Se eravate ancora convinti che la “grande impresa vincente” potesse risolvere tutto da sola, è tempo di svegliarsi. Il segreto per affrontare la sfida sociale non sta nell’eroica trasformazione individuale, ma nel rivoluzionare tutti i sistemi produttivi che circondano ogni azienda. E no, non basta ripensare il proprio scopo o imbracciare qualche slogan ecumenico: serve un cambio radicale, un salto collettivo verso un modello che non solo guardi dentro se stesso, ma che si protenda verso l’esterno, verso il mondo reale e i suoi molteplici stakeholder.
Il nuovo capitalismo “che funziona” non è un burattino che gira a vuoto nel suo orticello, ma un attore sociale che crea valore per tutti. E, udite udite, non è più accettabile che un’impresa galleggi da sola mentre la società affonda: il futuro è nelle alleanze, nelle filiere, nei cluster e nei cosiddetti ecosistemi produttivi. Meglio ancora se rigeneranti, come ci piacerebbe definirli con un po’ di enfasi.
Scordatevi l’azione solitaria da eroe mascherato: oggi è indispensabile un approccio collettivo che moltiplichi l’impatto sociale. Non è solo una questione di buon senso: le sfide attuali sono così ardue, frequenti e pervasive che l’economia globale si ritrova a scricchiolare sotto il peso della frammentazione politica, dell’incertezza finanziaria e di società sempre meno coese. Quelle crepe profonde costano carissimo e, ironia della sorte, sono proprio al crocevia tra interessi e competenze diverse che nascono le soluzioni più brillanti.
Quindi, mettiamo da parte l’egocentrismo aziendale e impariamo a convogliare in fretta risorse, dati e fondi verso obiettivi comuni. Una scala d’azione che nessuna singola organizzazione, per quanto titanica, potrebbe mai raggiungere da sola.
Il miraggio del Collective Impact: quando collaborare diventa una religione
Come se non bastasse, nel mondo accademico e negli ambienti da sinergia a tutti i costi, si fa sempre più largo la teoria del Collective Impact, ovvero l’idea che la vera innovazione sociale non stia solo nell’ideare nuove soluzioni ma nel rivoluzionare la collaborazione stessa. Facile a dirsi, meno a farsi, soprattutto quando bisogna costruire ponti tra comunità che preferirebbero restare isolate per comodità o presunti interessi.
La ricetta, neanche a dirlo, prevede la creazione di linguaggi condivisi (per far finta che tutti capiscano tutti), l’ascolto di voci “troppe spesso ignorate” (ma solo quando fa comodo) e l’introduzione di nuove competenze nel dibattito sulle questioni sociali, altrimenti condannate a risuonare tra addetti ai lavori stanchi e burocrati annoiati. In sostanza, un invito a superare gli ostacoli che hanno paralizzato per anni sia il pubblico sia il privato nel tentativo di intervenire su problemi che ormai gridano “azione immediata”.
Per chi pensava ancora all’innovatore solitario come a un messia, svegliatevi: le battaglie globali contro il cambiamento climatico, la disuguaglianza, le guerre infinite, e le assurdità create dall’iperconnessione non si vincono da soli né con soluzioni di facciata.



