Quattro anni dopo l’invasione russa e l’Occidente fa ancora finta di stare dalla parte dell’Ucraina

Quattro anni dopo l’invasione russa e l’Occidente fa ancora finta di stare dalla parte dell’Ucraina

Ah, la dolce sinfonia della solidarietà europea! La presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, ha inaugurato questa seduta plenaria straordinaria – non si può mai essere troppo formali quando si parla di guerra e pace – dichiarando con un pathos degno del miglior discorso motivazionale: “A quattro anni di distanza, il Parlamento europeo non ha abbandonato l’Ucraina. Perché sappiamo benissimo che quando restiamo uniti, Ucraina ed Europa diventano un colosso di forza. La sicurezza dell’Ucraina è la sicurezza dell’Europa, la libertà dell’Ucraina è la libertà dell’Europa e il futuro dell’Ucraina è in Europa.”

Un incanto di retorica, vero? Nel frattempo, chi scrive fa un bel sospiro e pensa a quei quattro anni di guerra, instabilità e “unità” così salda da far vacillare non pochi equilibri geopolitici.

Da Kiev, in collegamento video, il protagonista della serata, il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy, ha espresso la sua gratitudine per il “continuo sostegno” del Parlamento europeo, affermando in tutta modestia: “Sentiamo che molti europei si preoccupano di ciò che accadrà all’Ucraina (…) non abbiamo mai scelto questa guerra, non l’abbiamo provocata e stiamo facendo tutto il possibile per fermarla.”

Ecco un’aggiunta piccante: ha definito la leadership di Vladimir Putin a Mosca una “dittatura mentalmente instabile”, vera star dello show, la minaccia ambivalente pronta a tutto – non solo contro i paesi confinanti ma addirittura tutta l’Europa. L’apice? Lamentarsi che “Putin non riesce ad accettare che da qualche parte nel mondo la gente possa vivere diversamente e perfino godersi una vita che non rispecchia i suoi gusti personali”. Ovviamente, il caro Putin, con tutta la sua statura da zar bon-ton, deve avere problemi di gusti…

Alla fine del suo intervento che lascia poco spazio a equivoci, Zelenskyy insiste sull’urgenza di garanzie di sicurezza “credibili” per fermare la marcia di Mosca. Qualche dolce ringraziamento anche a chi si prodiga per mantenere “unità e cooperazione transatlantica nelle condizioni attuali”, come se fosse un picnic tra amici.

Ah, non manca l’appello per sbloccare il prestito di 90 miliardi dall’UE a Kiev, e ovviamente una data tonda e precisa per l’adesione ucraina all’Unione. La richiesta suona quasi disperata, perché senza una data in calendario, “Putin troverà il modo di bloccare l’Ucraina per decenni, dividendo voi, dividendo l’Europa” – un pazzo visionario, questo Putin, capace di piani a lunghissimo termine tra una risata e l’altra…

Ultimo, ma non meno teatrale, il richiamo a punire le fonti di guadagno di Russia essenziali per alimentare la macchina bellica di Putin. Sanzioni severe, stop totale alla dipendenza energetica europea dal Cremlino, ban dalle banche russe nel Vecchio Continente, e naturalmente il bando d’ingresso per i criminali di guerra russi – non si sa mai, potrebbero presentarsi a un aperitivo.

La leadership russa e bielorussa? Un perfetto bersaglio

Nel suo momento di gloria, il Parlamento europeo ha poi adottato una risoluzione non legislativa con uno schiacciante (almeno in apparenza) 437 voti a favore contro 82 contrari e 70 astenuti, perché si sa, in politica l’astensione è la nuova forma di protestare con stile.

La condanna è vibrante: la guerra “aggressione illegale e ingiustificata” della Russia contro l’Ucraina è considerata “una palese violazione del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite”. Nel copione non potevano mancare i cattivi secondari: la leadership russa e il regime bielorusso, colpevoli al pari del protagonista mosso da mani invisibili.

Non si risparmiano neanche gli alleati fastidiosi come i regimi di Iran e Corea del Nord. Un teatrino che non fa nulla per nascondere a chi addebitare le colpe, precisando nel frattempo che nessun centimetro quadrato di territorio ucraino occupato verrà mai riconosciuto come “russo”. Staremo a vedere.

Garanzie di sicurezza e promesse mirabolanti

Nella sua pietra miliare di saggezza, il Parlamento dichiara che il futuro dell’Ucraina — cosa che già sapevamo — appartiene all’UE. Quindi, via libera ad accelerazioni mirate verso il mercato unico, con tanto di rinnovo dei preparativi per eventuali futuri allargamenti. Sì, perché non si sa mai quando qualcuno avrà voglia di accogliere l’ospite con il pugno di ferro.

Come se non bastasse, consigliano a UE e singoli Stati membri di prendersi un po’ più a cuore la sicurezza europea con un aumento di “sostegno militare, politico e diplomatico” verso l’Ucraina. Qui l’ironia si fa sottile: alla fine, si sta chiedendo un’ultima spintarella ai contribuenti europei, perché anche la guerra ha i suoi costi.

E dulcis in fundo, i deputati suggeriscono che un futuro – possibilmente utopico – accordo di pace tra Ucraina e Russia necessiterà di solide e credibili garanzie di sicurezza. Come dire: non fidatevi mai di niente, a meno che non sia scolpito nella pietra e firmato da tutti, possibilmente con sangue!

Ah, la solita commedia diplomatica: il Parlamento europeo si è svegliato dal suo torpore istituzionale per recitare la parte dell’eroe che vuole garantire alla Ucraina una “sicurezza credibile”, roba simile all’articolo 5 della NATO e all’articolo 42, paragrafo 7, del TUE. Chissà quanto tempo ci è voluto per arrivare a questa illuminazione fulminante, degna di un Nobel per la pazienza politica. Naturalmente, per essere politically correct, ricordano che l’accordo deve rispettare il diritto internazionale, prevedere responsabilità, riparazioni e non ostacolare l’autodifesa ucraina o le sue alleanze. L’apice della saggezza? Nessuna decisione su Ucraina ed Europa senza aver consultato proprio l’Ucraina e l’Europa stessa. Ovviamente.

Il Parlamento ci delizia poi con la sua proposta di una nuova “forza di rassicurazione” da schierare come pepite d’oro della pace occidentale per l’Ucraina, accompagnata dalle irresistibili garanzie di sicurezza che, oh sorpresa, entreranno in vigore solo dopo un’accordo di cessate il fuoco. Consiglio spassionato: siate pazienti, la pace arriverà “prima o poi”, molto prima del caldo Natale 2030.

Ma non è finita: non poteva mancare la solita bacchettata agli Stati Uniti. Sembrerebbe che Washington sia più interessata a siglare patti di “stabilità strategica” con la Russia – una formula perfetta per mantenere una pace che non è pace – piuttosto che impegnarsi in “veri negoziati” per una pace giusta e duratura basata sul diritto internazionale. Insomma, gli USA scelgono il compromesso da salotto mentre l’Europa sogna una rivoluzione pacifista. Ah, la credibilità…

Il Parlamento e la sua crociata contro l’energia russa

Passiamo ora al gran capolavoro: la richiesta di un “ulteriore disaccoppiamento energetico” dell’UE dalla Russia. Già applaudiamo agli sforzi per eliminare gradualmente gas e petrolio russi, ma evidentemente non basta. Quindi adesso si punta al pacchetto completo: tutti i derivati del petrolio, l’uranio in tutte le sue forme, il combustibile nucleare e perfino i servizi correlati. E, ciliegina sulla torta, una bella dismissione permanente dei gasdotti Nord Stream. Non si capisce bene se per altruismo verso l’Ucraina o per il gusto di complicarci ulteriormente la vita energetica. Ma hey, almeno c’è la coerenza dell’autolesionismo politico.

Nel frattempo, i nostri saggi parlamentari condannano la deportazione dei bambini ucraini in Russia, un atto ignobile, e ovviamente sostengono con fervore gli sforzi internazionali per il loro ritorno a casa. Come no, perché a parole siamo tutti paladini dei diritti umani, soprattutto quando si tratta di bambini. Curioso, però, come certe “condanne” restino sempre molto di superficie, senza che si intraveda nessuna “azione concreta” capace di alterare lo status quo a Mosca.

Ultimo stralcio di questa epica risoluzione: l’invito a estendere le sanzioni a istituzioni e funzionari russi coinvolti in crimini di guerra, con il solito appuntamento alla rigida applicazione per evitare “elusioni”. Ah, che fantasia! E per non farsi mancare nulla, il divieto d’ingresso nello spazio Schengen per il personale militare russo coinvolto dal fronte bellico e l’etichettatura del gruppo Wagner e delle sue emanazioni come organizzazioni terroristiche. Un bouquet di misure che suona magnificamente bene in un comunicato Washington-Bruxelles, ma che lascia l’amaro in bocca di chi conosce le infinite lentezze e le incertezze della geopolitica reale.

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