«Non siamo noi a cercare gli artisti, sono loro a proporsi», dichiara Carlo Conti mentre ci fa sentire, per la prima volta, qualche anteprima delle canzoni del Sanremo. Che gentilezza, quasi come se fosse un dono divino riservato a un’élite eletta. «Speriamo che questa selezione possa piacere a quante più persone possibile», aggiunge con l’entusiasmo di chi sa già che il pubblico sarà spaccato tra lodi e critiche feroci.
Ovviamente, il paragone con il festival dell’anno scorso, descrivibile solo come un miracolo di risultati difficilmente replicabili, è d’obbligo. E come ciliegina sulla torta, i social quest’anno non hanno proprio risparmiato veleno contro il cast. Ma lui, che si definisce “asociale” e che non legge i commenti online, si mostra indifferente al giudizio popolare. Perché, ovviamente, «il parere di un professionista non è uguale a quello di chi parla per passatempo».
Gli ospiti restano il segreto meglio custodito di questa edizione, mentre l’elenco ufficiale delle cover sarà reso noto solo tra pochi giorni. Non solo: il pubblico dovrà aspettare il 1° febbraio per conoscere nomi e dettagli riguardanti i possibili co-conduttori o altre soprese non svelate ancora. Nulla è lasciato al caso, si direbbe, ma tutto avvolto in un alone di mistero certamente strategico.
L’omaggio a Pippo Baudo, icona intramontabile della musica e televisione italiana, non vedrà momenti celebrativi specifici, ma un’atmosfera di dedizione per tutta la durata del festival. D’altronde, non sarà certo un gesto plateale a divertirci, giusto? Il clou sarà un museo temporaneo dedicato a Baudo che verrà inaugurato in città, con un pensiero anche per Ornella Vanoni, Peppe Vessicchio e Tony Dallara. Che sapore di nostalgia.
Le pagelle delle canzoni di Sanremo 2026: applausi e sbuffi
Tommaso Paradiso, con “I romantici”, si guadagna un dignitoso 7. Un neo-papà che non poteva esimersi dal dedicare una ballata alla figlia, tra dolci promesse di non replicare gli errori paterni. Tenero, se non fosse pateticamente scontato.
Fedez e Marco Masini, con “Male necessario”, ottengono un altro 7. Il rap di Fedez si sposa con la melodia di Masini in un mix che funziona, si dice, forse perché l’anno scorso è andata così. Una canzone pop che coinvolge, anche se il titolo sembra già un’autobiografia.
Leo Gassmann con “Naturale” si prende un modesto 6-. Distaccarsi con classe da un cognome ingombrante è certamente una sfida, ma il brano richiede più ascolti per convincere. La prima impressione? Meh.
Arisa e la sua “Magica favola” si beccano un triste 5. Perfetta colonna sonora di un film Disney di serie B stile “Frozen”, un esercizio di stile limitato che non lascia il segno. Sicuramente può fare di più, non è mica un segreto.
Ermal Meta con “Stella stellina” conquista un funzionale 7 grazie a percussioni drammatiche e un testo toccante dedicato a una bambina di Gaza ormai scomparsa. L’unico accenno minimamente “politico” in tutta la kermesse sanremese, visto che di solito si tratta più che altro di happening superficiali.
Elettra Lamborghini con “Voilà” si vede riservare un sonoro 3, perché aspettarsi un’evoluzione da una tarantella nel 2026 è forse troppo? Evidentemente sì. «Viva la Carrà» non basta a salvare la baracca.
Michele Bravi, con “Prima o poi”, ottiene un modesto 5. Originale e riconoscibile, con una storia artistica che si costruisce lentamente, Sanremo sembrerebbe portargli fortuna. O forse solo una presenza più o meno tollerata.
J-Ax, con “Italia starter pack”, riceve un decoroso 6. Country? La musica da quadriglia è tornata a fa ballare gli italiani – che certo aspettavano questo – ma tira un po’ fuori dal lontano armadio pezzi da Luna Park. Il che dovrebbe anche far riflettere sul livello generale.
Chiello, con “Ti penso sempre”, strappa un 6 senza picchi. Talento da vendere e appeal verso il pubblico giovane, ora la vera sfida è catturare chi ha già superato la prima adolescenza.
Patty Pravo, con “Opera”, si attesta a un sobrio 6. Un ritorno classico da diva della musica italiana, con una canzone firmata da Giovanni Caccamo. Sicuramente niente di sconvolgente, ma almeno la voce regge.
Francesco Renga e “Il meglio di me” si aggiudicano un 6-. Voce granitica, forse sufficiente a uscire da posizioni di classifica sempre troppo basse, ma la domanda resta: basterà stavolta?
Fulminacci, con “Stupida sfortuna”, fa un bel balzo con un meritatissimo 9. Il pezzo più interessante tra i “trentenni”, un lampo che promette di fulminare davvero il pubblico. Il vero outsider della serata.
Levante, con “Sei tu”, ottiene un bel 7. Un brano sincero per una cantautrice che sembra non aver più niente da dimostrare ma che affascina ancora.
Sayf con “Tu mi piaci tanto” conquista appena un 6. La generazione Alfa già lo acclama, mentre lui cavalca ondate pop con qualche citazione al mitico Berlusconi in “L’Italia è il Paese che amo”. Curioso, almeno.
Sal da Vinci e “Per sempre sì” prendono un buon 7. Praticamente la colonna sonora di mille matrimoni con un ritornello così accattivante che il successo sembra garantito ancor prima di partire.
Samurai Jay, con “Ossessione”, merita un 6-. Un occhio al Sudamerica e un autotune che fa storcere il naso, ma il ritmo c’è e anzi, riuscirà pure a salire sul palco dell’Ariston. Ecco, almeno quello.
Infine, Belen Rodriguez e Malika Ayane con “Animali notturni” portano a casa un incoraggiante 7 e mezzo. Sarà interessante vedere se basterà per far dimenticare qualche caduta di tono da parte degli altri concorrenti.
Continuare a cercare il ritmo perfetto della propria discografia è un’impresa titanica, ma qualcuno ci prova ancora, magari con un’escamotage che fa muovere il piedino. L’up tempo cresce, però, solo a ogni nuovo ascolto, segno che l’entusiasmo iniziale lascia presto il posto a un leggero fastidio.
Raf, con “Ora e per sempre”, si affida alla penna del figlio Samuele. Voto? Un arrendevole 5. La canzone si incaglia esattamente lì dove ci aspettavamo: nessuna novità dirompente, nessun brivido, solo la consueta routine che sa di déjà vu e un’ombra malinconica di ciò che fu.
Come risveglio, magari meno violento di quanto sperato, ecco “Resta con me” dei Bambole di pezza, un gruzzoletto che strizza l’occhio al pop più che al rock. Poco male, il pezzo funziona e non merita di finire nel dimenticatoio. Voto 6+, perché sorprendere piace più che deludere.
Nayt, con “Prima che”, prova a varcare quel confine tra l’esistenziale e il poetico, ma inciampa nell’infilata esasperante di parole e concetti: droga, crisi, amori deviati e non amori a volontà. Il risultato? Un pasticcio di intensità e confusione. Voto 5, più per buona volontà che per altro.
Il giovane Tredici Pietro ci regala un “Uomo che cade” che nulla ha a che spartire con il papà Gianni Morandi. Qui il rap old school si trasforma miracolosamente in un pop che ti prende senza nemmeno chiedere permesso. Ottimo flow e un voto meritato che arriva a un onesto 7.
Per chi pensa che l’Intelligenza Artificiale sia roba da robot senz’anima, ecco Dargen D’Amico con “AIAI”, ironica esclamazione dolorosa che mette insieme il famoso acronimo con la realtà di ogni giorno. Simpatico, irriverente e crudele, questo pezzo vola ad un ottimo 8.
Luch’ con “Labirinto” ci regala, invece, la canzone che probabilmente nessuno aspettava e nessuno voleva. Siamo nel territorio del già sentito e del già capito: un mix di trap, rap e pop stirato dal peggior autotune fuori tempo. Voto? Un meritato 4, forse anche generoso.
Enrico Nigiotti rompe il silenzio con “Ogni volta che non so volare”, prova poetica dall’orchestrazione aperta. Abbandoniamo per un momento l’insignificanza generale per immergerci in parole più profonde, frutto di una collaborazione con Pacifico che rende tutto più credibile. Voto 7.
Perle rare e capitomboli sonori
Maria Antonietta e Colombre, con “La felicità e basta”, ci consegnano una canzonetta tanto inutile da sembrare un esperimento fallito. Un salto nel vuoto musicale senza rete, dove la sostanza latita senza scuse. Voto scarso: 4 e avvisaglie di noia profonda.
Mara Sattei invece vira decisamente verso il pop con “Le cose che non sai di me”. La svolta era attesa, accompagnata da una produzione complessa con ben tre cambi di scala armonica. Aggiungiamo anche il fratellino Tha Sup e il gioco si fa interessante. Voto 7-, forse anche un po’ abbondante visto il contesto.
Eddie Brock, dopo la rivelazione estiva “Non è mica te”, si incarta miseramente con “Avvoltoi”, proposta tanto anonima quanto dimenticabile. Davvero peccato, considerando le aspettative. Voto risicato a 3.
LDA e Aka 7even si cimentano in “Poesie clandestine”, con un ritmo leggero e latineggiante ereditato – manco a dirlo – da papà Gigi D’Alessio. Riusciranno a mantenere la freschezza oltre il teleschermo? Per ora un timido 6-.
Ditonellapiaga fa capire subito con “Che fastidio!” che molta confusione aleggia sull’idea stessa della canzone. Ritmo da cassa in quattro non proprio convincente e titoli che fanno più sperare che altro. Il voto è tristemente basso: 3.
Serena Brancale con “Qui con me” mette in campo il mestiere di una professionista che quest’anno ha deciso di urlare un po’ meno. Risultato? Un pezzo che va di diritto nella top five – voto 7 e mezzo – perfetto esempio di eleganza e mestiere nel panorama musicale italiano ormai faticosamente riconoscibile.



