Non sia mai che si osi dire che i giudici non siano esattamente delle entità ultraterrene di imparzialità, capaci di guardare alle cose con distacco e obiettività. Affermazioni di questo tipo, come quella scandalosa idea che i magistrati possano essere “appiattiti sulle richieste del collega pubblico ministero”, sono considerate “non accettabili”. Figurarsi poi se fossero vere: sarebbe un’apocalisse per lo Stato di diritto, una tragedia degna di un film di serie Z. Fortunatamente, nessun ente internazionale ha finora osato rilevare questa presunta catastrofe.
Il presidente della Corte d’Appello di Milano, Giuseppe Ondei, durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario, ha servito questa delizia retorica con il garbo di chi crede fermamente che la magistratura italiana sia un “ordine dello Stato sano”. Una verità sacrosanta, ovviamente ribadita sotto l’applauso complice del ministro della Giustizia Carlo Nordio. Chapeau!
La riforma della giustizia: un rimedio miracoloso o solo un altro giro di giostra?
Ondei non si sottrae al compito di sfatare illusioni: la presunta “riforma della giustizia” in realtà è l’ennesima occasione mancata e, come da manuale, non inciderà “in alcun modo sui tempi” già biblici dei processi italiani. Il cittadino medio che, con entusiasmo da amministratore delegato in crisi, sogna di divorziare o separarsi, dovrà ancora armarsi di santa pazienza per anni. D’altra parte, l’imprenditore che spera di vedersi restituito un credito, dovrà abituarsi ad aspettare tempi lunghissimi, del tutto incompatibili con le esigenze del mercato e della modernità. E se sei vittima di un reato, stringi forte i denti: rischi che da una parte il processo si affossi miseramente nella prescrizione, dall’altra che finisca nella temibile “improcedibilità”.
Dati da fare invidia (ma soprattutto da osservare con occhi da cinefilo)
Nella sua brillante analisi, Ondei si sofferma sul distretto di Milano, un’isola felice che tuttavia fa da specchio a una realtà nazionale da far rabbrividire. Ovviamente, i problemi sono di natura “strutturale” e non evitabili: al primo posto spicca il costo della vita in Lombardia, responsabile di allontanare “i lavoratori del settore” dalla magistratura. Un altro capolavoro della burocrazia è la gravità dei vuoti organici: tra i nove tribunali monitorati, la “scopertura complessiva” degli organici arriva al 40%, con punte ridicole del 53% a Sondrio e strepitose del 67% in alcune sedi del Giudice di Pace. È quasi un miracolo che qualcosa funzioni.
Femminicidi: la nostra società in totale bianco e nero
E non poteva mancare la nota dolente, con un aumento “rilevante” dei femminicidi nel distretto milanese: ben 13 solo nell’ultimo anno, segno che la nostra società continua a fallire miseramente nel riconoscere alle donne quel diritto di parità che, si suppone, dovrebbe essere il premio di un secolo di lotte e conquiste. Ondei lo sottolinea con la saggezza di chi ha ormai perso la speranza di poter esultare per un vero progresso.
Il “media-evo” della giustizia penale: spettacolo e farsa
Nel suo passo più ispirato, Ondei denuncia la “morbosità massmediatica” che trasforma ogni processo in un reality show, una sorta di “media-evo della giustizia penale”, dove i processi non vengono semplicemente raccontati, ma venerati come riti sacri. In televisione, infatti, assistiamo alla “celebrazione parallela” di processi da parte di veri e propri “sacerdoti della verità quotidiana”, pronti a condannare o assolvere in nome del pubblico spettacolo. Casi come quelli di Garlasco, Senago e Alessia Pifferi diventano il carburante di questa macchina infernale, che trasforma la giustizia in show mediatico, con tutte le distorsioni culturali che ne conseguono.



