da anni.
Da un lato, è alle prese con una vera e propria invasione di importazioni, sia in termini di volume che di prezzi bassissimi, dettati da un’eccessiva produzione globale che fa tanto “crisi facile”. Dall’altro, ha già dovuto dire addio a quasi 100.000 posti di lavoro da quando è iniziata questa storia, cioè dal 2008. Il risultato? Un quadro di difesa, protezione e politica industriale che sembra più uno dei peggiori scenari da commedia dell’assurdo a Bruxelles.



