Intanto, sullo sfondo di una crisi diplomatica di prim’ordine – vedasi la bieca tentazione di Donald Trump di annettere la verde e isolata Groenlandia – le truppe della NATO, tra cui francesi e tedeschi, si stanno esercitando proprio lì, a dimostrazione che le capacità di difesa del Vecchio Continente sono oggetto di un sospetto rinnovato e forse motivato.
Dunque, gli analisti di Bernstein, con tutta la loro solita precisione, hanno selezionato quattro aziende europee destinate a trarre beneficio dal “sogno” di un’Europa militare sovrana. E chi sono i fortunati? Nientemeno che BAE Systems, Dassault Aviation, Rheinmetall e Thales. Pare proprio che il business miliardario della difesa, quello vero, sia destinato a spostarsi verso terraferma europea, tra autoctoni e qualche alleato fedele (forse un po’ troppo…).
Facciamo qualche numero per esaltarci: BAE Systems, il colosso britannico dei velivoli, armi, munizioni e navi da guerra, ha guadagnato finora il 21% nel 2026, mentre il gigante tedesco Rheinmetall, il più grande d’Europa nel settore difesa, si è lanciato verso un 23,7% in più. Dassault Aviation, l’orgoglio francese dei caccia militari, viaggia con un +14,8%, seguito da vicino da Thales, altro colosso d’Oltralpe, a +13,8%. E ora, provate a mettere tutto questo nel contesto di un indice come lo Stoxx Europe Total Market Aerospace and Defence, che si è arrampicato del 14,5% nello stesso periodo. Meraviglie del capitalismo mimetico!
Quando la sovranità si misura in percentuale del PIL
Le spese per la difesa europea stanno crescendo come funghi, passando dall’attuale 2,3% al 2,8% del PIL (che sarebbe poi il prodotto interno lordo, nel caso aveste dimenticato). La Francia, tra tutte, si vanta di essere la nazione più “sovrana” e allo stesso tempo il secondo maggior esportatore di armi al mondo, giusto dietro agli Stati Uniti.
Le altre, come Regno Unito, Germania e i Paesi nordici, continuano invece a subire la fascinazione americana, comprando i loro giocattoli militari direttamente da oltreoceano. Parliamo di droni, missili e aerei, quel genere di cose senza le quali non ci si può certo sentire sicuri, vero?
Il caso esemplare della Groenlandia (e dintorni)
Il piccolo Danimarca, che sta litigando a colpi di dichiarazioni con Trump per la Groenlandia, ha moltiplicato per quattro le spese in equipaggiamenti militari, passando dal misero 1,4% al ben più pericoloso 3,2% di PIL in appena tre anni.
Nonostante ciò, continua a comprare i suoi UAV, aerei e missili dagli Stati Uniti, perché si sa, cambiare fornitore è dura. Però si stanno facendo gli interessanti, ordinando veicoli militari da BAE Systems e Rheinmetall, e difese aeree da Rheinmetall, Kongsberg e Thales. Davvero impegnati a sostenere la sovranità, in pratica.
Gli altri Paesi della UE sembrano pronti a seguire questa nuova moda di comprare “euro-prodotti”: tutto sommato, si tratta di un semplice “effetto domino” dettato dalla paura di veder precipitare la propria sicurezza nelle mani di un alleato che ogni tanto fa rimpiangere la Guerra Fredda per fermezza e affidabilità.
Strategie politiche e ordini miliardari: il vero motore
Gli esperti di Bernstein non si limitano a segnalare opportunità di mercato, ma svelano il brutto trucco: i grandi Paesi europei useranno ordini di acquisto come leva politica-militare, esattamente come sono abituati a fare gli Stati Uniti da decenni.
Come esempio lampante, citano il mega-contratto navale da 10 miliardi di sterline che la Norvegia ha affidato proprio a BAE Systems. Non è solo affare, è diplomazia tirata con la forza del portafoglio.
Rabier e Harned, i nostri filosofi militari, dividono le aziende in due categorie: chi ha le capacità locali e il supporto governativo per giocare in casa, e chi invece si trova in Paesi “innamorati” degli USA, ma con voglia di cambiare aria – tipo Kongsberg e Saab. Se il piano funziona, anche colossi come BAE Systems e Leonardo si ritroveranno ben piazzati grazie alla dipendenza delle loro nazioni d’origine dalle importazioni americane.
Il risultato atteso? Il mercato della difesa europea dovrebbe crescere a ritmi sostenuti, con un bel tasso composto annuale che farà felici gli investitori e, chissà, forse qualche politico in più pronto a sbandierare l’indipendenza.
Infine, per darvi l’ultimo colpo di scena, Raphaël Thuin di Tikehau Capital ha detto senza mezzi termini che questa “mega-tendenza” – derivante dallo stato di abbandono del potenziale militare europeo dopo anni di risparmi e tagli dolorosi – è destinata a durare anni e a gonfiare i listini dei titoli bellici europei fino allo sfinimento.



