Rendimenti dei bond europei in altalena mentre il mondo teme ancora la danza delle banche centrali

Rendimenti dei bond europei in altalena mentre il mondo teme ancora la danza delle banche centrali

Non c’è niente di più divertente di vedere i titoli di stato europei fare l’altalena come bambini a un parco giochi, soprattutto quando la ragione è un cessate il fuoco mediorientale così fragile da sembrare fatto di carta velina. Dopo un volo rovinoso, gli investitori si sono trovati a rimbalzare su, confusi e con il cuore in gola, mentre cercano di decifrare cosa diavolo stia succedendo con i tassi di interesse alla Banca d’Inghilterra e alla Banca Centrale Europea.

Per esempio, i rendimenti dei titoli di Stato britannici a 10 anni, il benchmark nazionale per il debito, hanno fatto un balzo in alto di oltre 6 punti base, arrivando al 4,775%. Era il giorno dopo un crollo di 21 punti base: roba da montagne russe. I rendimenti a 2 anni sono saliti di 7 punti base, dopo essere precipitati del 25% nel giorno precedente. Il tutto mentre i Bund tedeschi imitavano la danza, con rendimenti a 10 anni su e giù come se fossero su un tapis roulant impazzito.

Se vi state chiedendo cosa sia un “punto base”, permettetemi di spiegarvi che è quel minuscolo dettaglio dello 0,01% che fa tremare i mercati finanziari più del maltempo a settembre.

Il danzare delle incertezze e l’eterna sfida all’inflazione

Le oscillazioni selvagge continuano a mietere vittime da quando il 28 febbraio si è acceso lo scontro fra USA, i loro alleati e Iran. I costi di finanziamento in Europa sono saliti ai massimi da decenni, grazie al meteoritico aumento del prezzo del petrolio che alimenta i timori inflazionistici, complicando ancora di più le previsioni sulle politiche dei tassi d’interesse. Che gioia, eh?

Laura Cooper, stratega globale degli investimenti e capo del macro credito presso Nuveen, ha detto che la volatilità — ovvero questo saliscendi indesiderato — è oramai il “nuovo normale”. Ecco un altro incoraggiante aggiornamento per gli investitori stanchi.

Laura Cooper ha aggiunto che la ripresa del traffico di petrolio e gas attraverso lo Stretto di Hormuz sarà fondamentale per limitare il danno economico permanente, definendo quello che accade come non una rara eccezione, ma proprio la manifestazione dello spostamento dell’ordine geopolitico mondiale, altro che semplici contrattempi.

Ha proseguito:

“Gli sviluppi in corso non attenuano le pressioni sui prezzi nel breve termine, con un premio di rischio ancora dovuto sul petrolio e evidenti problemi nelle catene di approvvigionamento che richiederanno tempo per essere risolti. I rischi inflazionistici potrebbero limitare il recupero dei bond a lungo termine fino a quando non vedremo prove di un rallentamento della crescita. Preferiamo curve dei rendimenti più ripide, con posizionamenti su durate più corte, privilegiando protezioni dall’inflazione piuttosto che scommesse dirette sui tassi.”

Non è proprio la descrizione di un weekend tranquillo.

Dan Coatsworth, responsabile mercati di AJ Bell, ci regala il suo pensiero: malgrado i tassi potrebbero non salire tanto quanto si pensava prima del cessate il fuoco, difficilmente l’episodio taglierà del tutto l’appetito per ritocchi al rialzo.

Secondo lui, qualsiasi segnale di aumento dei prezzi del petrolio potrebbe scatenare una nuova svendita nel mercato obbligazionario;

“Siamo in una situazione complicata: i mercati sembrano ottimisti che la crisi Iran stia per concludersi, ma davvero è troppo presto per cantare vittoria.”

Il caro petrolio non demorde

Le quotazioni del petrolio globale si sono rimesse a salire di botto, con il Brent internazionale sopra i 97,60 dollari al barile, mentre il West Texas Intermediate ha superato i 98 dollari, segnando un bel +4,3% in un giorno. Grande festa per chi importa energia in Europa, che ora si guarda alle spalle stringendo i denti, perché prezzi alti e prolungati non sono proprio l’ideale per un continente indebitato e affamato di risorse.

Nicholas Brooks, capo della ricerca economica e degli investimenti presso ICG, spiega che i responsabili della politica economica stanno osservando con ansia come questi costi si traducono in inflazione, salari e prezzi core. Perché al mondo piacciono le crisi a catena.

Mercati pronti per nuovi aumenti dei tassi? Forse

Nonostante tutto il carosello, i mercati stanno ancora scommettendo su un aumento di 25 punti base dei tassi della Banca d’Inghilterra entro l’anno, mezzo giro rispetto ai 50 punti previsti prima del futile annuncio del cessate il fuoco.

Per la BCE, invece, si prevedono due aumenti, sempre che la banca centrale non decida di mettersi a guardare e aspettare, vista la via di mezzo che si sta profilando tra inflazione e crescita.

Brooks suggerisce perlomeno un po’ di prudenza da parte dei banchieri centrali, che dovrebbero “evitare reazioni affrettate” e sondare meglio il terreno, vista un’economia con un po’ più di respiro rispetto all’ultimo brutto momento inflazionistico del 2022.

Matthew Amis, direttore investimenti della gestione tassi presso Aberdeen Investments, definisce il cessate il fuoco “una buona notizia, senza dubbio”, ma avverte chi avesse la brillante idea di abbassare la guardia troppo presto che “non è affatto finita”.

Secondo lui, i titoli di Stato europei e britannici potrebbero essere diventati “un affare” dopo la virata negativa del sentimento globale innescata dal conflitto, ma ancora non si può parlare di una tranquilla discesa dei rendimenti. Le increspature di notizie da pesci molto più grossi sono appena all’inizio.

Parole sante:

“I rendimenti possono ancora scendere, ma i mercati rimarranno sotto stretta sorveglianza. Abbiamo cautamente aumentato l’esposizione al rischio nell’ultima settimana perché pensavamo che troppe strette fossero già scontate. Se il flusso di notizie positive continuerà, si potrà mettere da parte l’idea di aumenti dei tassi sia nel Regno Unito che nell’Unione Europea.”

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