Puma vola in Borsa: Anta Sports scommette un miliardo e 800 milioni come se fosse spicciolo

Puma vola in Borsa: Anta Sports scommette un miliardo e 800 milioni come se fosse spicciolo

Che meraviglia, un altro colosso cinese che decide di mettere le mani sull’Occidente. Anta Sports, celebre gigante dei prodotti sportivi made in Cina, ha annunciato di voler acquistare una quota del 29% della mitica Puma, quell’icona tedesca dello sportswear che ha più alti e bassi di una montagna russa. Il prezzo? Una manciata di 1,5 miliardi di euro, o per essere più precisi 35 euro per azione, che renderanno Anta il maggiore azionista di questa creatura basata a Herzogenaurach.

La notizia ha mandato le azioni di Puma alle stelle, con rialzi fino al 20% che, dopo un po’ di sguardi torvi degli investitori, si sono placati attorno a un meno timido +16%. Tutto questo mentre Puma lotta da mesi a risollevare le vendite e a mettere in pratica il sapiente piano di rilancio messo sul tavolo l’anno scorso dal suo nuovo comandante, l’ex dirigente Adidas Arthur Hoeld.

Come dire: che affarone! Un marchio in crisi, che ha perso soldi a valanga, viene golosamente acquistato a un prezzo che un po’ “giusto” lo è, secondo la brillante analista Melinda Hu di Bernstein. Lei dice con fare saggio:

“In sostanza, Anta sta comprando un brand con un glorioso passato e una storia di prodotti di qualità, a un prezzo da saldi di fine stagione.”

Non si può negare che l’acquisto sia un colpo strategico per Anta, che finora ha dovuto fare i conti con la concorrenza spietata di Nike e Adidas all’interno del mercato cinese e ora tenta di conquistare nuove terre e nuovi consumatori sfruttando il prestigio europeo di Puma.

Con questa mossa, la compagnia cinese può finalmente espandersi in settori e mercati che fin qui erano terra straniera, dicono gli esperti. L’esperienza di Anta non è proprio alle prime armi: nel 2019 ha guidato un consorzio per acquisire Amer Sports, la holding dietro marchi come Wilson, Arc’teryx, e Salomon. Insomma, il trasferimento di proprietà e know-how pare ormai una specialità di famiglia.

Puma: il semplice anello mancante per Anta

Secondo Julia Zhu, brillante dirigente di una società di consulenza, Puma avrebbe quel tocco magico che manca nella galassia di Anta: quel segmento di scarpe sportive di massa, posizionato in una nicchia (forse un po’ ambigua) tra i giganti Nike, Adidas e le marche low-cost di turno.

Il bello è che Puma spadroneggia in Europa e in America Latina, mentre proprio a Cina e Nord America fa effetto il contrario: un mercato quasi vergine per Anta. Ergo, pochissima sovrapposizione e massima possibilità di sinergie da far girar la testa.

Come se non bastasse, Anta si vanta di aumentare la sua presenza globale e la riconoscibilità del brand nella competizione internazionale degli articoli sportivi con questa acquisizione. Tutto molto nobile, se non fosse che…

Le montagne russe di Puma e la mossa che non è un vero colpo di stato

Già l’anno scorso Puma ha subito una batosta niente male: un calo del 50% delle azioni, complici le tariffe doganali imposte da Donald Trump e la paura degli investitori che il conto economico avrebbe risentito pesantemente di queste politiche estere. Neanche il 2024 promette miracoli con una perdita superiore al 3% finora.

In risposta, Puma ha deciso di stringere la cinghia: ridurre la gamma di prodotti, tagliare sconti, migliorare il marketing e, giusto per non farsi mancare nulla, eliminare 900 posti di lavoro in ufficio. Il tutto nella speranza segreta di risollevarsi senza dover vendere l’anima.

Ecco la chicca: questo debacle non è certo un’ “acquisizione ostile”, come precisa sarcasticamente Melinda Hu:

“Si tratta di un investimento, non di un controllo totale. Anta non prende in mano le redini; Puma resta indipendente e con la sua gestione.”

Come se bastasse una semplice chiacchierata “in mattinata” tra le due management per mettere fine a decenni di storia e identità aziendale… Ma si sa, tra un tè cinese e un caffè tedesco, tutto può succedere!

Ma che succede nel mondo degli affari globali?

Questa mossa arriva in un momento in cui le aziende di tutto il mondo sembrano prendere coscienza che l’unico modo per sopravvivere è fare mosse audaci e tagliare con il passato. Tra guerre commerciali, incertezze geopolitiche e catene di approvvigionamento sempre più impazzite, le mani sul portafoglio si aprono un po’ di più in cerca di nuove magie.

Una recente indagine di una società di consulenza anticipa che più della metà dei colossi mondiali sta preparando cessioni e operazioni per ripulire bilanci, liberare liquidità e sfruttare – perché no? – le valutazioni elevate di un mercato in ebollizione.

E così il 2025 ha visto un’esplosione del valore aggregato delle operazioni di fusione e acquisizione, salito del 40% a quota quasi 5 trilioni di dollari, seconda cifra più alta di sempre. Una festa bella e buona, insomma, che secondo gli esperti durerà almeno fino al 2026 grazie a geopolitica più calmierata e sacchi pieni di capitali riversati soprattutto dalla finanza privata.

Il messaggio è chiaro: o ti reinventi e cavalchi le onde turbolente della rivoluzione tecnologica e degli equilibri post-globalizzati, o semplicemente ti schianti. Così sintetizza la vicepresidente esecutiva Suzanne Kumar, la cui ironia non si fa certo pregare:

“Le aziende devono correre, reinventarsi, perché le vecchie regole non valgono più niente.”

E quale miglior modo di reinventarsi se non vendendo e comprando al ritmo sfrenato di un mercato impazzito? Il caso Anta-Puma è solo l’ultima puntata di una serie che promette di farci divertire ancora parecchio.

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