Reeves invitato dai mercati a fare le nozze con i fichi secchi aumentando tasse e tagliando la spesa

Reeves invitato dai mercati a fare le nozze con i fichi secchi aumentando tasse e tagliando la spesa

Rachel Reeves, la pluriestimata Cancelliere dello Scacchiere del Regno Unito, si crogiola nel delicatissimo equilibrio tra il delirio fiscale e il desiderio disperato di convincere tutti che la sua strategia economica è geniale. Con il bilancio autunnale in arrivo, la signora Reeves si trova a dover giocare a nascondino con un buco finanziario di proporzioni epiche, tutto mentre cerca di non turbare troppo i sudditi britannici e rassicurare i mercati del denaro con politiche che, udite udite, sembrano avere senso.

La sua adorazione per le regole fiscali autoimposte, che ha difeso e rafforzato nelle ultime settimane come un cavaliere medievale con la sua armatura scintillante, la lascia ora a caccia di soluzioni trade-off degne delle migliori telenovelas. Tradotto: o si tagliano drasticamente le spese pubbliche o si rompe la promessa elettorale per nulla sottile di non aumentare certe tasse — o, per chi ama le sfide, si combina un po’ di tutto.

Stiamo parlando di alzare le imposte sui dividendi, tagliare le agevolazioni per i più sottovalutati sistemi di salario accessorio, o imporre balzelli maggiorati su alcune professioni “fortunate”. Qualsiasi mossa di questo tipo, diciamocelo senza giri di parole, rischia di scatenare un autentico delirio popolare.

Una sondaggissima di settembre condotta su oltre 6.500 adulti britannici ci insegna che circa un terzo degli elettori vuole a tutti i costi evitare aumenti di tasse, anche se questo significa sacrificare la spesa pubblica o impilare il debito fino al soffitto. Ma attenzione: un campione diverso, più ristretto e forse più realista, suggerisce che metà dei britannici preferisce che la signora Reeves mantenga la parola sul non aumentare le tasse piuttosto che infrangere la promessa di non incrementare ulteriormente i prestiti pubblici. Insomma, decidetevi, prego.

Dall’altro lato del ring, però, alcuni osservatori finanziari accoglierebbero a braccia aperte aumenti di imposte — magari per poter gioire nel vedere ridimensionati i loro amati titoli di Stato, alias gilts.

Toni Meadows, cervellone degli investimenti alla BRI Wealth Management, ha commentato la vendita estemporanea di gilts con sarcasmo raffinato:

“Ma come si fa a sostenere la crescita promettendo di tagliare la spesa e aumentare la pressione fiscale per tenere buoni gli investitori dei bond?”

Il ballo delle promesse fiscali: tra inversioni a U e gag dal sapore amaro

Brian Mangwiro, direttore del debito sovrano globale alla Barings, ipotizza un’impennata delle tasse al prossimo bilancio: una trovata che, a suo dire, potrebbe addirittura far brillare di luce nuova i titoli di Stato britannici. Insomma, se la nuova strategia della signora Reeves è investire in “agenda pro-crescita”, allora tutta questa storia fiscale dolorosa potrebbe, chissà, aumentare la produttività del Regno Unito. E a chi obietta che il treno ormai zigzaga da mesi, Mangwiro ribatte con ottimismo contagioso.

Stuart Edwards, che si occupa del Tactical Bond Fund alla Invesco, si guadagna applausi pilotati ipotizzando un bilancio “amico del mercato” in arrivo il 26 novembre. Parola sua, finalmente qualcuno nel governo inglese ha capito che con la finanza pubblica non si può scherzare e che bisogna “giocare d’astuzia” senza fare il pagliaccio.

Secondo Edwards, quello dei gilts è un mercato tormentato, un’altalena dall’umore instabile che però, sorpresa sorpresa, nasconde un certo “premio al rischio”. In soldoni: c’è della poesia nel comprare un debito pubblico che da un momento all’altro potrebbe andare a gambe all’aria.

Tagli alla spesa: la ricetta anti-sonno condita di malasorte politica

I più raffinati amanti dei bond, ogni volta che sussurrano tra di loro, implorano la signora Reeves di accompagnare ogni incremento fiscale con tagli netti alla spesa pubblica. “Per favore, meno chiacchiere e più sostanza, così da mettere un freno al deficit che potrebbe diventare una voragine infinita,” dicono quasi in coro.

Dopotutto, mantenere l’equilibrio tra doveri, promesse elettorali e aspettative di mercati impazziti è come ballare sulla lama di un rasoio: una mossa falsa e tutto va a rotoli, ma almeno l’intrattenimento è assicurato.

Chi avrebbe mai detto che gestire le finanze di una nazione potesse essere una passeggiata? Emma Moriarty, gestore di portafoglio presso la londinese CG Asset Management, ci illumina con la sua profonda saggezza: “Bisogna trovare un equilibrio delicatissimo tra tassare senza distruggere la crescita economica.” Ovviamente, perché altrimenti poi chi va a fare shopping o a investirci in qualcosa?

Secondo questa maestra di equilibri, buona parte della soluzione passerà per aumenti fiscali generalizzati e immediati, accompagnati da “tagli significativi” alla spesa pubblica. Sempre la solita storia: più tasse, meno servizi, ma hey, almeno sembra serio.

Il budget autunnale della Gran Bretagna arriva proprio mentre la ministra delle finanze Reeves cerca disperatamente di tappare un buco nero fiscale stimato intorno ai 50 miliardi di sterline (circa 65,6 miliardi di dollari). Tagliare troppo la spesa pubblica? Beh, nemmeno pensarci, perché potrebbe scatenare la rivolta degli esponenti più a sinistra del partito laburista, che già hanno stracciato i piani di riduzione della spesa assistenziale qualche mese fa.

Come spiega Moriarty con la sottigliezza di uno scherzo da spiaggia, chiudere un buco di queste proporzioni esclusivamente con tasse rischia di strangolare la crescita per un bel po’, non solo perché la gente avrà meno soldi da spendere, ma anche per quei piccoli effetti collaterali come il calo dei risparmi e degli investimenti privati, problemi che la Gran Bretagna si porta dietro da un pezzo.

E se qualcuno pensasse che i mercati delle obbligazioni (i “gilts”) stiano dormendo sonni tranquilli, si sbaglia di grosso: i rendimenti dei gilt sono crollati ultimamente, grazie all’entusiasmo contagioso derivante soprattutto dai mercati obbligazionari americani e alle speranze che Reeves abbia la faccia tosta di fare qualcosa di davvero concreto per sistemare i conti pubblici. Spoiler: il rischio di una delusione colossale è elevatissimo.

Da parte sua, Mangwiro di Barings non ha dubbi: i mercati saranno delusi. Perché? “Data la sensibilità politica, non ci aspettiamo grandi tagli alla spesa da parte del Cancelliere,” dice con una delicatezza degna di un elefante in una cristalleria.

Infrangere le regole? Macché!

Un’alternativa potrebbe essere quella di ignorare i propri stessi vincoli fiscali – tipo, spendere più di quanto si incassa e aspettare che tutto si sistemi da solo. Rumoroso ma efficace nelle commedie. Ma Reeves ha già fatto sapere, con un discorso-presto-budget a sorpresa, che la sua adesione a queste regole è “a prova di ferro”. Dunque, niente deviazioni sulla strada della virtù fiscale, almeno fino a quando nessuno la costringerà (probabilmente gli investitori più nervosi e il mercato obbligazionario).

Lo scostamento da queste regole rischierebbe di far tremare la già fragile fiducia del mercato obbligazionario, quel mercato che ha già strillato a gran voce quando qualcuno ha preso troppo alla leggera l’impegno di Reeves a riportare in ordine i conti pubblici britannici.

Per chi non fosse un fanatico del gergo finanziario, ecco una spiegazione: i rendimenti delle obbligazioni e i loro prezzi hanno una relazione inversa. Quando gli investitori iniziano a perdere fiducia, preferiscono non prestare soldi, facendo crollare i prezzi dei titoli e far salire i rendimenti.

Attualmente, i costi di indebitamento della Gran Bretagna sono i più alti fra i paesi del G7, con il rendimento delle obbligazioni trentennali ben sopra la fatidica soglia del 5%, un livello che non si vedeva da decenni. E se si pensa che sia un dettaglio da poco, basta ricordare che un rincaro così vertiginoso nei rendimenti si traduce in maggiori interessi da pagare sul debito, oltre a impatti sul mercato immobiliare, sugli investimenti e persino sui prestiti personali.

Insomma, una situazione perfetta dove anche i piccoli aggiustamenti rischiano di far crollare il castello di carte. Ma niente paura, l’unica certezza è che la politica fiscale britannica continuerà a mantenere tutti sulle spine, con la suspense di un thriller finanziario senza un lieto fine in vista.

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