Se eravate al mercato di Weinstrasse a Monaco di Baviera il 14 marzo 2026, probabilmente vi sareste chiesti perché tutti sembravano così agitati mentre camminavano freneticamente verso Marienplatz. La risposta? I bond governativi europei stanno vivendo un vero e proprio crollo degno di un thriller finanziario: i costi di indebitamento di mezza Europa hanno scalato cime non viste da decenni.
Prendiamo la punta di diamante del rigore economico, il bund tedesco a 10 anni, la famosa misura del valore dell’intero “elefante europeo”. Giovedì ha fatto il botto, salendo ai massimi dall’aprile del 2011, periodo glorioso della crisi dell’euro. Venerdì mattina? Ha aggiunto altri 6 punti base (per chi non fosse pratico, 0,06%) e ha toccato quota 3,1228%, mantenendosi quindi ben oltre quel picco storico di 15 anni fa. Insomma, il bund continua la sua escalation come un asset ribelle che fa il contrario di quel che ci si aspetterebbe.
Ma non è solo la Germania a mostrarsi in vena di entusiasmo speculativo. Anche i titoli di Stato francesi, noti come OAT, hanno deciso di non essere da meno, con il decennale che si è portato a livelli da crisi euro 2011, guadagnando 9 punti base venerdì e facendo, il giorno prima, un vero salto di qualità con 14 punti base in più. A questo punto sembra una gara a chi riesce a far schizzare i rendimenti più in alto, come se fossero fuochi d’artificio a Capodanno.
Nel Regno Unito, poi, la situazione è da applausi: i costi di prestito del governo britannico hanno raggiunto il livello più alto dal 2008, la famigerata crisi finanziaria globale. I rendimenti dei gilt a dieci anni venerdì hanno aggiunto altri 10 punti base, attestandosi al 5,07%, dopo un mese di impennate che hanno fatto registrare un guadagno spettacolare di 83 punti base. Probabilmente qualcuno a Londra sta brindando alle politiche monetarie “più guerresche” della Bank of England, che sembrano aver deciso di voler stracciare ogni record storico.
Questa svendita sui mercati obbligazionari arriva, neanche a dirlo, dopo le incrollabili parole di Christine Lagarde, la intoccabile numero uno della Banca Centrale Europea, che ha fatto sapere senza mezzi termini che la BCE è pronta ad alzare i tassi d’interesse – magari un po’ a casaccio – anche se l’aumento dell’inflazione causato dalla guerra Usa-Iran fosse solo un fuoco di paglia.
Christine Lagarde ha detto:
“Non c’è alcuna possibilità che la fornitura energetica persa nel Golfo possa essere ripristinata nel giro di pochi mesi.”
Tradotto: il disastro energetico durerà anni, o meglio, saremo felici di vivere in una sorta di reality show economico senza fine, con l’Europa che continua a ballare sulla lava di rincari e inflazione galoppante. Prima della guerra in Iran, a fine febbraio, l’inflazione nell’area euro era finta quasi a farsi perdonare, scesa sotto il fatidico 2%, ma poi è saltata a 1,9%, con trend che si improvvisano reattivi come una rock band sotto effetto di caffeina mal dosata.
Ovviamente, la guerra e il blocco dello Stretto di Hormuz – quel passaggio strategico per le spedizioni petrolifere – hanno fatto volare alle stelle i prezzi di petrolio e gas, mandando all’aria ogni più rosea previsione sull’inflazione europea. D’altronde, l’Europa è il regno dell’import, dipende da energia estera e si è appena ripresa dal tremendo shock energetico scatenato dal conflitto Russia-Ucraina (e dalle sanzioni agli export russi). Un cocktail esplosivo che fa impazzire i mercati e la già fragile stabilità economica.
Nel frattempo, i mercati sembrano puntare con il cannocchiale fissato al 90% la possibilità che la BCE alzi i tassi entro giugno. Per aggiungere un po’ di pepe, venerdì la Spagna ha pubblicato i dati preliminari sull’inflazione, la prima vera cartina tornasole da quando la guerra Usa-Iran ha fatto irruzione nel panorama. Il tasso annuale di inflazione ha segnato un 3,3%, meno caldo del 3,7% previsto dagli esperti, ma abbastanza bollente da far tremare i polsi a chiunque si occupi di economia reale, quella dove la gente deve ancora pagare le bollette.
Nonostante tutto, ci sono segnali che la guerra stia già mettendo le mani sull’attività economica europea. Da un’indagine di GfK, è emerso che la fiducia dei consumatori tedeschi ha preso una storta decisamente poco simpatica, con una buona parte che prevederebbe perdite di reddito a causa dei timori sull’inflazione. In Gran Bretagna la musica non è molto diversa: l’analisi sui consumatori ha rivelato quella che è stata prontamente definita una “onda di paura” scatenata dalle aspettative di rincari che fanno venire i brividi solo a pensarci.
Quando i rendimenti dei bond raggiungono il picco, è solo questione di tempo prima che i prezzi dell’energia ci trascinino giù
Jim Reid di Deutsche Bank non perde occasione per ribadire l’ovvio: “Le paure crescenti di uno shock stagflazionistico stanno travolgendo i mercati obbligazionari, con movimenti titanici soprattutto per i titoli sovrani europei”. Sempre secondo lui, gli economisti europei del gruppo hanno alzato la loro stima di inflazione annuale al 2,58% per marzo, un gran salto rispetto all’1,89% previsto in precedenza. Un rialzo più deciso di un caffè doppio espresso.
James Bilson, stratega globale dei bond di Schroders, delizia CNBC con la sua analisi accurata e pungente: “I prezzi dell’energia sono ancora e sempre il motore impazzito che fa oscillare i mercati obbligazionari europei. Parlare di un picco nei rendimenti? Beh, per ora è come cercare di prevedere il meteo guardando le nuvole in un giorno di sole.”
Già, proprio così. Il BCE ha ben delineato tre scenari nel suo ultimo rapporto: il “baseline” (cioè il normale), quello “avverso” e, ciliegina sulla torta, quello “severo.” Ora siamo, guarda un po’, in un festival a cavallo tra il normale e il brutto, con una simpatica tendenza verso il più avverso. Tradotto: la banca centrale europea potrebbe regalarci qualche aumento dei tassi, tanto per gradire—non uno, ma almeno un paio. E se il prezzo dell’energia punta a quel drammatico scenario severo? Allora, amici, il gioco si fa duro e tutto il resto è incerto.
Kapteyn ha spiegato alla trasmissione “Squawk Box Europe” di CNBC che i recenti movimenti nel mercato obbligazionario sono una vera e propria “bear flattening.” In termini più chiari per i profani, significa che i rendimenti delle obbligazioni a breve termine stanno facendo una bella scalata, mentre quelli a lungo termine restano più timidi. Ma se il nero capitalismo ci porta in recessione, allora prepariamoci a una massiccia “bull steepening”—ossia, i rendimenti a breve scenderanno come gocce di pioggia in giornate tristi.
E nel caso il prezzo del petrolio sfondi la soglia dei 130 dollari al barile, con una zona di atterraggio intorno ai 100? Beh, allora il rendimento del decennale statunitense si pianta intorno al 3% o poco sopra, come quel familiare divano dove nessuno vuole spostarsi. Ma se il magico Federal Reserve decidesse di tagliare i tassi, allora sì, i rendimenti potrebbero tornare a fare la scalinata verso il basso, dando agli investitori qualche speranza nella disperazione.
Per chi volesse mettere una scommessa—anche se ormai si sa, i mercati sono più volatili di un reality show—i mercati monetari hanno appena scontato una possibilità del 93,8% che la Federal Reserve mantenga i tassi fermi alla prossima riunione di aprile. Una certezza quasi statistica, quel tipo di cosa che vi fa chiedere: “Come sarà in realtà?”



