Da quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca, ha pensato bene di imporre dazi che hanno fatto tremare l’Europa e di scatenare veri e propri incubi geopolitici, come quando ha persino ipotizzato un’azione militare per prendere possesso della Groenlandia, territorio danese semi-autonomo. Poi, ovviamente, ha fatto marcia indietro, come un bambino a cui hanno tolto la caramella.
Con l’alleanza transatlantica ridotta a una specie di fragile patto di convivenza forzata, i governi europei tentano di inventarsi una “autonomia digitale”. Peccato che, nel frattempo, gli smartphone in tasca ai cittadini europei siano più americani di un hamburger con patatine, e che i dati salvati nel cosiddetto “cloud” siano sempre a portata del braccio lungo del Cloud Act statunitense, che autorizza le forze dell’ordine americane a recuperare i dati di utenti europei a piacimento, indipendentemente da dove siano fisicamente ospitati i server.
Eppure, contro ogni logica di autonomia, gli attori tecnologici d’oltreoceano mantengono un dominio incontrastato in Europa.
Quella barzelletta chiamata mercato del cloud europeo
I fornitori europei di cloud stanno perdendo terreno come se avessero una fuga di dati in diretta, e si prevede che nel 2025 manterranno meno del 15% del mercato, secondo la sempre brillante analisi della Synergy Research Group. Un vero disastro, se tutto ciò che volete è resistere ai colossi americani che, guarda caso, dominano il settore.
John Dinsdale, l’esperto numero uno del gruppo, non nasconde l’amarezza e spiega il perché con la delicatezza di un avvocato che legge sentenze di condanna: bastano grandi investimenti continui in ricerca, sviluppo, infrastrutture tecniche e supporto clienti — cose semplici, quasi da nulla. Quindi, afferma candidamente che per giocare nella Champions League del cloud devi essere un colosso globale con un marchio conosciuto ovunque, o almeno in più continenti.
Nel frattempo, Amazon, Microsoft e Google si spartiscono oltre il 70% del mercato europeo del cloud, mentre la compagnia europea più “forte” è il duo tedesco formato da SAP e Deutsche Telekom, con la misera quota del 2% ciascuno. Praticamente un’operazione di beneficenza.
Dinsdale aggiunge poi una chicca che lascia senza parole: se potessimo tornare indietro di dieci anni e riscrivere la storia, magari una o due aziende europee avrebbero potuto provarci a conquistare il mercato del cloud. Ma, sorpresa, non l’hanno fatto. Puoi quasi sentire il rimpianto come un lamento di chi arriva sempre tardi alle feste.
Amazon ha vinto la gara dei primi arrivati, seguita da Microsoft e Google che si sono affacciate rapidamente ma sempre a distanza di sicurezza. Alla fine, anche Oracle ha realizzato che il cloud non è solo un’altra sigla complicata, quindi sta crescendo velocemente. Nel frattempo, aziende di nuovissima formazione puntano a nicchie specifiche cercando di rubare qualche briciola di successo.
Il monopolio americano nel software aziendale europeo
Nel campo del software per aziende europee, il panorama non è meno desolante. Nonostante SAP detenga la fetta più grossa del mercato delle imprese (una delle poche note positive da questa serie di sventure), più del 59% del settore è controllato da aziende statunitensi, tra cui spiccano Oracle con il 18% e Microsoft con il 10%, dati recenti del Parlamento Europeo alla mano.
Queste statistiche si riferiscono all’intero continente europeo, incluso chi non fa più parte dell’UE, come il Regno Unito e la Svizzera. Insomma, un quadro che assume ancora di più i colori foschi del dominio americano.
Il CEO di SAP, Christian Klein, ha confessato durante un’intervista a “Squawk Box Europe” che i leader politici pensano finalmente alla tecnologia come a uno strumento di sovranità. Nientemeno che alla sovranità. Non solo preoccupandosi di dove archiviare i dati o di come gestirli, ma soprattutto di come diventare sovrani anche dal punto di vista software, come se il software fosse una corona da indossare per governare.
Quanto all’ambito del software per la gestione dei clienti, più noto come CRM, domina incontrastata una sola società: Salesforce. Al secondo posto si piazza ancora SAP, ma questa classifica riguarda solo i 27 Stati membri dell’Unione Europea. Inutile dire che la competizione per scalzare il gigante americano è davvero difficile da imbastire, fra campioni miti e guanti di velluto.
Alla fine, l’indipendenza digitale europea sembra più una favola da raccontare a Natale che una strategia concreta: promesse iperboliche, realtà sottomesse al Vecchio Continente più che mai ai vincoli americani. Un destino contorto fatto di sogni di sovranità e incubi di dipendenza tecnologica, intrecciati come i fili di una ragnatela da cui nessuno sembra riuscire a uscire.



