Quando David Riondino ha invaso Che tempo che fa nel 2018 e noi eravamo costretti a guardare

Quando David Riondino ha invaso Che tempo che fa nel 2018 e noi eravamo costretti a guardare

Un caloroso e sentito omaggio, ovviamente condito da quella tipica compostezza televisiva, è stato dedicato da Fabio Fazio e dai suoi immancabili ospiti a Che tempo che fa in memoria del grande David Riondino. Era il 2018, un tempo che adesso appare lontano, quasi di un’altra epoca, proprio come certe trasmissioni che si piangono da sole.

Il maestro è venuto a mancare questa mattina, all’età di 73 anni, un numero che – come sempre – sembra troppo piccolo quando si parla di illustri talenti. Nato a Firenze nel 1952, Riondino rappresentava quell’imbarazzante angolo di intellettualità e creatività che quasi nessuno sa più riconoscere nè apprezzare, ma che continua a lasciare un segno imperituro, forse proprio per questo.

A dare la notizia, non senza quella tristezza tipica di chi vede svanire un amico autentico, è stata Chiara Rapaccini, artista, illustratrice e designer, figura che bene si intona al mondo creativamente eclettico che animava la vita del defunto. Non è una sorpresa, dunque, che siano state proprio delle menti artistiche a sottolineare la scomparsa, mentre il pubblico – quello vero – magari ora si confonde fra le slide e il flusso infinito dello streaming.

I funerali e il rituale del dolore pubblico

Come nella migliore tradizione italiana, il gran commiato avverrà in pieno centro, alla Chiesa degli Artisti in Piazza del Popolo a Roma, martedì alle 11. Nulla di troppo sfarzoso o stridente con l’immagine raccolta di un uomo che ha saputo inventare, attraverso la parola e l’arte, un’identità che oggi sembra persa fra meme e social a tempo zero.

Ma queste cerimonie pubbliche, così piene di solenni convenzioni, lasciano trasparire un sottile paradosso: si celebra la memoria di chi ha coltivato la libertà di pensiero e l’arte, in spazi rigidi e formali, mentre il mondo reale continua a sfuggire via veloce e superficiale come non mai. Un addio commemorativo che forse avrebbe fatto sorridere, o almeno alzare un sopracciglio al nostro David.

Nel frattempo, i suoi lavori restano, nascosti tra le pieghe di una cultura che a volte si dimentica persino di onorare i suoi protagonisti più autentici, preferendo i riflettori delle mode passeggero e le luci sfavillanti dell’effimero. Bella eredità, no?

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