A quanto pare, il mistero della scomparsa di Daniela Ruggi si è finalmente risolto con una scoperta degna di una sceneggiatura da romanzo noir. I resti della 32enne sono stati rinvenuti, non con un colpo di genio investigativo, ma da due escursionisti che si sono imbattuti in una vecchia torre abbandonata. Che fortuna, giusto a due passi dalla sua casa, a Vitriola di Montefiorino, in quel paradiso dell’Appennino modenese dove tutti si conoscono e nessuno si sorprende più di nulla.
Ovviamente, per sapere che i resti erano proprio della povera Daniela, sono serviti gli immancabili test del DNA. E, come se non bastasse, ci è voluto un intero arco di tempo per prelevare campioni da oggetti appartenuti a lei e addirittura a sua madre. La tecnologia avanza, ma la burocrazia italiana scintilla di efficienza proverbiale.
Il giallo di Daniela Ruggi e il sospetto “Lo Sceriffo”
La giovane sparisce il 19 settembre 2024. Ultimo avvistamento? Si fa per dire, perché l’ultima traccia ufficiale è il suo ingresso al pronto soccorso per un’infezione che, per fortuna o purtroppo, non era grave. Poi il silenzio, rotto solo dall’allarme lanciato… una settimana dopo da un’assistente sociale, che aveva seguito Daniela per un po’ di tempo e che stranamente si era accorta della sua assenza solo dopo così tanto tempo. Forse quella “abitudine” della ragazza a starsene da sola e a sparire per giorni senza dire una parola aveva creato negli altri la più totale indifferenza.
Dopo le cure, la vediamo l’ultima volta in un bar. E non era sola: con lei c’era Domenico Lanza, soprannominato “Lo Sceriffo”, che poi finirà indagato per sequestro di persona a dicembre 2024. Fa davvero piacere sapere che, quando si tratta di sparizioni, il folklore locale si arricchisce di figure tanto pittoresche quanto inquietanti.
Quanto alla coscienza collettiva della cittadinanza, lasciamo perdere ogni commento. Quando l’assistente sociale si accorge della sparizione dopo una settimana, e poi le indagini vanno come vanno, si capisce che l’efficienza è solo una parola contenuta nei manuali di diritto e procedura. E non ancora una realtà tangibile.
“Lo Sceriffo” e il baffuto caso degli indumenti intimi
Non bastasse la scomparsa dall’altro mondo conosciuto come efficienza investigativa, la polizia locale ha pensato bene di far salire a bordo una svolta tutta personale. Nel corso degli accertamenti in caserma, sono stati trovati nel baule di “Lo Sceriffo” gli indumenti intimi della ragazza sparita. Chiamatela pure fortuna, o invadente tenacia degli agenti, sempre che non sia più semplicemente l’inconfondibile tocco di chi ha deciso di sfasciare qualsiasi regola della decenza investigativa.
Provate a immaginare il coordinatore delle indagini che si arrovella, pensando a come tenere ben nascosti i mutandoni altrui in un baule personale. Se non fosse di una tristezza sconcertante, potrebbe quasi suscitare ilarità. Ma no, questa storia è alquanto drammatica, non scherziamo.
Questo scandalo non fa altro che mettere in risalto l’incapacità – o la totale mancanza di senso della misura – di chi dovrebbe proteggere, investigare e risolvere. Semplici indumenti e una sparizione, eppure in questo teatrino di vizi e insabbiamenti, tutto sembra essere diventato un’infinita parodia.
Un’indagine che si trascina tra silenzi e incoerenze
Il caso di Daniela Ruggi è l’emblema della lentezza, dell’insipienza e della mancanza di trasparenza che spesso galleggiano nel mare torbido delle indagini italiane. Una ragazza scompare, poi ricompare tristemente sotto forma di resti scheletrici, raccolti da due escursionisti fortunati nel cuore di una regione dove, almeno sulla carta, vige la sorveglianza sociale.
E mentre tutto questo accade, attendiamo che qualcuno ci illumini con quelle scintille di chiarezza, giustizia e rigore che purtroppo sono ancora a livelli bassissimi. Per ora, ci godiamo lo spettacolo di “Lo Sceriffo” che tiene in cassaforte gli indumenti intimi di una persona scomparsa. Perché, si sa, nulla come un baule pieno di contraddizioni riesce a raccontare il dolore altrui.

