Il conflitto non solo illumina le ombre geopolitiche, ma mette anche in ginocchio titoli di aziende come SK Hynix e Samsung, che hanno visto svanire oltre 200 miliardi di dollari in valore di mercato da quando tutto è iniziato, ovvero poco fa. E nonostante un timido rimbalzo, lo spettro della volatilità aleggia sull’ETF VanEck Semiconductor, giù del 3%. Chissà che un po’ di ottimismo di Donald Trump, che promette una “fine molto presto”, non faccia miracoli.
Secondo Ray Wang, analista di memorie da SemiAnalysis, la faccenda potrebbe complicarsi se la guerra si protraesse. Sì, perché elementi essenziali come l’elio e il bromo — indispensabili per il processo di produzione dei chip — rischiano di diventare quasi introvabili, o quantomeno molto costosi.
Il Medio Oriente: il cuore pulsante ma fragile dell’industria dei chip
Se vi state chiedendo come mai nessuno ne parlasse prima, la risposta è semplice: perché pochi avevano voglia di considerare che uno degli snodi più sensibili della tecnologia mondiale dipende da un’area notoriamente instabile e volubile. Qatar, ad esempio, produce oltre un terzo dell’elio globale, un gas così essenziale che la creazione delle preziose pastiglie di silicio si bloccherebbe senza di lui.
L’elio non è scemo e va preso molto sul serio, visto che aiuta a dissipare il calore generato durante le operazioni di litografia, fondamentali per disegnare i miliardi di minuscoli circuiti su un chip. Nessuno ha ancora trovato un valido sostituto: niente elio, niente tecnologia. Fine della storia.
Purtroppo, la rotta marittima più importante, lo Stretto di Hormuz, è come un colletto stretto dove passa il respiro di questa supply chain. Se si chiudesse per più di due o tre mesi, buona fortuna a chi vorrà girare quelle taniche gassose. Già ora, dopo l’attacco drone iraniano alla Ras Laffan Industrial City, proprietà di QatarEnergy, il mondo comincia a temere tempi di blackout prolungati di elio. Un disastro perfetto per i produttori di chip.
E inutile dimenticare il bromo, altro elemento chic e per nulla trascurabile, largamente prodotto da Israele e Giordania. Insomma, un cocktail esplosivo di rischi per un’industria che fa dei microscopici dettagli la sua ragione di vita.
Peter Hanbury di Bain & Company minimizza un po’: “Il rischio per le materie prime è modesto, osserva, però l’elio resta l’elemento principale da tenere d’occhio.” Come se tutto ciò non fosse già di per sé una bomba a orologeria. Canada e Stati Uniti sono altri protagonisti della fornitura, ma sono lontani e il trasporto non è esattamente una passeggiata.
Energia al galoppo e la bolla dell’intelligenza artificiale
Non basta: l’aumento vertiginoso dei costi energetici è la ciliegina sulla torta. Quei datacenter americani che ospitano gli immensi modelli di intelligenza artificiale – da Microsoft ad Amazon – succhiano energia come non ci fosse un domani. E chi sta fabbricando le schede grafiche Nvidia o i chip di memoria Samsung e SK Hynix ne sente già il calore. Non solo sul chip, ma anche sulla bolletta.
Così la domanda di semiconduttori potrebbe vacillare proprio nel momento clou della rivoluzione tecnologica. Già, quella stessa rivoluzione che ci ha convinti che l’intelligenza artificiale sarebbe stata la risposta a tutti i problemi… tranne che alla dipendenza da una regione volatile e da elementi chimici non proprio comuni.
Insomma, un mix sapientemente orchestrato da chi ha deciso che il futuro tecnologico del globo non poteva che dipendere da una zona notoriamente esposta a tensioni geopolitiche, conflitti armati e attacchi a sorpresa. L’industria hi-tech rodava bene, evidentemente serve solo un po’ di brivido per tenerci sulle spine.
Secondo Jing Jie Yu, analista azionario di Morningstar, la dipendenza americana dal petrolio grezzo significa una crescita esponenziale dei costi per i data center AI, che consumano fino a cinque volte più energia rispetto ai data center tradizionali. Tradotto in soldoni, questo rincaro dell’energia potrebbe far lievitare il costo totale di proprietà (TCO) per i giganteschi hyperscaler, ossia quelle mega aziende che costruiscono infrastrutture digitali da urlo. E se la guerra si protrae? Addio alle spese folli per nuovi chip e downstream ridimensionamento della domanda di memorie.
Perché proprio i produttori coreani si ritrovano nel mirino?
Per principio e per destino, Samsung e SK Hynix detengono il trono della memoria: i componenti fondamentale per smartphone, laptop e – naturalmente – i data center che supportano l’intelligenza artificiale. La chicca di memoria HBM, una sorta di DRAM (memoria dinamica ad accesso casuale) impilata verticalmente, è la regina indiscussa nei sistemi di Nvidia. E grazie a un’overdose di investimenti da decine di miliardi di dollari da parte degli hyperscaler, la disponibilità di questi chip è stata incanalata in modo quasi esclusivo verso i colossi dell’AI. Risultato? Prezzi schizzati alle stelle e profitti da capogiro per i colossi coreani, con un rally azionario degno di una soap opera.
Ma come al solito, per ogni storia di successo c’è un rovescio scomodo: l’aumento costante dei prezzi e il rischio di una domanda in frenata stanno mettendo a disagio gli investitori. Parola di MS Hwang, direttore della ricerca di Counterpoint Research, che ci ricorda come l’elettricità costituisca circa la metà delle spese operative di un data center, e di questi la metà finisce a far funzionare la memoria. Quindi, quando i chip diventano più cari a causa di vincoli della catena di fornitura e i costi energetici si impennano, aspettatevi un aumento dei budget in proposta multipla.
Jing Jie Yu prova a smorzare (o forse peggiorare) la situazione: Samsung e SK Hynix hanno per quest’anno contratti blindati per la fornitura di HBM e riserve sufficienti per continuare a macinare produzione. Finché si può, insomma. Però, se la guerra si allunga, ritardare i progetti di infrastrutture AI diventerà inevitabile, e le memorie DRAM “tradizionali” – quelle più vulnerabili ai contratti a lungo termine – potrebbero vedere prezzi crollare sotto attese stratosferiche.
Non solo guerra uguale costi più alti per le utility, ma anche rendimenti in calo dovuti alla carenza di quei materiali stabilizzanti indispensabili per la produzione di chip. Un cocktail perfetto per minare quei margini altissimi su cui il mercato finora si è pavoneggiato.
Insomma, il conflitto globale non è solo un sussulto geopolitico, ma un terremoto nei mercati high-tech. E mentre gli investitori si mordono le unghie, la domanda resta: chi pagherà alla fine il conto di questa follia energetica e tecnologica? Il caro vecchio consumatore, ovviamente, mentre i giganti del mercato continuano a giocare a fare i dominatori della nuova era digitale.



