Rio Tinto e Glencore si rivedono per l’ennesima mega-fusione destinata a cambiare il mondo (o forse no)

Rio Tinto e Glencore si rivedono per l’ennesima mega-fusione destinata a cambiare il mondo (o forse no)

Non capita tutti i giorni di assistere a un teatrino così elegante tra due colossi dell’estrazione mineraria come Rio Tinto e Glencore. Dopo un’apparente rottura dei negoziati, ecco che torna in scena la sceneggiata di un mega accordo da ben 260 miliardi di dollari. Sì, avete capito bene: duecentosessanta miliardi, roba da far impallidire qualunque grande banca d’affari. Ovviamente, le azioni di Glencore sono schizzate dell’8% a Londra, segno che qualcuno evidentemente crede ancora nelle promesse di fusione (o ama scommettere sull’impossibile).

Ironia della sorte, mentre i titoli di Glencore si concedevano un balletto trionfale, quelli di Rio Tinto si incupivano, con un calo dell’1,6% a Londra e addirittura un sonoro -6,3% in Australia. Forse è questione di gusti o forse una sottile strategia per non mostrare troppo entusiasmo. Fatto sta che l’intero mercato europeo delle risorse di base ha accolto la cosa con un lieve rialzo, tra cui spiccano i +3% di Antofagasta e il +2,3% di Anglo American. Che la magia di un’aggregazione così folle stia per compiersi?

Rio Tinto ci ha tenuto a precisare, con il solito ottimismo ingegneristico, che si tratta solo di “discussioni preliminari” su una possibile fusione totale o parziale – magari proprio l’ambitissimo scambio azionario integrale. E come ciliegina sulla torta, hanno pure in mente di mettere in piedi l’operazione attraverso un “schema di accordo sancito da un tribunale”. Più formale di così!

Fosse davvero realizzato, avremmo sotto i piedi il più grande colosso minerario del pianeta. Un piccolo dettaglio che però non sembra inibire gli entusiasmi in Europa, specialmente con il mercato del rame che fa salti da record, toccando la cifra notevolissima di 13.000 dollari a tonnellata – perché, si sa, niente come un metallo rosso scintillante per agitare gli animi e far decollare le fusioni.

Di recente, Rio Tinto ha cambiato spartito in casa, affidandosi alle cure del CEO Simon Trott, che ha promesso tagli drastici e una ristrutturazione feroce. L’idea? Concentrarsi su tre pilastri: minerale di ferro, alluminio e la sezione glamour di litio e rame. In pratica, un tagliando da dieci miliardi di dollari in asset da vendere o riorganizzare, per rendere l’azienda più snella e appetibile. Magistrale, no?

Ma non è finita qui: questa possibile unione si inserisce in un contesto di grande fermento nel settore minerario. Solo lo scorso settembre, ad esempio, Anglo American e la canadese Teck Resources hanno annunciato un matrimonio da 66 miliardi di dollari. Obiettivo? Tenersi stretto un posto tra i primi cinque produttori di rame del mondo.

Non sorprendetevi dunque se a breve rivedremo il copione, con Rio Tinto e Glencore pronte a mettere sul tavolo un’offerta definitiva (o a ritirarsi con il solito rituale). Un fatto però è certo: chi ama le montagne russe finanziarie, nel mondo delle miniere, non si annoia mai.

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