Quando Confartigianato perde la bussola e la democrazia interna diventa solo un ricordo

Quando Confartigianato perde la bussola e la democrazia interna diventa solo un ricordo

Irregolarità nel processo elettorale? Check. Quorum statutari? Bellamente ignorati. Assemblee sospese o talmente vuote da far pensare a ghost town? Esattamente. E per concludere il quadro da commedia, niente meno che la rielezione per il quinto mandato consecutivo di Stefano De Santis, che siede sullo scranno presidenziale dal 2008 come se fosse una poltrona troppo comoda per lasciarla andare.

Ecco quindi che, nell’epoca della trasparenza e della partecipazione, i vertici di Confartigianato nazionale hanno deciso di mettere il punto esclamativo con un provvedimento che sa tanto di gesto disperato: il commissariamento senza precedenti dell’associazione Confartigianato Imprese Torino. Una penitenza per un peccato grave, cioè il caos totale nelle procedure elettorali, che si traduce nella necessità, a dir loro, di “ripristinare la regolarità associativa e garantire un ordinato processo democratico di rinnovo.” Un orizzonte di purezza che soltanto la burocrazia può declinare con tanta ironica enfasi.

La delibera del 28 gennaio dipinge un quadro di desolante disorganizzazione: quorum ignorati senza vergogna, assemblee che sembrano Halloween ogni giorno, con categorie come Trasporti, Legno e Carrozzieri che non si sono degnate di presentarsi, mentre Moda e Artistico hanno preso la via della sospensione, lasciando tutto a metà. Aggiungiamo poi la specialità da circo: elezione di un vicepresidente proveniente da un’altra associazione, così, tanto per ribaltare il concetto di “territorialità” previsto dallo statuto, e il quadro si completa alla perfezione.

La profonda crisi interna e il commissariamento d’emergenza

La delibera non bada a mezze misure: il problema, a detta loro, è la manifesta volontà della dirigenza torinese di non voler partecipare davvero a un sistema associativo “complesso e regolato da precise norme comuni” (traduzione: vogliono giocare a fare i padroni senza regole). Il commissariamento, affidato alla federazione regionale del Piemonte e guidato da Giorgio Felici, durerà sei mesi – giusto il tempo di eliminare qualche inciampo – salvo improbabili proroghe. Naturalmente, questo intervento autoritario serve a tutelare i soci e, udite udite, la democrazia interna, tra l’altro mettendo a posto lo statuto locale secondo le direttive confederali. Ah, la dolce armonizzazione burocratica della democrazia!

Una gestione “opaca” ma ben illuminata

Alla base di questa crisi da soap opera associativa, troviamo una banda di associati – sorprendentemente trasversale – che ha puntato il dito contro un’amministrazione definita opaca, autoreferenziale e clientelare. Una triade perfetta per alimentare malumori, denuncia che è stata formalizzata in una lettera infuocata, dove il focus è il rinnovo del consiglio direttivo per il triennio 2025-2028, considerato il momento zero di una governance lontana anni luce da trasparenza e partecipazione.

La risposta di De Santis: tutto secondo il libro (statuto, si intende)

E cosa fa Stefano De Santis, il protagonista di questo teatrino? Non ci sta e risponde con una lettera ufficiale, spuntando immancabilmente il logo associativo come timbro d’autenticità. La sua replica è un capolavoro di solidità argomentativa: “Non riconosciamo al momento questa delibera. Abbiamo fatto tutto secondo il nostro statuto vigente.”

Dunque, nessuna sbavatura da parte sua e del direttivo: le elezioni sono state impeccabili, lo statuto è stato rispettato (magari nella sua versione personale), e in più hanno persino aperto le porte ai giovani dentro il direttivo, perché modernità chiama.

Effetti collaterali: danni d’immagine e crisi di legittimità

Dall’altra parte della barricata, la Confederazione non è proprio convinta: la nebbia su chi poteva votare, i confusi criteri per definire categorie e mestieri, le procedure elettorali evanescenti e un esercizio delle deleghe gestito con la delicatezza di un pesce fuor d’acqua hanno mandato in frantumi il processo democratico. Questo caos, ovviamente, ha creato malumori tra i soci e ha inflitto una ferita aperta all’immagine dell’intero sistema associativo.

Nel documento ufficiale c’è un monito al quale non si può che inchinarsi: “La democrazia interna non può essere limitata da prassi non disciplinate o scelte discrezionali.” Tradotto, bisogna saper giocare secondo le regole, oppure si rischia di trovarsi commissariati, con tanto di pastoie burocratiche e dissapori profondi.

Un copione che sa più di commedia amara che di solido funzionamento democratico, in un’epoca dove la parola “trasparenza” sembra diventata una buffa decorazione appesa a muri sotterrati da vecchie abitudini clientelari e tattiche di potere.

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