Ah, la cultura e l’editoria: quei due mondi affascinanti dove l’arte di parlare senza dire niente si eleva a livello divino. Non temete, non ho intenzione di offendervi… almeno non troppo. Sono qui solo per gettare un po’ di luce – o forse solo per accendere qualche fiammifero – su ciò che rende questi universi così… peculiari.
Sappiamo tutti quanto sia finanziata la cultura, o meglio, come venga tenuta in vita grazie a fondi che sembrano uscire da un cappello magico: soldi pubblici che spariscono nelle pieghe invisibili di qualche burocrazia scintillante, mentre gli intellettuali di turno si ostinano a declamare versi che probabilmente neanche loro comprendono davvero, ma che suonano tanto bene nelle firme delle loro cartelle stampa.
Che dire poi dell’editoria? Quel magico calderone dove ogni titolo ha il diritto di nascere, crescere e morire in pochi mesi senza che nessuno sembri accorgersene. Ma almeno le copie sono stampate, giusto? Perché in fondo, il vero fine è continuare a parlare di “mercato culturale” come se fosse l’El Dorado della produzione intellettuale, quando in realtà è una giungla fatta di relazioni, compromessi e promesse che non si manterranno.
Il paradosso del finanziamento pubblico
La trama si infittisce quando ascoltiamo quei meravigliosi annunci sulla “trasparenza” del finanziamento alle arti, quasi fosse un concorso di bellezza anziché una pigra spartizione di risorse. Il bello è che i premiati sono spesso le stesse persone che perpetuano il circolo vizioso: critiche soffocate, innovazione inesistente, e ovviamente, un’abbondanza di conferenze e cocktail.
Questa élite del sapere sembra votata a garantire che nulla cambi, mantenendo vivo l’apparato più come una forma di autocelebrarsi che come spinta culturale vera. E intanto, chi produce contenuti “leggeri” o commerciali, ma di qualità, resta ai margini o chissà dove, perché evidentemente non è trendy o “di sinistra” abbastanza.
L’editoria e la sua disarmante routine
Passiamo adesso a quei gloriosi editori che sembrano vivere in un eterno déjà vu: strategie di marketing nate negli anni ’90, un catalogo che ricicla sempre gli stessi autori, e una staffetta infinita di collane che sanno di stantio. Cambiare? Perché mai? Meglio continuare a far finta che tutto vada bene, mentre ci si interroga seriamente su un ebook che, guarda caso, vende meno di un gelato al polo Nord.
Questa danza dell’ipocrisia permette di declamare a voce alta l’importanza della cultura, senza mai rischiare troppo. Bisogna proteggere l’imbalsamato, per non sconvolgere i delicati equilibri di chi campa di rendita con tre lanci in croce.
Conclusione: una missione impossibile?
Allora, serve davvero questa monumentale costruzione di luoghi comuni e reincarnazioni programmate? Davvero vogliamo continuare a celebrare una cultura e un’editoria che sembrano fatte apposta per non turbare mai l’acqua del lago? Forse sì, perché in fondo – e qui il sarcasmo diventa dramma – è tremendamente più comodo restare ancorati a ciò che non funziona, piuttosto che rischiare di innovare e far vacillare le sacre scrivanie della cosiddetta “cultura ufficiale”.
Quindi, continuiamo a osservare e applaudire il nulla con il sorriso compiacente di chi sa che, in fin dei conti, è solo uno spettacolo ben orchestrato. Un teatro dove l’ironia diventa l’unica arma contro un futuro che si rifiuta tristemente di arrivare.



