Quando gli Appennini si vestono da ghiacciaio: la ricetta segreta della nevicata infinita

Quando gli Appennini si vestono da ghiacciaio: la ricetta segreta della nevicata infinita

L’inverno 2025-26 sugli Appennini è stato una vera delusione sotto il profilo nevoso. Non perché mancassero le perturbazioni, anzi, tra gennaio e febbraio si è visto un via vai di fronti come non mai. Peccato solo che i venti miti, quelli sì, atlantici e mediterranei al tempo stesso, hanno deciso di spingere tutta la neve a quote talmente alte – oltre i 1500-2000 metri – da sciogliersi in fretta, soprattutto quella che aveva avuto il coraggio di cadere più in basso a inizio stagione. Aggiungiamoci poi che con i flussi da ovest, i versanti adriatici sono rimasti praticamente asciutti, protetti da quell’inesorabile crinale appenninico che ha fatto da scudo a ogni tentativo di imbiancata. Così, a metà marzo la Fondazione di ricerca Cima, che si occupa di monitoraggio idrologico a livello nazionale, ha allertato tutti: carenza drastica di neve e acqua nei bacini idrografici italiani, con percentuali che fanno impallidire – Aterno-Pescara a -68%, Tevere a -70%, Sangro a -73%, e per non farci mancare niente, il bacino dell’Arno senza traccia di neve, salutando l’unico “gigante” sotto i 1700 metri, Monte Falco tra Toscana e Romagna.

Ma, come nella migliore tradizione delle sorprese italiane, da una decina di giorni la musica è cambiata. O meglio, sui versanti adriatici di Romagna, Marche, Abruzzo e Molise, fino al Matese e alle alture irpine, è scesa una vera e propria coltre di neve a partire dai 1000 metri, con incursioni coraggiose fino sulle colline. Prim’attore di questo revival nevoso è stata la tempesta “Deborah” tra il 26 e il 27 marzo, seguita a ruota dalla depressione “Erminio” che ha imperversato tra il martedì e il giovedì della settimana pasquale. Applausi per il ritorno della neve, insomma, anche se forse più che una festa si tratta di un déjà-vu dal sapore amaro.

Maltempo in Molise: Capracotta sommersa da metri di neve, il paese si trasforma in un labirinto

Non potevano certo mancare foto e video virali del borgo di Capracotta, gioiello montano di poco più di 1400 metri in provincia di Isernia, dove la neve soffiata dal vento ha creato una trappola bianca, intasando strade e case con accumuli che superano il metro e mezzo di spessore. Ovviamente, questa non è una novità per i locali, abituati da sempre a bufere da antologia quando arrivano venti umidi provenienti dall’Adriatico. Tuttavia, vedere tutto ciò all’inizio di aprile lascia trapelare un certo stupore, soprattutto per chi credeva che la primavera potesse farcela a fare il suo dovere.

I dati ufficiali del Servizio Meteomont dei Carabinieri ci offrono uno spettacolo tanto impressionante quanto fuori stagione: 100 cm di neve a Capracotta e a Pescopennataro (1220 m), 175 cm ai Prati di Tivo (1380 m, versante teramano del Gran Sasso), e addirittura 210 cm al Passo Lanciano (1364 m, Maielletta). Numeri che fanno pensare a tutt’altro periodo dell’anno, ma che spiegano bene quanto la natura, per quanto imprevedibile, amenamenti la noia della cronaca meteorologica istituzionalizzata.

Perché sì, dietro questa nevicata degna di un film catastrofico ci sono tre attori fondamentali: Primo, un fiume atmosferico carico di aria umida che, grazie alla depressione Erminio, si è spinto addirittura da latitudini equatoriali africane passando per il Medioriente. Secondo, il sollevamento orografico imposto dai rilievi dell’Appennino orientale; quando l’aria umida ostacola la salita, si concentra la condensazione e il risultato è ovviamente abbondanza di precipitazioni nevose. Terzo, la pigrizia della bassa pressione, che ha deciso di prendersela comoda per tre giorni, cento volte più generosa nel regalare acqua e neve sulle stesse zone.

Immaginate poi che questo capolavoro atmosferico è stato aiutato nel suo intento anche da un mare Adriatico un po’ troppo coccolato da un inverno fin troppo mite, con la temperatura dell’acqua che resta un grado sopra la media nonostante le recenti incursioni di aria fredda. Insomma, un ecosistema complicato, in cui il riscaldamento sembra trasformarsi in una calda scusa per regalare tormenti meteorologici sempre più estremi… o forse è solo la solita ironia del clima mediterraneo.

Gran Sasso e una slavina che sfiora il residence: quando il pericolo viene da ciò che d’inverno dovrebbe far sognare

Mentre qualcuno si crogiola alla vista della neve, altri si trastullano con l’idea che pericolose slavine possano bussare alla porta delle attività umane. Ecco che sul Gran Sasso, una valanga ha pensato bene di sfiorare un residence passando addirittura sopra la strada provinciale. Un promemoria pubblico e pungente: la bellezza montana ha sempre il suo lato oscuro, specialmente quando quella meraviglia bianca decide di trasformarsi in minaccia per chi si ostina a viverci o passarci le vacanze.

È ormai risaputo, come se non ci fosse abbastanza dramma climatico, che un’atmosfera più calda e mari bollenti sembrano esaltare gli eccessi di precipitazioni. Con un twist da sceneggiatura che nemmeno Hollywood osa: a volte la pioggia fredda si trasforma in nevicate, proprio quando le temperature si avvicinano al gelo o scendono appena sotto lo zero. Sì, avete capito bene, nevicate in un mondo che si riscalda, una cosa così paradossale che sembra presa da un racconto di fantascienza.

Nel frattempo, tutta quella neve si è trasformata in un trionfo di disagi: strade interrotte a non finire e una valanga che ha deciso di far visita al residence “Prati di Tivo”, già evacuato per evitare che la situazione degenerasse in tragedia. Oltre a questo, la neve ha voluto prendersi una piccola rivincita frenando parzialmente i deflussi fluviali verso valle, evitando così che le piene – già drammatiche – diventassero catastrofi su scala epica. Come dimenticare lo spettacolo tragicomico del ponte crollato sulla SS16 sopra il fiume Trigno, lungo la costa molisana, con conseguente sparizione misteriosa degli occupanti di un’auto? La natura, si sa, ha un senso dell’umorismo tutto suo, o forse solo un’efficienza devastante.

Un inverno di neve sopra le righe, ma il sipario sta per calare

Secondo gli ultimi dati della Fondazione Cima, gli Appennini vantano ora un deposito nevoso di circa un miliardo di metri cubi d’acqua racchiusa nei fiocchi. Un inocente record per l’inverno 2025-26, che li porta leggermente sopra la media stagionale. Ovviamente, chi si illudeva che la neve potesse continuare a cadere come se non ci fosse un domani, si deve ricredere. La stagione buona per ammassare un manto nevoso decente sugli Appennini è ufficialmente finita.

Anzi, nel periodo pasquale, sotto la benedizione di quell’onnipresente alta pressione delle Azzorre che si gode l’Europa occidentale, ossia temperature da primavera anticipata con punte di ben 15 °C a 1500 metri, ci si aspettano sciagure a base di fusione rapida. Quindi, da un lato, bene, meno pioggia significa meno disastri fluviali nelle valli e pianure costiere dall’Abruzzo fino alla Puglia. Ma, attenzione: quella neve che si scioglie genera comunque un cocktail esplosivo di terreni saturi, fiumi gonfi e rischi altissimi di fenomeni franosi e valanghe dove meno te l’aspetti, cioè in montagna.

Pericolo valanghe e consigli da maestro

Il buon vecchio Servizio Meteomont non si limita a prendere nota dello stato delle cose con la freddezza tipica degli istituti, ma ci regala una previsione da manuale dell’apocalisse bianca: grado 4 su 5 di pericolo valanghe sulle zone orientali del Gran Sasso e della Maiella. Le stesse zone dove la neve si è accumulata a tonnellate, complice anche un vento forte da Est che soffia e sposta tutto con quel gusto teatrale che fa tanto disastro annunciato.

Inutile negare l’evidenza: il Meteomont consiglia caldamente di restare vicino alle piste battute e a quei comprensori serviti e controllati, perché uscire fuori dalla “zona sicura” equivale a prenotarsi un appuntamento con il destino e con le valanghe assassine.

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