Sanremo ci regala l’epopea tragicomica di Pantani-Lapo e la statuina perfetta Irina Shayk, tra chicche e cadute memorabili

Sanremo ci regala l’epopea tragicomica di Pantani-Lapo e la statuina perfetta Irina Shayk, tra chicche e cadute memorabili

C’è un momento durante il Festival di Sanremo in cui capisci che lo spettacolo ha davvero preso il volo. Spoiler: non è quando parte la musica o quando le star sfilano giù per le scale con vestiti stiratissimi e sorrisi da conta-like professionista. No, il vero zing sul palco arriva quando l’assurdo fa capolino come un ospite indesiderato, quel tipo di assurdo vestito con un completo tricolore e che sembra confondere i canali del telecomando. Il clou della serata? Un sabotaggio gentile, una piccola crepa nel marmo impeccabile dell’Ariston, degna della migliore ironia italiana.

Ubaldo Pantani, vestito da Lapo Elkann, scende la scalinata come se stesse entrando nel consiglio d’amministrazione del patriottismo più kitsch. Guarda Carlo Conti e lo chiama «Fabio Fazio» con la sicurezza di chi ha appena scordato i nomi di tutti, quasi come un saluto rituale al caos. «Senza tavolo e senza acquario c’è più spazio», dice, facendo cadere con violenza ogni congiuntivo proprio sotto il palco. Conti prova a correggerlo, ma ormai è troppo tardi: la confusione regna sovrana.

Ma non è finita: Pantani comincia a inanellare perle di ignoranza impareggiabile. Quindici big – perché gli altri quindici sono stati addirittura «elinati», ovvero eliminati con un tocco di originalità lessicale – e i The Kolors diventano una band inglese alle prese con un Erasmus linguistico napoletano. La ciliegina sulla torta? La violinista dell’orchestra promossa a maestra di «ukulele da clavicola». Questo sì che è un affresco fedele dell’Italia, quella che si prende in giro da sola e riesce a sorridere alla propria inettitudine con classe.

Ma, incredibilmente, la serata prende una piega decente. Laura Pausini emoziona con «Heal the World» di Michael Jackson, accompagnata dai piccoli cantori del Coro dell’Antoniano e del Coro di Caivano, tutti vestiti di bianco come se si fosse sul set di un film pacifista alla Hollywood anni ’50. Sullo sfondo dell’Ariston, campeggia l’imperativo morale «Make Music Not War», con la cantante che spiega: «Vogliamo un mondo senza guerre e lo vogliamo per loro». Il pubblico si commuove, e per mostrare che non è semplicemente «tutti cantano Sanremo», parte un karaoke collettivo con i grandi successi dello Zecchino d’Oro – perché, naturalmente, siamo tutti bambini dentro, almeno a Sanremo.

Quando arriva qualcosa di più internazionale, l’atmosfera si fa ancora più rarefatta. Eros Ramazzotti, in smoking nero e con tutta l’emozione trattenuta, riporta tutti ai fasti iniziali della sua carriera. Il suo «Adesso tu» compie quarant’anni, ma non li dimostra, come una star immortale – o almeno quel che ne resta. Con una voce che racchiude ancora un mondo intero, dichiara quasi da santone che il successo non l’ha cambiato, ma spera che le cose cambino fuori. Per un momento, il Teatro Ariston si lascia andare davvero all’ascolto.

L’ingresso di Alicia Keys è come una scossa: tuta nera di pelle, pianoforte, e un italiano pronunciato con rispetto. La sua «L’Aurora» si trasforma in un ponte che – per una volta – unisce davvero culture e lingue, come se il mondo potesse abitare in una nuova stanza sussurrata piano. Standing ovation genuina, non la solita educazione da palcoscenico, ma un tributo sincero alla melodia e al talento. Poi arriva la leggendaria «Empire State of Mind», solo voce e piano, senza orpelli, senza scale monumentali. Ecco, questo è il vero spettacolo: ironia pungente che distrugge la noia rituale di Sanremo e musica che incanta, anche con qualche problemino tecnico di troppo.

Ma poi abbiamo il fondo del barile. Irina Shayk: bellissima, impeccabile, perfetta, praticamente una statuina da museo, che attraversa il palco come se dovesse solo essere ammirata e non coinvolta. Silenziosa, muta, senza una parola in italiano. Forse scegliere una co-conduttrice monolingue inglese in un festival che vive di doppi sensi, sfumature e chiacchiere è stata una di quelle idee che fanno sorgere dubbio serio sulla direzione artistica. Solo Laura Pausini, poliglotta per eccellenza, prova a lanciarle una palla. Evidentemente però la palla resta lì, senza risposta, come un dialogo interrotto a metà e un’occasione sprecata. Non è questione di accento, ma di presenza: a Sanremo funziona tutto quando cade, quando inciampa e pure quando qualcuno sbaglia congiuntivo – ma rimane autentico e vivido. Non funziona invece quando tutto resta di superficie, spettacolo per gli occhi senza anima, vetrina di abiti sofisticati e niente più.

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