Quando la rivoluzione di Lina Wertmüller parlava con la voce insospettabile di Rita Pavone

Quando la rivoluzione di Lina Wertmüller parlava con la voce insospettabile di Rita Pavone
George Brown dirigeva e la leggendaria Lina Wertmüller supervisionava. Sì, proprio lei, l’autrice premio Oscar per Pasqualino Settebellezze. In un’Italia che preferiva pseudonimi a nomi veri, ecco spuntare un musicarello niente meno che con Rita Pavone: adolescente ribelle dalla voce rock e uniforme da collegiale, si innamora di un timido insegnante di musica (interpretato da un giovanissimo Giancarlo Giannini). Ovviamente, lui è molto infastidito da questa corte tanto sfacciata quanto fuori contesto.

Il film si chiama Rita la zanzara, siamo nel 1966, e la pellicola non si risparmia: canzoni, risate, colpi di scena, e un cast stellare che va da Peppino De Filippo a Gino Bramieri, passando per Turi Ferro, Laura Efrikian, Milena Vukotic e Nino Taranto. Il tutto prodotto dalla storica Titanus, che ha avuto l’ardire, nemmeno troppo celato, di “investire nel genere dei musicarelli”, prendendo quella che era una moda passeggera e trasformandola in un vero e proprio genere con i fiocchi.

Sembra incredibile, ma l’industria cinematografica di quel tempo – quella con la “I” maiuscola – decise di elevare un fenomeno popolare a forma d’arte autonoma e strutturata per intercettare i “desideri delle nuove generazioni” e, aggiungiamo noi, per ridefinire il pop filologicamente all’italiana.

Un flashback nostalgico e zuccheroso

Guido Lombardo, presidente attuale di Titanus S.p.A., ci tiene a ricordare l’autrice, solitamente chiamata “Linucciola”, con la dolcezza di chi evidentemente si aspetta che anche questa volta venga immortalata come una santa del cinema. Ricorda spensierati pomeriggi d’infanzia, coi gelati offerti da Lina, situata a due passi da Piazza del Popolo, in un quadro di legami familiari che si fondono in un inno al buon vicinato e all’innocenza.

Che il rapporto con la diva del musicarello fosse più speciale di quello con la stessa Rita Pavone, che nel frattempo è stata “persona favolosa” ma mai quella cosa lì, è tutto da annotare. Perché tra una risata e l’altra, tra un gelato e una battuta, si cela un piccolo grande universo a cinque stelle di cinematicità del Belpaese.

Titoli, ruoli e retroscena più brillanti di una zanzara

Il primo a scoprire l’idea di Wertmüller fu proprio Goffredo Lombardo, produttore del mitico Gattopardo. Il racconto è come un film nel film: appena lei pronunciò quel titolo così “onesto”, lui subito si convinse del potenziale. Difficile resistere a una donna così, dura con tutti tranne che con i figli del produttore, no?

Il piccolo Lombardo (che avrebbe guardato il film solo anni dopo) ricorda lo spettacolo come “divertente, strepitoso, pieno di vita e sorprese” e soprattutto “forte come Lina”. Parola di chi ha incontrato bombe atomiche della settima arte, e si sa, le esplosioni creative sono sempre più esilaranti con un po’ di ironia. Con Rita Pavone la sintonia era diversa, meno gelsomino e più rock’n’roll, una diva straordinaria ma niente affatto la “Linucciola” dei pomeriggi d’infanzia.

Rita la zanzara: molto più di un concertino scintillante

Steve Della Casa, conservatore della Cineteca Nazionale, riesce a cogliere tutto il valore nascosto e non banale dell’opera. Se normalmente i musicarelli erano sceneggiature più o meno improbabili cucite addosso a qualche cantante improbabile, qui il dualismo funziona di più. Rita Pavone fa le imitazioni di Marilyn Monroe, Charlie Chaplin, Mina, mentre Giancarlo Giannini dimostra di meritare molto più di un ruolo da sparring partner melodico.

Come ciliegina sulla torta, vediamo giovanissimi ma già destinati a diventare icone come Loredana Bertè e Renato Zero, praticamente irriconoscibili nei panni di ballerini, a conferma che anche le metamorfosi più bizzarre possono garantire la fama eterna nel circo del cinema italiano.

Per il restauro della pellicola, naturalmente, il focus non poteva che essere cromatico. Contrariamente alla superstizione popolare che attribuisce al viola connotati sinistri, la napoletana Wertmüller ne fece largo uso, dimostrando che le leggende metropolitane hanno le gambe molto corte – soprattutto sotto i riflettori di una cinepresa restaurata.

Infine, non si può tacere sul contenuto: non una semplice esposizione di canzoni a soggetto, bensì un intreccio di coreografie e una trama che, oltre a portare il sorriso, sorreggono con mestiere ed eleganza quello che dovrebbe essere un dignitoso prodotto artistico e non un mero spot musicale, come spesso i musicarelli rischiano di diventare.

Che meraviglia contemplare la “grande carica erotica” di un’epoca in cui una ragazzina poteva tranquillamente trasformarsi da alunna a musa sensuale solo indossando un vestito da vamp in discoteca. Ah, la potenza travolgente di una forza della natura chiamata Lina Wertmüller! Ma non pensate che fosse solo apparenza: la trama si spingeva ben oltre la morale bacchettona degli Anni ’60, con la protagonista che si invaghisce del professore, gli fa il filo con un’ostinazione degna di miglior causa e, incredibilmente, alla fine ottiene ciò che voleva.

E ovviamente, dato che parliamo di Lina Wertmüller agli esordi, si firmava con l’alias da spia internazionale George Brown. Un dettaglio quasi innocuo, mentre la sua regia emergeva già dalla mediocrità banalotta dei classici musicarelli del tempo con una complessità e un ritmo che lasciavano sbalorditi persino i nostalgici più indulgenti.

Il Restauro che Fa Tremare le Coscienze

La versione restaurata di questo capolavoro dimenticato, già applaudita dieci giorni fa alla prestigiosa Cinematheque française di Parigi durante la retrospettiva su Lina Wertmüller, non è solo un vezzo estetico per cinefili nostalgici. No, signori, è una vera e propria operazione “significativa”. Perché restaurare il cinema popolare significa raccontare gli Anni ’60 con una freschezza che supera persino i tesi di sociologia da università.

Vi immaginate? Se qualcuno, oggi, fosse davvero un insegnante di storia con il coraggio di mostrare ai ragazzi che, in tempi non sospetti, una ragazzina dispettosa poteva puntare il professore e, udite udite, riuscire a conquista… sarebbe un colpo al cuore delle moderne noiosissime lezioni sui diritti civili. Insomma, i mutamenti nei costumi erano già in moto, anche se nessuno, ovviamente, aveva il coraggio di ammetterlo apertamente.

Le Storie di Sempre, ma con Smartphone Accesi

Come se non bastasse, le vicende di amore, gelosie e drammi, sorrette nel passato da figure patriarcali come Gianni Morandi, Al Bano e Romina Power, e plasmate sotto l’occhio vigile di Lina Wertmüller, si fanno portavoce di un cinema che vuole andare avanti. Tra restauri di classici e produzioni di nuove serie, la missione è chiara: mantenere viva quell’essenza popolare che oggi, però, sembra sopravvivere a malapena.

Peccato che i giovani d’oggi abbiano la soglia di attenzione di uno scarafaggio, non superando i tristissimi tre minuti. Un esempio? Qualche settimana fa, nel raro miracolo di una sala cinematografica ancora aperta, l’autore di queste note ha assistito alla strana danza della proiezione: pubblico a capienza massima, tutti ammutoliti… tranne che per i telefonini, rigorosamente accesi. Perché vedere il film con il cellulare in mano è il nuovo sport nazionale.

Che progresso culturale, vero? Tra restauri gloriosi e distrazioni digitali, sembra proprio che la grande arte del passato rischi di diventare un reperto archeologico per dinosauri nostalgici, mentre la vera rivoluzione è quella del multitasking selvaggio con video e social che incantano più di qualunque regia sofisticata.

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