Se non sei d’accordo per forza sei uno stupratore, la brillante rivoluzione del dibattito sulla legge Bongiorno

Se non sei d’accordo per forza sei uno stupratore, la brillante rivoluzione del dibattito sulla legge Bongiorno
Di.Re – Donne in rete contro la violenza si uniranno in una manifestazione dai toni fortemente contrari — a chi? Alla proposta di modifica dell’articolo 609 bis del Codice penale, quella pensata e proposta dalla ben nota presidente Giulia Bongiorno. L’appuntamento è alle 15 in piazzale Medaglie d’Oro, un corteo che promette di agitare le acque già turbolente del dibattito sul consenso e la violenza sessuale.

Naturalmente, il pretesto ufficiale è “contrastare” la modifica, che – attenzione – vorrebbe cambiare il concetto stesso di consenso e la valutazione della violenza sessuale. Il rischio paventato? Tornare a tempi più “semplici” in cui le donne devono dimostrare di aver detto “no” a sufficienza, come se la chiarezza avesse una misura standard. Quindi, per riassumere: si teme un arretramento clamoroso, un ritorno al passato che ignora la complessità delle esperienze di violenza e l’esperienza quotidiana di chi affianca chi subisce.

Chi parla? Nientemeno che la CGIL, che con solennità dichiara la sua adesione all’evento con un messaggio che ha il sapore di un proclama: negli ultimi anni, a quanto pare, “scelte legislative, culturali e simboliche stanno seriamente mettendo a rischio diritti, libertà e tutele delle donne”. Il ddl ‘Stupri’? Nient’altro che un attacco mascherato, un’iniziativa che mina la credibilità delle vittime e, naturalmente, la loro autodeterminazione. Insomma, non resteranno certo in silenzio.

A fare eco a questo coro ci pensa anche il più antico, glorioso e probabilmente stanco Centro Antiviolenza di Milano (Cadmi). Il loro giudizio? Un “gravissimo attacco alla libertà e alla dignità” delle donne, roba da non credere che ancora nel 2024 si debbano leggere simili scritte sui muri, figurarsi sui giornali. Il nocciolo della questione: per configurare lo stupro, la vittima dovrebbe manifestare chiaramente una volontà contraria all’atto sessuale. Un’idea così semplice che ignora le mille sfumature dell’esperienza umana – freezing, paura di ritorsioni, dinamiche psicologiche –, figurarsi la vita reale. A sentire loro, questo significa spostare sull’attore dell’aggressione un’arma quasi automatica: il “ma lei non ha detto no abbastanza forte”. Che genio del diritto!

Senza un “sì” esplicito, è violenza: il manifesto inoppugnabile

Il presidente di Cadmi, Manuela Ulivi, mette il puntino sulle i con la delicatezza di un bulldozer: questa proposta è un “arretramento legislativo, culturale e simbolico”, un vero e proprio attacco alla libertà sessuale delle donne. La società civile – o almeno chi detta leggi e regole – deve sentirlo forte e chiaro: ogni atto sessuale deve avere dietro un consenso libero, cioè palese, immediato, senza se e senza ma. “Senza un sì, è violenza”, titolo e curva di questo melodramma contemporaneo che promette di infiammare le piazze di mezza Italia.

Chissà se gli organizzatori si rendono conto della meravigliosa contraddizione: si vorrebbe riformare la legge per definire meglio cosa è consenso, ma alla fine sembra che l’unica pensione valida per un atto sessuale sia un consenso brandito come una bandiera bianca o un certificato di definitiva autorizzazione all’abuso legislativo da parte di quella stessa società che si dice attenta, ma risulta piuttosto codarda. E intanto, tra manifestazioni e proteste, il vero dramma resta quello di donne che ogni giorno devono affrontare realtà molto più complesse di qualunque proposta di legge precipitata dall’alto.

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