Che bello spettacolo di giustizia trasparente: quattro agenti della Polizia di Stato ora sono indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso nel nostro fiabesco racconto sulla sparatoria a Rogoredo, dove ha perso la vita il povero Abderrahim Mansouri. La procura di Milano, nel suo beneplacito, ha deciso di ampliare il ventaglio degli ipotizzati reati dopo che una pallottola sparata da un poliziotto durante un controllo antidroga il 26 gennaio ha fulminato il 28enne.
Insomma, non c’è proprio tregua per i nostri intrepidi uomini in divisa. Se prima il protagonista indiscusso della vicenda, un altro poliziotto, era scivolato nel comodo abisso dell’accusa di omicidio volontario, ora si aggiungono alla lista ben quattro compari con l’accusa di non aver fatto quello che il loro coraggio civile avrebbe imposto: prestare soccorso e non coprire i colleghi.
Le investigazioni, sapientemente guidate dal pm Giovanni Tarzia e dal procuratore Marcello Viola, non si fanno mancare nulla e svelano a poco a poco la trama di questa bravata mortale, mescolando reati e responsabilità come in un intrigo di bassa lega. Chissà cosa bolle ancora in pentola…
Tutto è cominciato pochi minuti prima delle 18 del 26 gennaio con una telefonata al 112: da via Giuseppe Impastato, praticamente dietro l’angolo rispetto alla fermata della metropolitana di San Donato, si smuoveva il sipario su uno scenario che sembrava promettere soltanto un’ordinaria operazione antidroga.
Al loro arrivo, un’automedica e due ambulanze non potevano che constatare il dramma: Abderrahim Mansouri, freddato da un proiettile, era ormai oltre ogni soccorso. Ma cosa teneva stretto in mano? Una pistola, sì, ma armi del genere sono spesso “innocue” come in questo caso: era solo una pistola a salve, arma da teatro più che da criminale.
Le meraviglie della giustizia e dell’onore
Qui entriamo nel territorio delle contraddizioni di cartapesta: da una parte, un giovane ucciso con un colpo di pistola che sarebbe dovuto essere solo deterrente; dall’altra, agenti indagati non per l’omicidio (quello è riservato a uno solo, per carità) ma per non aver mosso un dito per soccorrere una persona ferita da una loro stessa azione.
Come non lodare la prontezza e la solidarietà tra colleghi, che si sostengono anche in tribunale, dove il favoreggiare la carriera di un collega sembra più importante del dovere civico di salvare una vita? Suvvia, certe virtù da film poliziesco sembrano a volte troppo impegnative.
Un’operazione antidroga o una tragicommedia in quattro atti?
Il fatto che l’episodio sia stato inquadrato come “controllo antidroga” lascia un retrogusto amaro. Non si può fare a meno di chiedersi come possa finire così una normale verifica, soprattutto se le armi in campo sono – almeno sulla carta – pistole a salve. È un mistero degno di una sceneggiatura, quella di un copione dove l’eroe maldestro spara poco a nulla e finisce per fare più danni di un villain scafato.
La cronaca si limita ai fatti, ma dà un’idea nitida della gestione dell’ordine pubblico in certi quartieri. Un’amara favola metropolitana, con protagonisti dal potere letale e dall’agire discutibile, il tutto elegantemente incorniciato da indagini senza fine e segreti sussurrati in corridoi di tribunale.
D’altronde, riportare la realtà in modo lineare sarebbe troppo banale. Meglio tenerci stretta la narrazione complessa e piena di ombre, dove si intrecciano doveri dimenticati e responsabilità che si evaporano come fumo nel vento della giustizia.



