Prezzi del petrolio e titoli energetici sotto i riflettori mentre Trump rilancia la sua ennesima brillante pace per l’Ucraina

Prezzi del petrolio e titoli energetici sotto i riflettori mentre Trump rilancia la sua ennesima brillante pace per l’Ucraina
Donald Trump, l’ex presidente degli Stati Uniti, che ha deciso di giocare a fare il mediatore per mettere fine alla lunga e sanguinosa guerra tra Russia e Ucraina. Perché quando il mercato dei capitali è nervoso, chi è meglio di un tycoon dell’immobiliare per riordinare i pensieri?

Il Brent, il petrolio di riferimento internazionale per il mercato europeo, ha chiuso a $62,56 al barile, con un calo dell’1,29%. Nulla di che, solo una modestissima caduta che ha messo in allarme i trader. Il West Texas Intermediate, la star americana, ha fatto ancora peggio, perdendo l’1,59% e fermandosi a quota $58,06. Evidentemente l’idea di un accordo di pace ha il dono miracoloso di calmare tutte le ambizioni del petrolio, il vero barometro di un’epoca turbolenta.

Non sono immuni al crollo neanche i grandi dell’energia che pensavamo solidi come rocce: la loro performance è stata, modestamente, un disastro. La Shell e la BP britanniche hanno perso circa l’1,4%, la norvegese Equinor si è lasciata alle spalle un 2,3%, mentre la tedesca Siemens Energy ha avuto un tuffo vigoroso, quasi l’8%, un vero volo pindarico verso il basso. I colossi americani Exxon Mobil e Chevron si sono affidati alla tradizione statunitense ed hanno lasciato sul terreno l’1,1% e lo 0,6% rispettivamente. Se qualcuno si aspettava un rally, deve aver sbagliato canale.

La pace firmata da Trump: una favola per adulti

Come suggerito dalle fonti ben informate — anche se nessuno è riuscito a verificare più di tanto — l’amministrazione americana ha un piano abbastanza “particolare” per porre fine al conflitto. Incredibilmente umanitario, si chiederebbe a Kiev di mollare pezzi importanti del proprio territorio, come la Crimea, la Lugansk e la Donetsk. Non solo, ma vorrebbero anche che l’Ucraina si impegnasse a non entrare mai nella NATO, perché naturalmente il suo diritto alla difesa è cosa meno importante di qualche tornaconto geopolitico. E poi, per rendere il tutto più “sicuro”, le forze armate ucraine dovrebbero ridursi da 900.000 a un bel numero tondo di 600.000 membri.

Il piano ha ricevuto le tanto attese lodi da una enorme fetta della popolazione mondiale, ovvero chi apprezza lo “stile Trump” della gestione delle crisi internazionali. Ma, come incredibile a credersi, non tutti hanno applaudito.

Guntram Wolff, studioso di caratura internazionale presso il think tank Bruegel a Bruxelles, ha espresso un’opinione più realistica ma, ahimè, meno televisiva.

“È sempre positivo che si parli, almeno in teoria,” ha detto Wolff durante un’intervista, “ma, a mio avviso, questo piano di pace è semplicemente inviavile.”

“L’idea che l’Ucraina debba tagliare più di un terzo delle proprie forze armate è assurda, soprattutto nel contesto attuale.”

La reazione degli strateghi energetici

Nel frattempo, gli esperti di finanza e mercato di Saxo Bank hanno rilasciato la loro analisi, fumante di attualità e pragmatismo:

Il prezzo del petrolio è sotto pressione per vari motivi, ma il più esilarante è proprio l’insistenza americana nell’obbligare Kiev ad accettare i termini di un patto di pace che sembra più un copione ispirato da Mosca che un vero negoziato multilaterale. Nel frattempo, alcune delle maggiori società russe del settore, Rosneft e Lukoil, rischiano di subire nuove sanzioni a partire proprio da oggi. Un dettaglio, ovviamente, che non passerà inosservato agli occhi dei mercati.

Ad aggiungere pepe alla situazione c’è un dollaro forte che fa da zavorra, e i preparativi per la prossima decisione sui tassi di interesse da parte della Federal Reserve. Un contesto perfetto per mantenere tutti sulle spine e far gonfiare le previsioni catastrofiche di domani, che come sempre, saranno puntualmente smentite dal giorno dopo.