Bentornati nella meravigliosa giungla delle crisi bancarie dove la burocrazia dell’Unione Europea decide di fare un regalino: allargare la cerchia di banche a cui applicare regole che dovrebbero proteggere il denaro dei contribuenti. E no, non è una trovata per complicare ulteriormente le cose, ma per aiutarci a gestire con ancor più sapienza i fallimenti bancari e armonizzare la già incantevole cacofonia delle tutele sui depositi nel nostro caro vecchio continente.
Come da prassi di altrettanta trasparenza, questa stupenda decisione è stata adottata con una grande festa senza votazioni né discussioni — viste le assenze di qualunque emendamento. Quindi, tutto è andato come un treno… senza intoppi, ovviamente.
Così si tutela al meglio (o quasi) i depositanti
Dato che i sistemi di garanzia dei depositi (finanziati ovviamente da chi? Dal settore stesso, mica dai contribuenti!) coprono fino a 100.000 euro, avranno la priorità nel rimborso, lasciando agli altri il disturbo di attendere più a lungo. Il podio di questa gara al rimborso è così distribuito: in cima i sistemati SGD, poi i comuni mortali con i loro risparmi — le famiglie e le PMI — e infine, come ciliegina surreale sulla torta, anche le piccole autorità pubbliche tipo municipi o enti regionali, a patto che non siano considerati investitori professionali (perché quelli, beh, sono un’altra categoria, non dico speciale, ma quasi).
Oh, e attenzione: oltre alla solita garanzia standard di 100.000 euro per depositante e banca, ci sono simpatiché coperture extra che spaziano da 500.000 fino a 2.500.000 euro per specifici depositi legati a operazioni immobiliari. Chissà quanto sono contenti gli acquirenti di seconda casa.
Ora si risolve anche per le banche “piccole”, ovviamente se di interesse pubblico
Con l’ennesima trovata geniale, il quadro di risoluzione – quello strumento operoso che permette di ristrutturare o buttare in aria una banca fallita senza mandare in pappa l’intero sistema finanziario – ora si estende, udite udite, anche alle banche “piccole e medie”. Che poi, “piccole” è un concetto molto elastico, specie se sei considerato di “interesse pubblico”.
Ma non è tutto zucchero e miele: prima di correre ai ripari con fondi esterni, azionisti e creditori dovranno ingoiare pegno e svalutare almeno l’8% del totale delle passività e dei fondi propri. Un sacrificio che suona tanto come “noi paghiamo, voi mettetevi il cuore in pace”. Per addolcire la pillola arriva il sensazionale meccanismo “bridge the gap”, che permette ai fondi di garanzia dei depositi di contribuire a raggiungere questa soglia magica e facilitare un’uscita dignitosa dal mercato, senza drammi eccessivi.
I deputati, con la loro proverbiale attenzione per la semplicità, hanno addirittura chiesto di “semplificare” l’uso di questo strumento, specie per le banche più piccole (perché mica sarà facile, eh). Nel frattempo, i paesi UE si godono il permesso di usare i fondi di garanzia anche in modalità preventiva o alternativa, giusto per evitare quei buffi fallimenti o per mantenere aperti i rubinetti dei depositi.
Il contesto da cui nasce questo magico pacchetto
Il super pacchetto si compone di tre atti legislativi che sicuramente suonano come mantra nella testa di chi ama la burocrazia: la direttiva sul risanamento e la risoluzione delle banche (BRRD), il regolamento sul meccanismo di risoluzione unico (SRMR) e la direttiva sui sistemi di garanzia dei depositi (DGSD). Una rassegna delle meraviglie che promette di snellire e armonizzare questa giostra di norme.
Dichiarazioni di rito: fra chiarezza e pomposità
Luděk Niedermayer del PPE e orgoglio della Repubblica Ceca, relatore per il BRRD, ha voluto incoronare il dossier con parole di fuoco:
“Si tratta di un dossier molto complesso, sia dal punto di vista economico che politico. Tuttavia, rafforza e rende più coerente il quadro dell’UE per la gestione delle crisi bancarie. Estende il sistema di risoluzione, in particolare alle banche piccole e medie, migliora la prevedibilità e armonizza l’uso degli strumenti in tutta l’Unione. Rafforza inoltre le tutele per cittadini, PMI e comuni, chiarendo come i loro fondi saranno trattati in caso di fallimento di una banca.
Uno degli obiettivi principali era ridurre il ricorso al denaro dei contribuenti, promuovendo soluzioni di mercato e meccanismi di finanziamento privati. Ancora più importante, questo dossier consentirà di compiere progressi più rapidi verso il completamento dell’unione bancaria, una componente fondamentale dell’agenda dell’UE per migliorare il funzionamento del mercato unico”.
Irene Tinagli del gruppo S&D, con la solita spavalderia italiana e arma di consigliere per il SRMR, ha aggiunto con piglio da esperta:
“La riforma rappresenta un miglioramento decisivo, rendendo la risoluzione più credibile e accessibile per le banche piccole e medie, pur mantenendo un approccio prudente in cui la capacità di assorbire le perdite resta la prima linea di difesa.
Allo stesso tempo, l’accordo rafforza l’uso efficace degli strumenti finanziati dal settore all’interno di un quadro chiaro e solido. Salvaguarda inoltre l’integrità e l’indipendenza della governance europea, garantendo coerenza, certezza giuridica e una maggiore armonizzazione nell’unione bancaria. Si tratta di un passo avanti concreto nel rafforzamento della stabilità e dell’integrazione finanziaria, sottolineando al contempo la necessità di ulteriori progressi verso un sistema europeo di assicurazione dei depositi (EDIS) pienamente sviluppato per completare l’unione bancaria”.
Meno male che qualcuno ci tiene a ricordarci quanto sia fondamentale avere un “quadro normativo solido e resiliente” in un mare agitato di geopolitica ed economia, altrimenti come farebbero le banche a continuare a finanziare la “vera economia”? Nulla di più rassicurante, vero?
La relatrice danese per il DGSD, che sembra aver fatto della fuffa istituzionale un’arte, ha pontificato: “L’adozione della revisione del quadro di gestione delle crisi e dell’assicurazione dei depositi, in particolare della direttiva sui sistemi di garanzia dei depositi, rappresenta un primo passo importante verso il tanto sbandierato completamento dell’unione bancaria”. Tradotto: tante belle parole e nessuna certezza concreta.
Ecco il sunto di questo capolavoro di burocrazia: l’ambito della risoluzione è stato “ampliato” (come se allargando qualcosa magicamente risolvessimo i problemi), ma sono anche state garantite “sufficienti salvaguardie” per mantenere i sistemi di garanzia dei depositi almeno un po’ finanziati (il che suona un po’ come “ci abbiamo messo una toppa perché il buco fosse meno evidente”). Nel frattempo, hanno armonizzato i “strumenti” di questi sistemi, il che ci porta verso un “settore bancario europeo più integrato”, sperando che almeno questa espressione valga qualcosa dal punto di vista pratico.
Naturalmente, non illudiamoci: queste riforme sono solo “mirate”, nome elegante per dire “insufficienti” e “tampone temporaneo”. Se davvero vogliono completare qualcosa, dovranno inventarsi misure più ambiziose, che includano un vero sistema europeo di assicurazione dei depositi, cosa che al momento sembra un miraggio da fantascienza.
Le prossime tappe
Per chiudere il cerchio di questa meraviglia di inefficienza burocratica, le nuove norme entreranno in vigore venti giorni dopo la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale dell’UE. Poi, come un regalo che arriva con calma olimpica, si applicheranno dopo 24 mesi, salvo qualche eccezione, naturalmente. Praticamente una promessa che sarà almeno superata da qualche nuova crisi finanziaria, ma hey, almeno la burocrazia avrà fatto il suo corso.



