San Siro saluta il suo addio con un’ultima serata da sogno (o da incubo, decidete voi)

San Siro saluta il suo addio con un’ultima serata da sogno (o da incubo, decidete voi)

Che modo epico di dire addio al glorioso San Siro: uno stadio grondante di 80 mila tifosi ha fatto da cornice al gran galà inaugurale delle Olimpiadi invernali, un addio spettacolare prima di essere semplicemente spazzato via. Ovviamente, non poteva limitarsi a Milano, no; la grande kermesse ha voluto farsi un giro tra montagna e città, toccando anche Cortina, Livigno e Predazzo. Insomma, l’armonia tra trucioli e asfalto è il tema di questa festa, un’equilibrata sinfonia di contrasti da favola, accuratamente organizzata dal grande regista Marco Balich.

In apertura, niente meno che la diva globale Mariah Carey, pronta a infiammare la scena con una versione “esclusiva” de “Nel blu, dipinto di blu” del maestro Domenico Modugno. Ciliegina sulla torta: la cantante ha sfoggiato un elegante gobbo a teleprompter, affinché la pronuncia imprecisa – o perlomeno “anglofona” – non tradisse i testi di questo capolavoro italiano. Assoluta classe.

In sospiro solenne fa il suo ingresso il maestro dell’ovvio, il nostro caro Sergio Mattarella. A bordo di un tram d’epoca coccolato dal mito delle due ruote Valentino Rossi, il Presidente non poteva certo mancare a un evento simbolico come questo. Dopo un boato degno di un concerto rock, il Capo dello Stato, saldo accanto alla brillante presidente del Comitato Olimpico Internazionale Kirsty Coventry, si accomoda trionfante in tribuna d’onore, accompagnato dalla figlia Laura. L’entusiasmo è palpabile, quasi come se si fosse visti un miracolo.

Il piacere patriottico continua con un’interpretazione dell’inno nazionale da parte di Laura Pausini. Che dire? Il nostro tricolore ha mai suonato così… interessante.

Un momento modaiolo d’eccezione si è poi espresso con un tributo al raffinato Giorgio Armani, il nostro ambasciatore dell’italianità nel mondo. Lo stadio si è illuminato dei colori della bandiera, mentre tre gruppi di modelle calcavano la passerella con creazioni dal sapore tricolore: un tripudio di verde, bianco e rosso che hanno reso vivo quello che praticamente è uno striscione ambulante. Fiabesco, no? Da cinepanettone, ma fa scena – e le modelle hanno pure consegnato la bandiera a un onorato corazziere. Evviva la tradizione!

Dopo la sfilata, spazio alla poesia, perché anche le Olimpiadi amano sentirsi intellettuali. Qui sul palco è salito Pierfrancesco Favino, che ha recitato “L’infinito” del nostro caro poeta Giacomo Leopardi, passando poi alla parte intitolata “Città e montagna”. Chissà se tra le cime il Leopardi avrebbe gradito questo valzer di ex stadi e passerelle.

Si chiude con il più classico dei simboli olimpici: i cinque cerchi che rappresentano l’unione (leggasi “ibrido disneyano”) dei continenti. La coreografia, curata da decine di danzatori, ha così svelato la morale di questo spettacolo: solo un miscuglio di mondi diversi può generare un’armonia universale, quella che congiunge popoli, posti e generazioni, almeno sulle scenografie, ché nella realtà… beh, quello è un altro discorso.

Segue la sfilata degli atleti con l’atteso ingresso dell’Italia, accolta da un boato quasi incomprensibile per la decenza: i nostri campioni, capitanati dai portabandiera Arianna Fontana e Federico Pellegrino, hanno percorso il Meazza tra applausi e selfie. Levate il cappello: 70 atleti da cinque discipline diverse – dallo short track allo sci di fondo – hanno mostrato tutta la loro faccia olimpica a Milano.

Nel frattempo, altre comitive si radunavano altrove per la parata: a Cortina, guidati da Federica Brignone e Amos Mosaner, 35 atleti si affrontavano con curling, sci alpino, skeleton e slittino; a Predazzo, appena in tredici cavalieri di salto con sci e combinata nordica; infine a Livigno, altri 28 sfrontati hanno dato spettacolo con sci alpinismo, freestyle e snowboard. Insomma, olimpicità multitasking, perché uno stadio non basta più a contenerci.

Federica Brignone ha intensificato il cliché emotivo dichiarando con dovizia di toni: “Essere portabandiera in casa è qualcosa di davvero speciale. Sono felicissima, emozionata e carica. È un sogno che si realizza.” Scordatevi basi, scenografie, organizzazioni: quello è il colmo dell’emozione olimpica. E se vi state chiedendo quando ha saputo la notizia, eccola: “Ero in macchina, stavo guidando, e mi hanno detto: ‘Possiamo nominarti?’. Io ho risposto: ‘Sì, fantastico’. Quando me l’hanno confermato è stato meraviglioso. Fin dall’inizio ho pensato che la parte più bella sarebbe stata riuscire ad arrivare.” Emozionante fino alle lacrime, non trovate?

Partecipare alle Olimpiadi? Per Federica Brignone è stata una passeggiata, o almeno così ha voluto far credere. Dopo un percorso da “eroina moderna” che nemmeno una maratona di montagne russe, essere qui a fare sfilare il proprio orgoglio è un traguardo quasi sovrumano. E la ciliegina sulla torta? Il divertente siparietto con Amos Mosaner, compagno di cerimonia, che pare abbia ispirato alla nostra azzurra il rimpianto di non aver indossato i tacchi fin dal primo incontro. Genialata, non c’è che dire.

Il pubblico di San Siro, sempre un modello di compostezza e di equilibrio, ha accolto gli atleti con applausi calorosi… ma con qualche fischio poetico, specie quando è entrata in scena la delegazione israeliana. Perché applausi sono buoni solo per chi ci piace, e urla “buu” risuonano come una melodia perfetta per chi invece proprio non va giù. Sorprendentemente, anche il vicepresidente americano J. D. Vance si è guadagnato una cornice di jeering in piena regola, ma la delegazione degli Stati Uniti ha comunque incassato applausi da stadio, probabilmente per compensare l’imbarazzo.

E mentre lo stadio si vestiva in giallo e blu per omaggiare l’eroica Ucraina, scatenando un boato di approvazione da parte della platea, rimane chiaro come anche qui la diplomazia e la morale abbiano le loro stranezze. Una grande festa, senza dubbio.

Sabrina Impacciatore e il Musical degli Invernali

L’attrice Sabrina Impacciatore, in un ruolo che definire “spettatrice” è quasi riduttivo, ha guidato il pubblico in un viaggio iconico attraverso un secolo di Olimpiadi invernali, sintetizzato in un video animato degno di un cartone animato Disney dai toni nostalgici. Un musical che, tra balletti e successi radiofonici dagli anni ’50 a oggi, ha provato a infondere un po’ di magia a un evento altrimenti già ultra-saturo di retorica e autoreferenzialità.

La Lezione Suprema dei Gesti “Italiani”

Quale modo migliore di celebrare l’Italia se non con una performance di gesti tipicamente italici? Il tutto orchestrato da Brenda Lodigiani, attrice e comica tutta mani e sorriso, che si è esibita offrendo una masterclass di comunicazione visiva per quei poveri stranieri della platea. Si narra che un italiano medio accompagni ogni parola con non meno di 200 movimenti di mano, trasformando così il parlare in un’arte paraletterale e confondendo tutti coloro che cercano di seguire una conversazione senza l’ausilio di traduttori gestuali.

Insomma, non basta la lingua, ci vuole anche l’acrobazia delle dita. Un po’ come se i discorsi fossero monologhi teatrali improvvisati senza rete di sicurezza.

Bocelli, Leggende del Calcio e Pallavolo da Oscar

In una perfetta sintesi di “chi ha fatto tanto e ora passa il testimone”, il tenore Andrea Bocelli ha intonato il classico “Nessun dorma”, mentre la fiaccola olimpica è sfilata su un palco che sembrava una comitiva nostalgica del calcio italiano. I fuoriclasse Beppe Bergomi e Franco Baresi hanno passato la fiamma a tre pallavoliste stellari del calibro di Paola Egonu, Anna Danesi e Carlotta Cambi, e ancora al capitano della nazionale maschile, Simone Giannelli. Insomma, il glamour italico in salsa sportiva non si è fatto mancare nulla.

Attimi di Panico al Terzo Anello

Perché ogni evento di massa che si rispetti ha bisogno della sua bella dose di caos, e qui non si è fatto attendere. Nel “terzo anello”, un gruppo di spettatori ha cercato di evadere in anticipo dalla cerimonia, ricevendo però un caloroso benvenuto dagli steward incaricati di assicurare l’ordine (anche se forse più per il gusto di mantenere la calma). Tra discussioni e improbabili giustificazioni di sicurezza, la fuga è stata a malapena consentita, innescando quel tipico panico da “porte chiuse” e da “comunicazione efficiente” che tanto ci piace osservare negli eventi pubblici italiani.

Ghali, Rodari e il Messaggio di Pace

Chiudiamo con una performance poetica che avrebbe dovuto dare un tocco di serietà e riflessione: Ghali ha recitato “Promemoria” di Gianni Rodari, tra italiano, francese e inglese, per invocare la pace con frasi memorabili come “Ci sono cose da non fare mai, per esempio la guerra”. Il tutto accompagnato da una coreografia di under 20 che alla fine ha disegnato una colomba sperando, si presume, di convincere il mondo che la pace è a portata di mano.

E così, tra applausi, fischi selettivi, gesti frenetici e performance teatrali, questi Giochi di Milano Cortina si presentano come la summa perfetta di ciò che amiamo e detestiamo nel grande circo degli eventi globali: un miscuglio incredibile di spettacolo, politica, emozione e caos, condito con una dose generosa di ipocrisia da manuale.

Che dire di più sui Giochi Olimpici se non che stavolta si sono trasformati in una fiera delle ipocrisie? Charlize Theron, Ambasciatrice di Pace delle Nazioni Unite e star sudafricana, ha preso il microfono allo stadio Meazza per ricordarci tutte le belle parole di Nelson Mandela. Non si stava parlando di sport, ma di pace universale, uguaglianza e rispetto, come se durante gli altri eventi tutto ciò fosse mera fantascienza. La sua citazione? Che la pace non è solo assenza di conflitti ma un ambiente dove tutto può prosperare, ignorando perfidamente che gli interessi geopolitici, le disuguaglianze sociali e gli scandali economici fanno parte del grande spettacolo olimpico.

E mentre il mondo si infervorava con questi proclami, è entrata in scena la bandiera olimpica, quel quintetto di anelli che, con la complicità di volti più o meno noti come Tadatoshi Akiba, Rebeca Andrade o Filippo Grandi, tentava di simboleggiare pace, diritti umani e solidarietà. Tutto condito da un perfetto gioco di simultaneità: l’inno olimpico risuonava a Milano e Cortina e univa territori e spettatori in un momento mistico, al ritmo di Lang Lang al piano, la voce di Cecilia Bartoli e il Coro di Voci Bianche dell’Accademia del Teatro alla Scala. Sembra quasi che più si manifesta unità, più si nascondono le vere contraddizioni sotto il tappeto rosso.

Per l’accensione del braciere, invece, ci siamo regalati una reunion dei campionissimi: Alberto Tomba e Deborah Compagnoni, paladini dello sci olimpico, hanno avuto l’insignito onore di accendere la fiamma a Milano, dopo che l’altra leggenda, Enrico Fabriz, gliela aveva passata. Nel frattempo, a Cortina, la scintilla è scattata grazie a Sofia Goggia, mentre il testimone aveva preso il volo da Gustav Thoeni, icona degli anni ’70. Tre generazioni a dimostrare che, in fondo, la tradizione è l’unica vera fiamma che si tramanda in questi giochi.

Intanto, mentre i vessilli dell’inclusione e della fratellanza fluttuavano nel cielo, fuori dalle porte di San Siro andava in scena il festival dei bagarini, pronti a speculare su biglietti venduti a prezzi esorbitanti. Un settore originariamente da 260 euro veniva amplificato fino a 400, mentre in altri settori i prezzi sfioravano il migliaio. L’ennesima dimostrazione che il grande show è aperto a pochi eletti e a contribuenti disposti a svuotare il portafoglio, nella totale indifferenza delle autorità che fingono di non vedere. Un vero e proprio capolavoro di legalità e giustizia sociale, applausi.

La cerimonia, però, non si è limitata alla sola parata di retorica e fiamme sportive: era presente anche un nutrito corteo di protesta, ovviamente guidato da quel mix sempreverde di centri sociali e antagonisti meneghini. Lì, a pochi passi dal sontuoso palcoscenico olimpico, mille anime ribelli hanno scelto di ricordare che non tutti sono convinti che la festa sia per tutti o che la pace olimpica sia altro che un’illusione venduta con tanto di biglietto d’ingresso. Il loro percorso si è concluso in piazza Selinunte, una pacifica parentesi di realtà dentro la finzione scintillante dell’evento.

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