Certo, gli avvocati e le avvocate sono una fonte inesauribile d’ispirazione per le serie tv. Fin da quando esistevano solo i telefilm, quei trasmissioni vintage che i nostri nonni guardavano prima dell’invenzione della fiction. Ma tranquilli, è solo questione di terminologia: in fondo, ciò che conta è che la fascinazione per le toghe, con tutta la loro aura di drammaticità e retorica da tribunale, non passa mai. In effetti, sul piccolo schermo, gli avvocati funzionano. Pensate a Perry Mason interpretato da Raymond Burr (1957-1966), il capostipite assoluto della narrativa legale in televisione, che ci ha insegnato a proclamare «Mi oppongo, vostro onore» come mantra familiare sin dall’infanzia, gettandoci a capofitto nei meandri della procedura penale americana.
I moderni sceneggiatori però, in barba a ogni rispetto per la sacralità della toga, li “strapazzano” a loro piacimento e uso. Prendiamo i creatori spagnoli Susana López Rubio, Javier Holgado e Jaime Olías, che con la loro serie Perdiendo el juicio (tradotta con il ridicolo titolo Senza giudizio, come se la lingua italiana fosse una malattia contagiosa) propongono un concentrato di avvocati come fossero ingredienti di una zuppa. Ma attenzione: il pezzo forte è la giovane e tormentata Amanda Torres (Elena Rivera), che si ritrova a combattere contro un improvviso Disturbo Ossessivo Compulsivo, subito dopo aver perso il bambino atteso con l’ex marito-collega César (Miquel Fernandez).
Naturalmente, la vita privata degli avvocati è un intrico di drammi e tradimenti da film di serie Z. Amanda si ritira in casa, sospende il lavoro, il marito scappa come un codardo ma torna ciclicamente per farsi rifiutare, mentre lei trova conforto e un nuovo fidanzato (anche questo collega, ovvio) nel malconcio ma brillante Gabriel Ochoa (Manu Baqueiro), che rappresenta il solito cliché del “cavaliere sgangherato ma dal cuore d’oro”. E come se non bastasse, sia l’ex marito che il nuovo amante hanno altri legami amorosi incrociati con colleghi figli di grandi giuristi. Una specie di circolo vizioso in cui gli avvocati si amano, lavorano e tradiscono solo tra di loro, creando una vera e propria enclave di leggendarie complicazioni sentimentali.
Dieci Episodi di Legge, Amore e Intrighi Impossibili
La serie si sviluppa su dieci episodi, con una struttura prevedibilmente monotona: ogni puntata presenta un caso legale complesso, spesso con sfondo sociale, che i nostri diligenti ma improbabili protagonisti tentano di risolvere. Com’è moda, applicano la geniale eterogenesi dei fini: alla fine, mentre inseguono un obiettivo, ne ottengono un altro – immancabilmente inaspettato, e soprattutto più drammatico.
Un episodio esemplare riguarda la difesa di un “occupante” di vent’anni, un ex rapinatore che però ha trasformato abusivamente una villa in un centro culturale contro la speculazione edilizia e il turismo-pazzo che sta distruggendo i centri storici, in questo caso Madrid. Ovviamente, gli avvocati orchestrano un piano da thriller: i vicini, seguendo le direttive legali à la carte, denunciano l’occupante per allungare i tempi dello sgombero. Non male come strategia per proteggere i diritti morali di un “ladro” con una missione culturale.
Oppure l’episodio surreale dove si difende un uomo ossessionato dall’idea di andare in prigione per stare vicino al figlio incarcerato, che lo ha già rimosso. Per andare in galera, l’uomo lancia un sassolino contro l’ambasciata del Bhutan, un gesto semplice ma geniale, visto che lì non esiste l’estradizione. Insomma, dramma di altissimo livello filosofico.
Il nodo gordiano è la morte di Jaime, futuro cognato della protagonista e socio dell’ex marito, che finisce per essere il vero motore dietro il complesso intrigo. Nel frattempo, Amanda Torres prova a scollarsi il peso del suo DOC, affrontando il mondo fuori dalla sua bolla casalinga, anche se continua a disinfettare compulsivamente ogni superficie che tocca, in un’allegoria non troppo velata dell’ossessione del controllo in un ambiente fuori controllo.
Tanta enfasi sui primi piani degli occhi grandi di Amanda sembra voler sostituire il vuoto narrativo con la poesia dello sguardo intensamente tormentato. Eppure, dietro questo schermo, si cela un interrogativo che la serie ripete come un ritornello noioso: è meglio la legge o la persona? Non si tratta di essere “senza giudizio” – come malamente tradotto il titolo – ma proprio di perderlo, quel senso di giudizio, tra i mille problemi che la vita, la legge e le interpretazioni burocratiche portano con sé. Per poi, ironia della sorte, ritrovarlo grazie al lavoro, ai sacrifici e, perché no, a un po’ di zucchero che fa andare giù la pillola.



