Preparate i popcorn, perché l’1 e il 2 aprile si terrà l’incidente probatorio per otto testimoni di quel variegato mondo che orbita intorno a Rogoredo, il quartiere che tutti amiamo per le sue storie rocambolesche. Questi signori, che di certo non passano inosservati sulle pagine dei giornali, dovranno raccontare cosa hanno visto – o forse inventato – nell’inchiesta che ha portato all’arresto di Carmelo Cinturrino, il poliziotto del commissariato di Mecenate con un’indagine piuttosto intrigante per l’omicidio del povero Abderrahim Mansouri, ucciso lo scorso 26 gennaio in via Impastato a Milano.
La notizia arriva direttamente dall’avvocatessa Debora Piazza, che difende la famiglia di Mansouri. Pare che il pubblico ministero Giovanni Tarzia abbia chiesto un incidente probatorio a prova di bomba, un’operazione definita “necessaria” (così recita l’atto), per convalidare testimonianze che altrimenti scivolerebbero nell’oblio, complici le “delicate circostanze” che hanno trasformato questi testimoni in soggetti quasi fantasma, senza un domicilio fisso o, in certi casi, confinati dentro a qualche istituto penitenziario.
Nel gergo burocratico si legge molto chiaramente che “non potranno essere esaminati nel corso del dibattimento” o che subire una deposizione in aula sarebbe “particolarmente difficoltoso”. In soldoni, è un ottimo metodo per mettere in sicurezza alcune testimonianze fragileggianti, perché si sa: chi vive nel limbo tra un domicilio precario e una cella ha tutto il tempo e la voglia di ricordarsi i fatti nel modo “giusto”.
L’inchiesta che non ha ancora finito di sorprenderci
L’omicidio di Abderrahim Mansouri è solo la punta dell’iceberg, anzi, più che un iceberg sembrerebbe una montagna russa di sospetti e ipotesi di reato che farebbero arrossire anche i più navigati detective di polizieschi americani. Oltre all’omicidio, infatti, il cast si arricchisce con accuse di spaccio, concussione, percosse, rapina, falso, calunnia ed estorsione che vedono indagati sette poliziotti. Sette, non uno, sette. Si direbbe una gang a tutto tondo.
Una quarantina di episodi incriminanti che sembra un copione scritto con tanta attenzione ai dettagli, dove tra le verticali di accuse spuntano richieste di soldi, verbali di sequestro e perquisizione non proprio veritieri e, ciliegina sulla torta, presunti pestaggi che brillano nelle ricostruzioni degli atti d’inchiesta e nelle difese di Mansouri. La sceneggiatura è pronta, ora non resta che vedere chi recita meglio in aula, con tutte le parti contrapposte rigorosamente sul palco del tribunale.



