Ah, la giustizia italiana in tutto il suo splendore. La procura di Milano ha deciso di richiedere un incidente probatorio per ascoltare, con un’attenzione degna di un thriller noir, i testimoni in vista di un eventuale processo che vede protagonista l’assistente capo Carmelo Cinturrino. Per chi si fosse già perso nell’intricata matassa, Cinturrino non è il solito poliziotto modello, bensì uno che rischia di finire sotto processo per l’omicidio di un pusher, Abderrahim Mansouri, oltre a incastrare anche qualche collega dal commissariato di polizia di Mecenate. E come se non bastasse, saltano fuori nuovi capi d’accusa e due nuove presenze tra gli indagati: un bel cosiddetto “staffetta” di illeciti che va dal semplice spaccio fino a concussione e arresto illegittimo.
Il duo d’accusa alla guida dell’inchiesta, il procuratore Marcello Viola e il sostituto Giovanni Tarzia, sembra avere in mano un copione da poliziesco anni ’70, con accuse a grappolo che spaziano dall’estorsione alla rapina, tutte ovviamente a carico di Cinturrino, 41 anni, garbatamente sistemato in custodia cautelare al carcere di San Vittore. A passeggio liberi invece altri sei poliziotti, quelli che con le loro esibizioni poco ortodosse rendono ogni giorno più difficile credere nel concetto di “paladino della legge”. Tra i sospettati figurano anche i membri di una “squadretta” investigativa scesa in campo a Rogoredo il pomeriggio in cui si è consumato il fatale sparo che ha portato Mansouri alla morte, seguita dall’inventiva da premio Oscar di organizzare una messinscena con pistola finta, piazzata ad arte vicino al cadavere. Davvero da manuale, che dire.
Come ciliegina sulla torta, i racconti raccolti da tossicodipendenti e spacciatori – gli ormai immancabili testimoni del “giorno in cui tutto è cambiato” – descrivono un crescendo di violenze, soprusi e ricatti da parte degli uomini in divisa, tutti quei modi “delicati” per estorcere droga, soldi e persino informazioni sui nascondigli di Mansouri. Eh sì, perché non basta sparare, devi anche sapere dove cercare le dosi per lo spaccio al dettaglio.
La doppia vita di Cinturrino: poliziotto o boss?
Il personaggio di Cinturrino è un vero colpo di scena: da uomo della legge a protagonista di un “racket” di droga degno di un film di gangster. Non solo un semplice poliziotto, ma una sorta di martello pestilenziale nei confronti di pusher e tossicodipendenti, arrivando a tramare nell’ombra per garantire ai suoi interessi. La faccenda si fa davvero succulenta quando nella richiesta di incidente probatorio emerge che all’assistente capo viene contestata addirittura l’aggravante della premeditazione per l’omicidio di Mansouri, per le minacce di morte reiterate nelle settimane precedenti all’omicidio. Chissà cosa pensano i suoi “colleghi” del commissariato nel leggere quest’ultima novità: probabilmente si aspettano un sequel della saga poliziesca che non accenna a fermarsi.
Il procuratore e il sostituto non si fidano troppo dei testimoni, che per loro natura sono “soggetti senza fissa dimora” o attualmente in carcere, condizioni che avrebbero reso più difficile la loro comparizione nei futuri processi. Non contenti, sottolineano che alcuni di questi tizi sono anche a rischio espulsione, perché – oh, che sorpresa! – la legge è uguale per tutti, tranne quando serve a complicare la giustizia che si cerca di amministrare. Insomma, una bella lista di inconvenienti giuridici e umani, l’ideale per far deragliare un procedimento penale.
Come se il quadro non fosse già abbastanza fosco, si scopre che diversi testimoni sono tossicodipendenti, ovvero in condizioni di salute precarie e altamente instabili, esposti addirittura al rischio di peggioramento durante l’attesa del dibattimento. Ma tranquilli, dettagli insignificanti per chi gestisce la giustizia in un sistema che sembra preferire la recita alla verità.
Le scuse di un poliziotto e la rabbia dei familiari
L’interrogatorio di Cinturrino non poteva che aggiungere un altro capitolo a questa soap opera giudiziaria. Il poliziotto, visibilmente provato, ha confessato, o meglio ha detto di “aver perso la testa” guardando Mansouri agonizzare a terra, scusandosi con “chi indossa la divisa”. Un gesto non proprio da macho della legge, ma sicuramente un tentativo di salvare la faccia. Mosse degne di un manuale su come “usare il pentimento per addolcire la pena”.
Dall’altra parte, i familiari della vittima non sembrano per niente convinti da questa versione morbida della storia. Per loro non si tratta di un “semplice errore”, come vorrebbe il presunto colpevole, ma di un vero e proprio crimine da punire severamente. Insomma, drammi familiari, accuse incrociate e una giustizia che sembra inciampare puntalmente tra le sue stesse crepe.
Chi si aspettava un polverone facile da disperdere si dovrà ricredere. Tra minacce premeditate, spari a distanza considerevole, testimoni borderline da tutelare e poliziotti che indossano la divisa ma sembrano recitare in un film di malavita, la vicenda di Cinturrino e compagnia bella continua ad aggiungere capitoli sempre più surreali, a dimostrazione che la realtà supera spesso la fantasia – soprattutto quando la fantasia è gestita dalle nostre istituzioni.



