«Finirà male». Con questa brillante profezia, Mathilde Panot, deputata dell’ultrasinistra e fedelissima di Jean-Luc Mélenchon, ci regala un’altra perla di ottimismo politico. Il suo partito, La France Insoumise (LFI), è finito nel mirino per l’implicita connessione con l’episodio che ha portato alla morte dell’attivista di estrema destra Quentin Deranque, massacrato a colpi di manganello sabato scorso. Come ciliegina sulla torta, gli squadristi nazionalisti hanno pensato bene di rispondere attaccando le sedi di LFI, trasformando il tutto in un surreale gioco del “ti picchio perché mi hai picchiato” da cortile di scuola. È davvero difficile trovare una Francia che non abbia mai visto questo livello di tensione e minaccia di conflitto politico-armato.
Eppure, negli ultimi quindici anni, il Paese ha vissuto un vero e proprio carosello di tragedie: attacchi islamisti infami come quello del Bataclan, rivolte nelle periferie, e persino omicidi politici — ricordate Clément Méric? L’attivista antifascista ucciso da gruppi di skinhead a Parigi nel 2013. Nonostante ciò, la società, le istituzioni e i politici si sono sempre mantenuti su una linea di apparente compostezza. Nessuna urgenza di vendetta, nessuna degenerazione in ritorsioni violente. Ora invece, con le elezioni presidenziali alle porte e una politica che sembra sul punto di implodere, la pentola della tensione è pronta ad esplodere. I militanti violenti? Sono solo poche migliaia, a sinistra come a destra, ma sufficiente per incendiare un clima già ultra-infamante.
Il commento
Omicidio di Deranque e il linguaggio tossico della polarizzazione
Il fatto che per la prima volta una vittoria di Rassemblement National (RN), il partito di Marine Le Pen e Jordan Bardella, non sia più uno scenario da incubo, ma una realtà tangibile, porta a uno spettacolo politico ancora più intenso. Con i due leader nazionalisti in testa ai sondaggi al 35%, la risposta naturale è stata la radicalizzazione sfrenata delle fazioni ultra-sinistre antifasciste, così come lo spostamento a destra degli estremisti più fanatici, abbandonando il RN ormai spogliato della sua quota di “rispettabilità” elettorale. Il risultato? Una partita politica giocata su un campo minato fatto di insulti, minacce e ipocrisie da tutte le parti.
Mentre la destra estrema eccede nei suoi insulti, la France Insoumise risponde portando l’antisionismo all’estremo sfiorando — qui non ci sono scuse, si chiama antisemitismo —, tanto da farne quasi un marchio di fabbrica. Un partito che porta il 10% dei consensi sostiene indirettamente questa ideologia, tentando di trasformare il conflitto israelo-palestinese in uno strumento per conquistare i quartieri popolari e le seconde generazioni di immigrati. In questo contesto, ex alleati socialisti vengono “gentilmente” definiti “genocidiari” e un Jean-Luc Mélenchon ancora in funzione omaggia pubblicamente i “giovani compagni” della “Jeune Garde”, il gruppo antifascista che sembra non così tanto “giovane” da non essere coinvolto nell’omicidio di Deranque.
Il caso
Attivista di estrema destra ucciso a Lione: fermato un assistente di un deputato di Mélenchon
Come se non fosse abbastanza, questa escalation di violenza ha trasformato l’Assemblea Nazionale in una specie di ring permanente dove il confronto istituzionale si riduce a risse di poca grazia, devastando l’immagine della democrazia stessa agli occhi di un’opinione pubblica sempre più stupefatta. Se poi ci mettiamo la dissoluzione di quel che resta del centro, la situazione diventa quasi tragicomica. Emmanuel Macron, maestro della diplomazia internazionale, continua a giocare le sue carte sul palcoscenico globale, mentre a casa il teatrino politico si sta trasformando in un film dell’orrore a puntate.
Insomma, il quadro è chiarissimo e agghiacciante: una società polarizzata che spinge verso estremi sempre più sgargianti, un’arena politica dove i moderati si stanno dissolvendo, e l’ombra inquietante di violenze e vendette che sembravano appartenere a un’altra epoca, ma che ora stanno addirittura tornando a casa. Il tutto, ovviamente, nel nome della democrazia e dell’anticipazione del voto, il grande spettacolo di questa farsa chiamata politica francese.
Nell’ultima emozionante puntata del teatro politico francese, ahimè non di raffinata commedia ma di drama tragicomico, il protagonista è un malconcio capo dello Stato che un tempo incarnava il potere e ora invece sembra più un re deposto, smarrito e decisamente fuori dal tempo. Emmanuel Macron, che una volta raccoglieva applausi, oggi raccoglie solo lamentele e sarcasmo. Il macronismo, quel razzo che doveva portare la Francia in orbita, invece ha mosso appena un triste balzo e ha lasciato il palcoscenico senza un erede degno di questo nome, aprendo la pista a lotte intestine e tradimenti da sottoscala degni della migliore telenovela.
Nella speranza di non scomparire definitivamente nel limbo dell’oblio politico, una fetta della destra un tempo moderata – ora in pieno delirio da autodistruzione – si è messa a demolire con entusiasmo ciò che per decenni aveva difeso come un dogma sacro: la democrazia francese. La coerenza? Un lusso superato, preferendo alla saggezza un cocktail micidiale di demagogia e opportuna ipocrisia.
Così ecco la scena: Édouard Philippe, ex primo ministro “neo-gollista”, combina l’insolito con l’impossibile unendosi ai cori dei più estremi. Non solo chiede le dimissioni anticipate di chi lo aveva nominato, ma lo fa ballando sfacciatamente sul cadavere di principi istituzionali scolpiti da Charles de Gaulle. A quanto pare, la logica e la memoria storica sono optional nei meeting di quella che un tempo si chiamava la Quinta Repubblica.
Nel frattempo, da un’altra latitudine di questa tragedia, Bruno Retailleau, ex ministro degli interni e compagno di merenda neo-gaullista, ci rivela che “lo stato di diritto non è intangibile, né sacro”. Fantastico! Dunque possiamo metterlo a noleggio e cambiarlo come l’ultimo modello di smartphone quando non ci va più a genio. La separazione dei poteri? Un bell’artefatto decorativo ormai.
Ma non è finita. Il crescendo raggiunge vette di assurdità ancora più alte quando Nicolas Sarkozy, ex presidente e ormai veterano del teatrino delle ombre, si mette a litigare con la giustizia sul tema dell’imparzialità dei magistrati. Non contento di questo, ha stretto un patto con Marine Le Pen, condannata come lui e amante dell’estrema destra, facendo il possibile per far crollare quel miracoloso “fronte repubblicano” che aveva tenuto lontani gli incubi populisti per anni. Accogliendo tra le braccia il rampante Jordan Bardella, sembra quasi dire: “Amici, ora possiamo far cadere anche gli ultimi simboli di decenza politica”.
Non basta la destra a scatenare il caos: a sinistra qualche dirigente socialista pare convinto che il gemellaggio con l’estremo sinistra di La France Insoumise sia la soluzione più brillante. Una manovra che, francamente, è come passare dall’altra parte della barricata con un sorriso beffardo, ignorando che il vero problema non è solo la presenza di qualche esagitato, ma l’assoluta incapacità di sedare l’incendio prima che tutto “vada a finire male”.
La Francia, il paradiso degli scontenti
È da notare, con un misto di ammirazione e sgomento, come la Francia sia diventata il luogo ideale dove la gente è convinta di vivere all’inferno. Un paradosso così gustoso da far impallidire i migliori sceneggiatori di storie nere. Si processa, si polemizza, si strappa e si ride amaro perché in fondo ognuno è convinto di essere il buon samaritano mentre distrugge pezzi di un sistema complesso e fragile.
Le istituzioni, pensate da giganti come Charles de Gaulle per resistere alla frenesia e garantire stabilità, sono ora terreno di caccia per chi preferisce il caos e la confusione. La volontà popolare, che dovrebbe essere il faro di ogni democrazia, viene manipolata da tribuni dell’antico e del nuovo estremismo, che cavalcano l’odio e la paura come se fosse oro colato.
Insomma, in un paese dove l’autorità si sgretola e le alleanze più improbabili si formano, si può solo aspettare con un mezzo sorriso e tanto cinismo il prossimo atto di questo grottesco spettacolo chiamato politica francese. Lo show deve continuare, sempre più sfacciato, sempre più incredibile, e noi spettatori? Resta solamente da prendere appunti e magari qualche scatto amaro di questa commedia, tragi-comica ma purtroppo fin troppo reale.



