Tanto rumore per nulla. Tutti con il fiato sospeso per TonyPitony, la tanto declamata “mina vagante” della kermesse, che però sfoggia un duetto con Ditonellapiaga talmente ricordabile quanto una pioggia d’estate: temporanea e bagnata senza risultato. Interpretano “The Lady Is a Tramp”, ma non aspettatevi un concerto, piuttosto una lezione di recitazione. Movimenti esasperati, pause come fossimo a teatro, ironia dosata col contagocce: più che cantare, recitano. Non manca la parte parlata – cosmopolita e dal sapore inclusivo, grazie all’asterisco miracoloso sugli arancin* – e per chiudere in bellezza… un caco abbandonato a terra. Surreale? Eccome. Regia che indugia sul frutto come fosse l’ultimo totem sacro dell’Ariston. Chissà perché tanta celebrazione per un povero caco, probabilmente destinato a diventare il nuovo simbolo di Sanremo.
Nel frattempo, il bacio tra Gaia e Levante durante il loro duetto sulle note di Gianni Nannini è passato praticamente inosservato in diretta, grazie a una regia magnanima che ha allargato l’inquadratura proprio nel momento clou. Come per magia, sui social è scoppiato il caso “censura” – parola che pare abbia più vita propria di un tormentone estivo. Il gesto, spontaneo e perfettamente integrato nella performance, è stato subito trasformato in bandiera per gli scandali dell’ultimo minuto, dimostrando ancora una volta che con la voglia di polemica non si scherza, specialmente quando i tempi sono lenti e i fatti scottano.
Per fortuna, c’è sempre lui: Alessandro Siani, il salvagente della serata. Dopo l’effervescenza di Ubaldo Pantani del giorno precedente, Siani trascina il pubblico e la serata stessa con la sua consueta miscela di spettacolo, risate e improvvisazione. Momento clou? Carlo Conti che indossa la maschera di TonyPitony e scatena un coro di risate capaci di sciogliere ogni tensione. Ironia leggera come una piuma mentre l’emozione vera arriva con Gianni Morandi e Tredici Pietro: padre e figlio sullo stesso palco, con voce e sguardo che tradiscono un’emozione sincera, fragile e potente insieme. Non semplicemente un duetto, ma una dichiarazione di vita che alza l’intimità a spettacolo. Un Morandi così teso all’Ariston non si era mai visto, e la platea, con il fiato sospeso, sembra sentirlo vibrare nell’aria.
Tullio De Piscopo, fresco di ottanta candeline, detta il ritmo con la sua batteria ipnotica, facendo tremare il palco dell’Ariston. Al suo fianco LDA e Aka7even danno il massimo su “Andamento Lento”, simbolo del 1988. I ballerini spingono al massimo, la platea si alza e scandisce il nome “Tullio, Tullio” come fosse un mantra: un’energia strabiliante che unisce generazioni diverse, mettendo insieme leggenda e giovani promesse in un affresco tanto struggente quanto potente.
Tra un omaggio e l’altro a Ornella Vanoni la serata si tinge di brividi eleganti. Fiorella Mannoia, insieme a Michele Bravi, fa notizia non solo per la sua musica, ma anche per la spilletta con la bandiera palestinese appuntata con fierezza sul bordo del suo abito nero. Una piccola provocazione nel marasma colorato del festival, il cui significato è tutto da decifrare, ma che sicuramente non passa inosservata.
E poi c’è J-Ax, che si aggrappa a una Milano nostalgica e sbiadita, celebrando vecchie glorie con “E la vita, la vita” di Cochi e Renato. Sul palco con lui un manipolo di icone della milanesità: Paolo Rossi, Paolo Jannacci, Ale e Franz e l’immancabile Cochi Ponzoni, tutti sotto l’egida della “Ligera County Fam”. La serata si chiude con un mesto saluto a Pozzetto: «Ciao, Renato!» che riecheggia come un addio a un tempo che non c’è più.
Così le cover promettono di fare scintille grazie a un mix apparentemente improbabile: ironia che strappa risate, commozione da lacrime, audacia e leggerezza, ritmi irresistibili e passaggi generazionali. L’Ariston si confonde tra teatro, discoteca, museo della memoria e festa sfrenata, tutto in un battito di ciglia. Peccato solo quando la sostanza e la spontaneità cedono il passo alla messinscena calcolata, ma si sa: anche nel peggio c’è sempre da godere come se non ci fosse un domani.



