Quattro anni di guerra in Ucraina e l’Europa ancora a chiedersi se è il momento di farsi un esercito davvero serio

Quattro anni di guerra in Ucraina e l’Europa ancora a chiedersi se è il momento di farsi un esercito davvero serio

Chi avrebbe mai detto che mettere insieme un esercito europeo sarebbe così complicato? In quattro anni dall’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia, l’Europa sembra aver accumulato più dubbi che certezze nel cercare di affrontare le sfide comuni. Tra minacce russe e l’estemporaneo matrimonio d’interessi con gli Stati Uniti sotto la gestione, diciamo, poco prevedibile di Donald Trump, si è tornati a spingere l’idea di un esercito unico europeo. Suggestione vecchia quanto la cooperazione post-bellica, rispolverata nel 2026 come un vecchio vinile impolverato che tutti fingono di apprezzare.

Al World Economic Forum di Davos, Andrius Kubilius, il Commissario europeo per Difesa e Spazio, ha avuto la brillante idea di suggerire un esercito permanente di 100.000 soldati. La chicca? “Così potremo combattere come Europa”. Oh, la poesia della guerra europea unificata! La fantasia è sempre più piacevole quando non si deve fare i conti con la realtà.

Nel frattempo, Jose Manuel Albares, il ministro degli Esteri spagnolo, ha rilanciato l’invito a “integrare correttamente” l’industria della difesa europea. Per lui, una “collaborazione comune sarebbe più efficiente che avere 27 eserciti nazionali separati”. Pare un’idea rivoluzionaria, ma qualcuno ha pensato di chiedere a Kaja Kallas cosa ne pensa?

Kaja Kallas, da parte sua, avverte che un esercito europeo sarebbe “estremamente pericoloso” e – con sottile sarcasmo – afferma che gli entusiasti promotori “non ci hanno pensato praticamene”.

Per essere chiari: “Se fai già parte della NATO, non puoi improvvisarti con un esercito separato,” conclude saggiamente. A quanto pare, ci sono cose pratiche che ogni tanto si tende a sottovalutare quando si sventolano le bandierine dell’unità.

Rinforzare il pilastro europeo o creare confusione?

L’idea di un esercito europeo risale addirittura al 1951, quando la Francia propose una forza comune per arginare il temuto riarmo tedesco e contrastare l’orso sovietico. Tre anni dopo, la proposta fu sbrigativamente cestinata dalla National Assembly francese, perché evidentemente l’unione aveva i suoi limiti anche all’epoca.

Un rapporto del Center for Strategic and International Studies, pubblicato nel febbraio scorso, invita ad arruffare di nuovo le carte e ripensare una riforma seria del settore. Perché, diciamolo, spendiamo un sacco di soldi in armi e militari, ma non proprio per lavorare insieme. Sarebbe come se ognuno suonasse un pezzo diverso dello spartito durante il concerto: un vero caos.

Max Bergmann, autore del report e direttore del programma su Europa, Russia ed Eurasia, fa chiarezza:

“Gli eserciti europei non sono progettati per cooperare fra loro, bensì per farlo con gli Stati Uniti. Una risposta comune a una guerra sarebbe un vero disastro.”

Aggiunge che i nostri militari si dilettano con attrezzature incompatibili, spendono cifre da capogiro senza coordinarsi minimamente, creando inutili sovrapposizioni e un’efficienza che fa sorridere – o piangere, a seconda dei gusti.

In questi ultimi anni la Commissione Europea ha promesso alle stelle di rendere competitiva e innovativa l’industria della difesa comunitaria, cercando di abbozzare acquisti congiunti di munizioni o sistemi di difesa, con un budget tutto sommato ridotto a 310 milioni di euro (una bazzecola, insomma, considerando la spesa complessiva). Altri leader europei suggeriscono però di smettere di sognare eserciti indipendenti e concentrarsi semplicemente a potenziare il pilastro europeo all’interno della NATO.

Alexander Stubb, presidente della Finlandia, ha ribadito ai microfoni del WEF dello scorso mese che le capacità difensive della regione devono essere “utilizzate a livello nazionale e nella NATO, non come esercito della UE.” Le priorità? Rafforzare l’industria della difesa e accrescere le capacità degli Stati europei. Più chiaro di così, proprio no.

Un team che vuole giocare insieme ma non sa come

Qualche sondaggio recente racconta una storia meno grigia. Da quando la Russia ha fatto partire il suo assalto su vasta scala all’Ucraina, il supporto per una politica di difesa e sicurezza comune europea è cresciuto di qualche punto percentuale, raggiungendo l’81% nel 2025 – il massimo dal lontano 2004.

Quando si chiede agli europei se sarebbero favorevoli a un esercito regionale che comprenda truppe dal loro stesso Paese, il 61% dei lituani ha risposto con un sì, secondo un sondaggio YouGov dello scorso ottobre. In Germania si arriva al 59%, e in Spagna al 58%. Una timida promessa di unità o solo l’amore per il nazionalismo a più facce?

Insomma, l’idea di un esercito europeo rimane un grande sogno irrealizzabile, un cortocircuito in salsa comunitaria: c’è voglia di difesa comune, ma non abbastanza da superare interessi nazionali, alleanze vetero-militari e quella buona dose di realismo che serve a non sognare troppo forte.

Più della metà degli intervistati in Danimarca (56%) e in Francia (55%) ha espresso la straordinaria approvazione per una proposta che, a quanto pare, potrebbe cambiare il destino dell’Europa: un esercito europeo sovrano. Perché si sa, quando si tratta di sicurezza internazionale, nulla è più rassicurante di un’entità militare che racchiude al suo interno cetrioli diplomatici e contraddizioni geopolitiche.

Bergmann ha spiegato a CNBC con il garbo di un diplomatico che “elettoralmente, questa non è affatto una proposta perdente.” Perché, si sa, quando si verifica un po’ di nervosismo generalizzato dovuto a una potenziale guerra imminente, la gente vuole proprio un “cambiamento radicale” in campo difensivo. Chissà cosa intende esattamente, noi ci immaginiamo blindati con bandierine europee e un inno che suona tanto bene quanto il suono delle spese militari alle stelle.

Lo scetticismo degli esperti di sicurezza

Ma non tutti sono così entusiasti. Alcuni cervelloni della sicurezza, i cosiddetti esperti, mettono in dubbio che l’idea di un esercito europeo sovrano possa davvero far breccia nel cuore degli elettori, neanche in tempi di crisi e di ansie belliche. Guntram Wolff, cervello raffinato di Bruegel, esperto di economia della difesa e di riarmo europeo, la pensa in modo decisamente più prudente. Definisce il concetto di esercito europeo “molto improbabile, a meno che le condizioni non cambino radicalmente.”

Secondo lui, quel che i cittadini dell’Unione vorrebbero – guai a scontentarli! – è che i loro Stati mettano realmente in pratica una difesa congiunta efficace.

“I cittadini hanno più o meno capito che sarebbe più efficace e meno costoso,” ha scritto Wolff in una mail a CNBC. “Con la guerra in Ucraina e la frattura nelle relazioni transatlantiche, i cittadini europei sembrano addirittura più favorevoli a un’integrazione difensiva più profonda.” Ma, come spesso succede, tra l’utopia della cooperazione e la dura realtà dei comandi militari, qualcosa stona.

I nodi da sciogliere: decisioni e comandi

Liana Fix, lumachina sacra del Council on Foreign Relations, getta acqua sul fuoco con la solita, impeccabile saggezza. “Sul fronte militare,” avverte con tono serio, “la questione cruciale è chi decide e come si organizzano le strutture di comando europee. Finora, tutti si aggrappano ancora alle strutture della NATO.” Ah, la NATO, questo paravento magico che tutti amano invocare quando si tratta di tenere insieme tante teste, molte delle quali spesso non stanno esattamente remando nella stessa direzione.

Impegni e scappatoie nel summit NATO all’Aia

Al summit della NATO tenutosi all’Aia l’anno scorso, gli Stati membri si sono vagamente impegnati a incrementare la spesa per la difesa fino al 5% del PIL. Una “svolta epocale” dopo le pressioni del sempre pungente Donald Trump. Peccato però che non tutti fossero d’accordo con questa simpaticissima rivoluzione fiscale.

Spagna ha pensato bene di impostare il suo record personale a un “modesto” 2% del PIL, ovvero quella cifra “sufficiente e realistica” che fa sì che il budget militare non schizzi alle stelle ma resti abbastanza discreto da non far irritare troppo i contribuenti iberici.

Il ministro dell’Economia spagnolo, Carlos Cuerpo, in un’intervista a CNBC durante il World Economic Forum, ha dichiarato candidamente che il Paese deve fare il “massimo uso” di quel denaro per “rafforzare realmente il nostro esercito, l’industria della difesa e la nostra sovranità in materia di sicurezza e difesa.”

E a scanso di equivoci, ha aggiunto con la consueta sicurezza nella propria affidabilità:

“La Spagna farà il possibile per rispettare gli impegni presi nel rafforzamento delle capacità NATO… saremo un partner affidabile come lo siamo sempre stati.”

In sintesi, un esercito europeo sovrano? Forse un giorno. Per ora, la bella addormentata dell’Europa difensiva deve accontentarsi di spingere su progetti condivisi che, se va bene, non faranno troppo arrabbiare né Bruxelles né Washington. E noi continueremo con questo piccolo scherzetto chiamato “integrazione militare” – quell’incanto un po’ surreale dove tutti vogliono più difesa ma nessuno è disposto a passare dalla retorica alle cannonate.

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