Per una volta, l’aula di Montecitorio ha interrotto i suoi soliti battibecchi politici con un’applauso lungo e improvviso, come se fosse caduto un proprio idolo. Il presidente di turno, Giorgio Mulè, ha mostrato una faccia da pesce fuor d’acqua, evidentemente confuso. Dopo qualche secondo di smarrimento, ha trovato la forza di riprendere la parola con un’ironia tanto involontaria quanto perfetta: “Credevo applaudiste me, poi ho letto le agenzie. Ora ho capito.”
Eh già, proprio così: l’applauso non era per lui, bensì per la notizia bomba del giorno, le dimissioni di Daniela Santanchè da ministra del Turismo. Un momento così raro da far fermare persino chi presiede i lavori parlamentari, quasi stentando a credere a ciò che stava accadendo sotto i propri occhi.
Il trionfo dell’inatteso
Chi avrebbe mai detto che l’addio di una ministra potesse catalizzare più applausi dello stesso palazzo? In un mondo dove gli scandali e le polemiche approfondiscono le interminabili noie del Parlamento, la mossa di Santanchè ha sorpreso tutti, colta da un clamore degno di un premio Oscar piuttosto che di una dimissione politica.
Eppure, tra un applauso e l’altro, la scena è stata tutta giocata sulla confusione del presidente di turno: un attimo per pensare “Finalmente tocca a me!”, subito spazzato via dalla consapevolezza che a ricevere la standing ovation fosse qualcun altro. La satira della politica italiana riassunta in un attimo di autentica comicità drammatica.
Una scelta che parla da sé
Le dimissioni di Daniela Santanchè non sono state annunciate come un trionfo o una grande vittoria, ma hanno comunque il potere di far scattare l’applauso, quasi di liberare un’intera platea politica dalle sue fatiche quotidiane. Se una ministra può provocare questo effetto uscendo di scena, viene da chiedersi quanto efficace fosse stata la sua presenza.
Resta il fatto che in un Parlamento spesso troppo preso dai battibecchi inutili e dagli scontri teatrali, la realtà delle dimissioni diventa una boccata d’aria fresca – o forse una tregua – che, ironicamente, viene celebrata con l’entusiasmo tipico dell’inaspettato. Magari, chissà, avrebbe dovuto lasciare prima.
Il presidente della Camera e quell’applauso mancato
Giorgio Mulè, normalmente abituato a mantenere la compostezza, ha mostrato un attimo di vulnerabilità interpretando al meglio chi si sente messo in secondo piano. Il suo commento, una miscela perfetta di ironia e autoironia, ha squarciato per un attimo il teatro della politica italiana rivelandone il lato più umano. O solo quello più sarcastico?



