Quando Pippo Baudo fa ancora il padrone di casa al Festival e nessuno osa dire di no

Quando Pippo Baudo fa ancora il padrone di casa al Festival e nessuno osa dire di no

Come se fosse un’apparizione spettrale degna di amletiche tragedie o di tragedie ben peggiori come i congressi di Fratelli d’Italia, il fantasma di Pippo Baudo continua a infestare il Festival di Sanremo. Se pensavate che il Festival esistesse prima di lui, vi sbagliate di grosso: Baudo non solo l’ha risuscitato dall’oblio, ma l’ha plasmato a sua immagine e somiglianza. Scordatevi quell’arroganza da Re Sole — che tra l’altro non ha mai pronunciato quelle frasi famigerate, ma lasciamo perdere — qui vale solo il mantra “Sanremo sono io”. Una sorta di incarnazione sacra e irrinunciabile, quasi divina nella sua presenza eterna. Tredici conduzioni sulle spalle (un record da Guinness rispetto agli “esigui” undici di Mike Bongiorno), con un debutto nel lontano 1968 e l’ultima apparizione nel 2008. Ha codificato con piglio monarchico tutta la liturgia: la valletta bionda e quella mora, il dopofestival che non serve a nessuno, la doppia veste di conduttore-direttore artistico, le nuove proposte, le solite indegne proteste, il Grande Ospite Internazionale di rito e lungaggini infinite da far impallidire Wagner.

La Storia

Prima del miracolo in diretta televisiva e del salvataggio del presunto suicida aggrappato alla galleria dell’Ariston — con il buon Pippo che fa il moderno psicologo seduttore rassicurandolo: “stasera sarai con me sul palco” — il teatro della kermesse ha conosciuto mille sfumature di follia. Insomma, anche rinunciare al gesto estremo è un lusso rispetto all’insano feticismo che il Festival incarna, a tratti peggiore del rischio di buttarsi giù.

La terminologia si è evoluta, ovviamente: chiamare “vallette” le assistenti è ormai peccato grave da social execution, ma “Sanremo è Sanremo” resta uno slogan sacro, inventato, neanche a dirlo, da Baudo in persona. Perché il Festival è quello, prima di tutto, perché lui l’ha voluto così, con quella testardaggine e presunzione che si traducono in una tenenza al potere senza eguali nel variegato mondo dello showbiz italiano.

Ricordo bene la sua ultima edizione, nell’ormai lontano 2008: con co-conduttori improbabili come Piero Chiambretti, Bianca Guaccero e Andrea Osvart, e vincitori che sembravano pescati a caso, Giò Di Tonno e Lola Ponce. Fu un fiasco clamoroso: ascolti in caduta libera, formato tritatutto che persino la concorrenza delle telenovelas riuscì a superare a sorpresa. Noi, giovanissimi report autorivoli, fummo ammessi all’augusto cospetto di Baudo. Lui, in uno stretto camerino dell’Ariston, dove le sue gambe monumentali stentavano a star sedute, era sconfitto, privo di trucco, con i capelli neri arruffati come un’anima in pena. Non riusciva a capacitarsi di quella disfatta, appariva distrutto, un padre-padrone deposto dal proprio stesso figlio.

Un quadro terribile, quasi sinistro, il finale di un’epoca che però non significava la fine del mito. Perché Baudo, si sa, aleggia ancora — come uno spettro consolatore e inquietante. E ora che Carlo Conti ha definitivamente lasciato la scena, tocca a lui infondere dediche e commemorazioni, in attesa che gli eredi di questo Festival opaco e in declino si aggrappino alla nostalgia più compulsiva.

In fondo, l’unico vero valore rimasto della televisione generalista è proprio il ricordo, un enorme parco giochi di rimembranze cicliche dove tutto torna sempre uguale, peggio eppure inesorabile. Carlo Conti, dunque, non è altro che un Baudo abbronzato che eredità e perpetua rituali atavici, mentre Amadeus rappresenta la versione pallida e timida del Maestro che tutti ammirano e sfottono allo stesso tempo. Nella vasta dialettica televisiva italiana, il mito Baudo rimane la stella polare, il nume apotropaico di una kermesse che si aggrappa ai fasti passati malgrado un presente avvolto da ignominia e cliché consumati.

Il Paradosso del Nostro Amato Festival

È curioso, davvero da manuale del paradosso italiano, dover rimpiangere con struggente nostalgia ciò che si è deriso e detestato fino all’inverosimile. La Prima Repubblica, la Dc e, perché no, anche Baudo e il suo Festival di Sanremo. Si tratta di una ritualità che sfugge a ogni controllo e sragiona ogni minima speranza di rinnovamento: il passato è sempre più lucido, il presente solo un pensiero ossessivo che si ripete in loop.

Dietro il sipario di quella sceneggiata che chiamiamo intrattenimento, si nascondono montagne di contraddizioni: uno spettacolo autosufficiente che vive di sé stesso, che si nutre della ripetizione infinita delle sue stesse formule fallimentari e però sacre. Una liturgia dove l’incapacità di cambiare viene celebrata come un valore, e l’innovazione come un tradimento.

Il grande ritorno di Pippo Baudo per commemorare l’assenza di un presente è solo la testimonianza più plateale di questo destino farsesco del Festival, una sorta di gigantesca funeraria televisiva che festeggia la morte dell’idea di novità. La direzione artistica, il copione, la scenografia immutabile: tutto rimane scolpito nella pietra dell’immobilismo, sotto la guida insostituibile e incontrastata del Re Assoluto dello Showbiz italiano. Del resto, se c’è un “Sanremo”, vuol dire che c’è, e continuerà a esserci, un Pippo Baudo.

Ah, la Rai di una volta, quel monumento eterno alla grandezza archiviata della Prima Repubblica, quella che sorrideva beata abbracciando la Democrazia Cristiana tra un applauso e un compromesso storico. Quei favolosi Anni Sessanta, dove tutto sembrava possibile, seguiti da Settanta controversi ma così “stimolanti” da far invecchiare le vecchie glorie della politica, e via via dagli Ottanta “da bere” agli Anni Novanta, l’epoca in cui si cercava disperatamente di smaltire la sbornia – politica e non – delle decadi precedenti. Nel frattempo spadroneggiavano i colossi del tempo: il PCI, Bettino Craxi, il pentapartito e, per aggiungere il tocco finale, persino Berlusconi. E ovviamente, imperterrito nel suo ruolo di icona nazionale, c’era Pippo Baudo, il santone della democristianità televisiva, ovvero l’uomo qualunque che ci rassicurava senza mai osare contraddirci. Il trionfo del luogo comune accuratamente confezionato, quel “ben detto” che si trasformava magicamente in un must, come una pozione magica per le masse incapaci di andare oltre le scintille dorate dello showbiz internazionale e di qualche pillola di cultura pasticciata su misura per gli illetterati dei paeselli.

E, come fragranza d’antan, ecco l’immancabile Sanremo, che ogni anno si trasforma in una cumenda televisiva di rimpianti e lacrime di coccodrillo, con Carlo Conti che si commuove ricordando il grande Pippo Baudo, come se fosse una celebrazione sacrificale di un’era passata.

Sanremo, Carlo Conti si commuove ricordando Pippo Baudo: “Festival dedicato a lui”

La prudenza, la misura, il garbo, il congiuntivo impeccabile… Oh sì, una volta c’era una Rai del genere. Dove i riti tribali sotto forma di petreccate (per chi non lo sapesse, battute e frecciatine tra artisti e pubblico) c’erano, ma erano così farcite di bon ton da sembrare una passeggiata domenicale nel parco. Quella Rai che poteva permettersi di avere dirigenti veri, non mera “digerenti” del prima serata, con qualche sconfinamento educativo per guidare le masse remote e teledipendenti verso quell’illusoria idea di cultura popolare, dosata e rassicurante.

Ah, certamente signora mia, “si stava meglio quando si stava peggio”. Una nostalgia canaglia che si insinua con la delicatezza di un bonus in busta paga. Sì, i migliori festival della vita, quelli in cui c’erano ancora le mezze stagioni – altro che fake news climatiche – e persino la nonna un po’ distratta aspettava, come fosse un sacramento, la comparsa solenne di Pippo Baudo per la benedizione urbi et orbi. Peccato che quest’anno neanche Al Bano si sia degnato di apparire: uno scandalo che scuote ribollendo l’anima della più remota provincia lombarda.

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