gli imprenditori europei che suggeriscono alla Unione Europea di rispondere “con i guanti di ferro” alle minacce di dazi fatte dal presidente Donald Trump. Eh sì, perché nello scenario da commedia degli equivoci transatlantici, il blocco europeo ha deciso saggiamente di congelare ogni trattativa sul commercio con gli Stati Uniti, rendendosi così protagonista di un silenzio… tutto fuorché diplomatica rassegnazione.
All’annuncio di Trump che, con un garbo raffinato, minacciava dazi del 10% su sei nazioni europee, più Regno Unito e Norvegia, in vigore dal 1° febbraio, molti erano pronti a stracciarsi le vesti. Ma cosa ha fatto l’UE? Esattamente quello che ci si aspetta da un gigante commerciale: ha tirato fuori dal cassetto il suo cosiddetto strumento anti-coercizione (ACI), un insieme di misure per infliggere pesanti contro-sanzioni commerciali. Ovvero, l’ultima carta, da giocare per farsi rispettare o almeno farsi prendere sul serio.
Il celebre Volker Treier, direttore esecutivo del commercio estero presso la Camera di Commercio tedesca (DIHK), rappresentativa di quasi 4 milioni di imprese — immaginate l’entusiasmo — suggerisce proprio che “tutti gli strumenti di difesa commerciale dell’UE, incluso l’ACI, devono essere rivisti”. Sì, proprio tutti, perché la minaccia è seria e la diplomazia, a quanto pare, ha i minuti contati.
Ole Erik Almlid, CEO della Confederazione delle Imprese Norvegesi, ha messo il punto sulla questione con un eloquente:”Europe must not allow itself to be blackmailed,” che fa tutto il giro di parole necessarie a far capire che l’Europa, magnanima ma decisa, deve reagire senza timori, benché continui la sedicente opera di de-escalation. Tradotto: “facciamo finta di voler dialogare, ma sotto sotto prepariamoci al peggio”. Baldanzoso, vero?
Bertram Kawlath, presidente della VDMA, l’associazione tedesca delle industrie meccaniche, non ci gira intorno e afferma che la Groenlandia è parte dell’Europa — giusto per ricordarlo a chi evidentemente fatica a riconoscere la geografia lavorando a Washington.
Naturalmente insiste che dare adito a minacce e ricatti incentiverebbe solo il presidente americano a lanciare richieste ancora più assurde e taroccate, minacciando ulteriori tariffe punitivi. Poi conclude rammendando che la Commissione Europea dovrebbe esaminare con molta attenzione se l’ACI possa essere l’arma giusta per rispondere a questo tormentone da “tariffa del giorno”.
Quando le minacce diventano “opportunità” economiche (per gli Stati Uniti, ovviamente)
Se davvero quei bei dazi partiranno dal primo febbraio — come minacciato con fervore quasi telegrafico — allora i danni per il business europeo potrebbero essere non solo seri, ma quasi… esilaranti. Non per noi, ovviamente, ma per l’Italia dei numeri catastrofisti.
Secondo un’analisi della Camera di Commercio britannica, un dazio del 10% sulle esportazioni verso gli Stati Uniti potrebbe sottrarre alle imprese britanniche la bellezza di 6 miliardi di sterline. E non si fermerebbe qui: salendo al 25%, cifra ipotizzata da Trump per giugno se la resistenza alla sua Groenlandia proseguirà, la cifra perderebbe 15 miliardi, circa 20 miliardi di dollari. Un vero e proprio bancomat bruscamente chiuso.
Shevaun Haviland, direttore generale della Camera di Commercio britannica, non fa giri di parole: “Il Regno Unito non è certo un fantasma sulle relazioni con gli USA; il commercio bilaterale vale 300 miliardi di sterline, abbiamo 500 miliardi investiti nella loro economia e loro 700 miliardi nella nostra”. Tradotto più semplicemente:“Ci stiamo scambiando soldi più velocemente di quanto Trump riesca a minacciare con i suoi tweet”. Il governo dovrebbe quindi tenere sul tavolo tutte le possibilità nelle trattative — ma magari anche prepararci una macchina del caffè più potente.
Anche gli analisti della Deutsche Bank si consolano. Sì, perché secondo loro la gran quantità di asset statunitensi detenuti dall’Europa dovrebbe essere considerata una leva strategica nella partita a scacchi delle sanzioni e ritorsioni. Peccato però che nuovi dazi dagli Stati Uniti intimerebbero inevitabilmente “tagli significativi” agli scambi commerciali e agli affari tra le due sponde dell’Atlantico, penalizzando soprattutto molte aziende tedesche. Niente paura, il mercato ha sempre qualche sorpresa in serbo per noi!
Kawlath rincara la dose: le industrie meccaniche europee sono già stato falcidiate da dazi statunitensi del 50% sull’acciaio e l’alluminio, che suonano come quella fastidiosa tassa sul parcheggio in centro che tutti odiano.
In più, i costi burocratici, alti e fastidiosi come un’opera d’arte incomprensibile, ostacolano molte transazioni. Non stupisce che “più della metà delle macchine esportate potrebbe subire conseguenze negative” secondo il nostro uomo di fiducia dalla Germania.
Insomma, la partita tra UE e USA sembra un episodio infinito di una soap opera politica ed economica, dove minacce, contromisure e qualche spruzzo di cinismo si alternano in una danza tanto stupefacente quanto dannosa. Nel frattempo, il cittadino medio resta spettatore un po’ confuso, chiedendosi chi stia davvero pagando il conto finale.



