L’attimo fatale dello sparo che ha tolto la vita a Mansouri sembrerebbe essere stato ricostruito grazie alla testimonianza di chi in quel momento teneva il telefono dall’altra parte della linea. Ovviamente, non si tratta di un caso brillante della polizia, ma di un lavoro diligente degli avvocati difensori della famiglia Mansouri, Debora Piazza e Marco Romagnoli. I quali, fin da subito, hanno avuto il coraggio, o forse solo la lucidità, di dubitare della versione ufficiale di legittima difesa offerta dall’agente coinvolto.
Ora che i quattro agenti accusati di favoreggiamento e falso hanno finito di raccontare la loro versione agli inquirenti – chissà quale capolavoro d’attore si sarà visto in questura – il destino di Carmelo Cinturrino, colui che ha premuto il grilletto, è nelle mani del pubblico ministero Giovanni Tarzia, supportato dal procuratore di Milano, Marcello Viola. Speriamo che almeno loro riescano a districare il caos.
Il misterioso zaino e la pistola scomparsa
In uno scenario degno di una spy story di basso livello, il collega più vicino a Cinturrino ha avuto questa brillante idea: dopo lo sparo mortale, abbandonare in fretta e furia la scena e correre in commissariato a via Quintiliano per prendere un innocuo zaino, su richiesta. Naturalmente, ci sono i video che inchiodano la scena: il giovane poliziotto di 28 anni entra con le mani vuote ed esce con lo zaino in spalla. Pare non sapere cosa ci fosse dentro, tanto basta per mettere le mani avanti.
Il sospetto, secondo gli investigatori, è che dentro quello zaino si celasse la pistola a salve trovata vicina a Mansouri, elemento che se confermato stravolgerebbe tutta l’inchiesta. Per ora, tra l’altro, l’arma è stata esaminata dalla polizia scientifica e sembrano essere stati rilevati addirittura due profili genetici. Ma qui è tutto avvolto dal massimo riserbo, ovvero dal solito silenzio imbarazzante.
Ombre e sospetti sulla condotta del poliziotto
Non si indaga solo sulla dinamica del 26 gennaio, giorno in cui la vita di Mansouri si è spenta nelle zone tristemente note per il traffico di droga. Si guarda molto più da vicino anche ai presunti trascorsi tra Cinturrino e la vittima. Alcuni spacciatori ascoltati, probabilmente più intelligenti di quanto si voglia fare credere, hanno parlato di arresti fatti con tale disinvoltura da sfiorare l’arroganza e di aggressioni degne di poliziotti in cerca di fama.
Ironia della sorte, Cinturrino, che è il più vecchio tra gli agenti presenti quella maledetta giornata nell’area boschiva (anche se non il più alto in grado, un controsenso già da solo), continua a sostenere la sua versione di terrorizzato di fronte al 28enne pusher che gli punta contro una pistola, motivo per cui gli ha sparato. Peccato che questa narrazione non giustifichi il cosiddetto “buco” di circa 23 minuti tra lo sparo e la chiamata ai soccorsi, una “dimenticanza” davvero poco professionale da parte di chi dovrebbe garantire legge e ordine.



