Processi di mafia tra rivoluzioni fantasma e contro-rivoluzioni da bar sport

Processi di mafia tra rivoluzioni fantasma e contro-rivoluzioni da bar sport

Il 10 febbraio 1986, nell’aula bunker del carcere dell’Ucciardone a Palermo, si svolse la prima udienza del maxiprocesso a Cosa nostra: quel brillante capolavoro investigativo-giudiziario concepito dal pool di magistrati palermitani, con in testa i mitici Falcone e Borsellino. Ovviamente, parlare della mafia partendo dalla sua nascita feudale sarebbe un po’ troppo per questa sede – non vorremmo mica metterci a studiare la storia dell’umanità da capo. Però, diciamolo, non si poteva ignorare un po’ di retroterra. Perché, vorrete crederci o no, la mafia un tempo “non esisteva”. O meglio, esisteva eccome, ma conoscenti illustri come magistrati, cardinali e politici di ogni risma, armati di un incredibile ottimismo, si ostinavano a negarne pubblicamente l’esistenza. Un’alleanza così solida che chi aveva il coraggio di dissentire finiva per essere etichettato come pazzo.

Prendete Leonardo Vitale, un audace “protopentito” che un bel giorno decise di aprire il suo cuore (e la sua bocca) raccontando tutto quello che sapeva sui vari boss mafiosi. Come dargli retta, quando la mafia era, ufficialmente, un’illusione collettiva? Semplice: il miglior trattamento è stato chiuderlo in manicomio, come un intruso indesiderato. Sic transit gloria mundi, la sua verità avrebbe invece dimostrato di essere brillantemente accurata, come scoprirono poi – ma troppo tardi – gli stessi che lo avevano rinchiuso. E come ciliegina sulla torta, la mafia che non esisteva, ha poi provveduto a eliminarlo senza troppi complimenti. Mausoleo dell’assurdo, si diceva.

Se la mafia “non esiste”, come si poteva sperare di cercarla? Trovarla? Roba per temerari e masochisti. E infatti, ogni coraggioso investigatore che tentava si schiantava contro un muro chiamato “insufficienza di prove” – una formula magica per proteggere il nulla con un velo di legalità. Curioso notare come la negazione dell’esistenza della mafia trovasse il suo fedele scudiero nel codice penale italiano, che non contemplava nemmeno una norma specifica per combattere il fenomeno. Se vogliamo puntualizzare, un simile vuoto legislativo richiese quasi un quarto di secolo per essere colmato.

Dobbiamo arrivare addirittura al 1983 perché il legislatore, con un tempismo degno di nota, si renda conto che la mafia esiste eccome. E con una prontezza invidiabile, varò il famigerato articolo 416-bis, quell’appendice del codice penale che sembra più una toppa postuma. Quel “bis” nasconde quel tipico atteggiamento italiano di correre ai ripari solo dopo un disastro, nel caso specifico la drammatica strage che tolse la vita al generale Carlo Alberto dalla Chiesa. Insomma, nessuna strategia preventiva, nessuna analisi lungimirante, piuttosto la classica reazione da panico postumo.

Le cose iniziano a cambiare quando nel panorama giudiziario spuntano personaggi del calibro di Giovanni Falcone, e quando intorno a lui si forma il pool di magistrati capitanati da Paolo Borsellino e dal coraggioso Rocco Chinnici.

Naturalmente, qualcuno subito si premurò di avvertire Chinnici di “schiacciare” quel giovane Falcone che, alle prime investigazioni ma già troppo intraprendente, era una minaccia per l’ordine economico di Palermo. Perché, sì, il sospetto principale non era tanto un’organizzazione criminale quanto il rischio concreto di danneggiare i commercianti e le industrie locali. Ma il buon Chinnici se ne infischiò di questi preziosissimi consigli, e infatti la mafia lo ricambiò con un ritorno di fiamma… a base di autobomba, che del resto è sempre stata la loro forma preferita di gentilezza.

Al posto di Chinnici arrivò il temerario Nino Caponnetto che diede nuovo slancio al pool, portando alla luce l’indiscutibile verità che la mafia, pur devastante e tentacolare, non è affatto invincibile. “La mafia può finire”, diceva Falcone, “purché si voglia davvero e si organizzi una battaglia senza compromessi per sconfiggerla”.

Ecco allora il maxiprocesso: ben 475 imputati, 200 avvocati difensori, una serie interminabile di capi di accusa che andavano dall’associazione mafiosa al traffico di droga, dalle rapine alle estorsioni, passando per 120 omicidi e d’altro ancora. Le condanne? Roba da far impallidire un romanzo di fantascienza: 19 ergastoli e una somma di pene detentive che supera i 2665 anni di carcere, una vera festa per il sistema giudiziario italiano. Era la fine del mito dell’impunità di Cosa nostra. Un terremoto per tutta l’Italia.

Peccato, però, che proprio nel momento in cui il pool stava mettendo a nudo il mostro mafioso, accadesse qualcosa di semplicemente incantevole e, se possibile, anche osceno. Tra calunnie infamissime e accuse mendaci che piovevano da ogni angolo (spesso provenienti da professionisti travestiti da mafiosi, bramosi di potere e politici opportunisti pronti a strumentalizzare anche i pentiti), i magistrati si videro costretti a gettare la spugna. E così, la brillante stagione di vittorie contro la mafia si chiuse di colpo, verso la fine degli anni Ottanta, lasciando la lotta all’ambiguità e alla stagnazione.

È difficile da ammettere senza provare imbarazzo, ma dovettero arrivare le stragi spietate del 1992 perché la lotta alla mafia ritrovasse nuovo vigore. Stragi che, per assurdo, funsero da acceleratori per una nuova consapevolezza, giusto in tempo per salvare quello che restava della dignità istituzionale italiana.

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