Finalmente, nella terza serata del Festival di Sanremo, si comincia a vedere un minimo di ritmo. Come? Con i comici, naturalmente, che improvvisamente portano un po’ di vita in questo teatro troppo spesso ingessato. Prima Ubaldo Pantani con la sua impeccabile imitazione di Lapo, uno dei suoi cavalli di battaglia, riesce a strappare qualche sorriso – o almeno qualcosa che gli assomigli. Poi tocca a Vincenzo De Lucia, che ci regala ben due caricature: una sorta di Laura Pausini bis e una perfida Maria De Filippi, evidentemente inviata speciale dal regno delle gag scontate.
E qui veniamo al pezzo forte, o forse alla gag più involontaria della serata: la modella Irina Shayk sul palco. La nostra eroina conduce una trasmissione in italiano senza… conoscere l’italiano. Una performance che potremmo definire “molto internazionale” e che lascia tutti a bocca aperta – per non dire svegli di soprassalto a chiedersi se fosse una trovata o solo un imbarazzante disastro linguistico.
Ma il vero momento di pathos arriva dai cantanti che, si sa, sono lì per cantare ma si emozionano come se stessero affrontando un discorso di fine mandato. Tra loro spicca Sal Da Vinci, che regala un’esibizione impeccabile quanto a voce e presenza scenica ma, una volta finita l’ultima nota, scoppia in lacrime. Un mix perfetto di talento e fragilità che riesce a strappare un colpo al cuore anche ai più cinici.
Quando la comicità salva la serata… o almeno ci prova
Che Sanremo fosse un contenitore dalle mille sorprese lo sapevamo, ma la vera domanda è: quante di queste sorprese sono volute? Sospettiamo che con una conduzione più brillante e meno patinata, la serata avrebbe avuto tutt’altro sapore. Invece, abbiamo dovuto accontentarci di qualche imitazione più o meno riuscita e di una modella straniera che ha dimostrato che “parlare italiano” è un optional per partecipare alla kermesse.
Eppure, le lacrime di Sal Da Vinci ci ricordano che sotto strati di paillettes e luci soffuse, la musica e l’emozione ci sono ancora. Se solo potessimo sentire meno stonature e più sincerità, forse la festa della canzone italiana non sarebbe solo una passerella di effetti speciali e momenti “trash” ben orchestrati.



