Se pensavate che le proteste fossero una moda passeggera, be’, vi sbagliate di grosso. In Dublino, da ben quattro giorni, camion e trattori hanno deciso di trasformare O’Connell Street in una gigantesca zona off-limits, bloccando strade, raffinerie e depositi come se fosse una gita fuori porta. Il motivo? L’aumento vertiginoso del costo del carburante, ovviamente causato dall’immancabile “crisi mediorientale”.
La protesta, guidata da agricoltori, appaltatori agricoli e trasportatori su strada, si atteggia a rivoluzionaria, pur con la sorprendente assenza dei grandi sindacati di settore come la Irish Farmers’ Association e l’Irish Road Haulage Association, che evidentemente preferiscono farsi i fatti loro.
Il mondo intero, a quanto pare, si è svegliato con un unico problema: il prezzo del carburante che schizza verso l’alto grazie alla guerra in Iran. Anche Keir Starmer, il primo ministro britannico, non nasconde la sua frustrazione, richiamando in causa i protagonisti di questa tragicommedia globale, ovvero Donald Trump e Vladimir Putin. Nel frattempo, i prezzi del petrolio calano lievemente, forse perché perfino le navi pensano che passare attraverso lo Stretto di Hormuz sia diventato troppo complicato.
Nel frattempo, in Irlanda, le pompe di benzina sono deserte come una festa senza invitati, e i manifestanti annunciano, con l’aria di chi ha scoperto l’acqua calda, che resteranno lì fino a quando non otterranno un confronto diretto con il governo per lamentarsi di una supposta totale assenza di supporto. Ah, la coerenza di chi blocca le forniture di carburante per protestare contro il caro carburante: un capolavoro di logica.
Il governo, dal canto suo, non si lascia certo intimorire e schiera l’esercito, pronto a rimuovere i blocchi nel caso in cui la pazienza finisca, mentre il Taoiseach (tradotto: capo del governo) Micheál Martin definisce senza mezzi termini queste manifestazioni un “atto di sabotaggio nazionale”. Peccato che sembri non riuscire proprio a capire il motivo per cui qualcuno dovrebbe bloccare il carburante proprio mentre i prezzi sono alle stelle. Un dettaglio da nulla, insomma.
Nonostante tutto, la risposta del governo non manca di quel tipico pragmatismo europeo: a marzo è stato stanziato un pacchetto da 250 milioni di euro per aiutare famiglie e imprese a fronteggiare la crisi, riducendo le accise su diesel e benzina. Illuminante è la dichiarazione del ministro delle Finanze, Simon Harris, che ha spiegato con spavalderia che, per quanto incerto il futuro, bisogna “restare flessibili”. Tradotto: ci arrabattiamo come possiamo e speriamo per il meglio.
Intanto, i funzionari governativi si preparano a incontrare i rappresentanti delle industrie per discutere della crisi, escludendo però con delicatezza chi protesta per la strada, perché invitare i manifestanti sarebbe stato troppo “democratico”.
In tutto il mondo, soluzioni “innovative” contro la crisi energetica
Mentre abbiamo un occhio alle proteste irlandesi, il resto del mondo non sta certo a guardare, anzi: si scatena un festival di misure d’emergenza spesso degne di un romanzo di fantapolitica. Vietare l’esportazione di carburante? Fatto. Semplificare gli standard di raffinazione? Ovviamente. Nel Regno Unito, per esempio, da poco è diventato obbligatorio installare pompe di calore e pannelli solari in tutte le nuove abitazioni, così la bolletta almeno crescerà per motivi “green”. Nel frattempo, in Grecia si decide di mettere un tetto ai margini di profitto su carburanti e prodotti alimentari per tre mesi, praticamente come dire: “Soldi? No grazie, prendeteli pure meno di prima”.
Ecco il quadro globale: prezzi alle stelle, gente arrabbiata, risposte più o meno serie e una grande dose di teatrino politico. Il futuro? Un’incognita che qualcuno spera almeno di sopravvivere con la cintura più stretta e la pazienza sempre più corta.



